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Quantitative Easing: manovra monetaria oltre le politiche convenzionali

Il primo fu Bernanke, poi il bazooka di Draghi ha gonfiato il bilancio della BCE, ma ha risollevato l’economia del Vecchio Continente



FTA Online News, , 26 Nov 2018 - 14:20

Come nasce il Quantitative easing

La Grande Crisi finanziaria, cominciata nel 2008 con la crisi dei mutui subprime negli Stati Uniti e proseguita con quella del debito sovrano in Europa, ha spinto le maggiori banche centrali del mondo a interventi oltre le politiche monetaria convenzionali. Tagliati a zero i tassi d’interesse (nel caso del Giappone portati persino in territorio negativo), serviva una nuova strada per portare avanti una politica monetaria espansiva in grado di rivitalizzare l’economia globale. Ma come se i tassi sono già stati tagliati a zero?

Il Quantitative easing degli Stati Uniti

Il metodo per intervenire è stato quello di immettere altra liquidità nel mercato con acquisti di strumenti finanziari da parte della banca centrale. Comincia la Fed statunitense: è fallita Lehman Brothers gettando nel panico i mercati e avviando la crisi dei mutui subprime. A fine novembre 2008 la banca centrale statunitense (che nel mese successivo avrebbe azzerato i tassi Usa) annuncia che comprerà sul mercato secondario i bonds delle GSE (i colossi semipubblici del mutuo statunitense Fannie Mae, Freddie Mac e Federal Home Loan Banks) e i titoli garantiti da mutui (MBS) garantiti da Fannie Mae, Freddie Mac e Ginnie Mae.

Nasce il quantitative easing (QE) o, se si preferisce, alleggerimento quantitativo. Lo battezza così lo stesso presidente della Fed Ben Bernanke adottando il termine impiegato per la politica monetaria di questo tipo adottata per la prima volta dal Giappone fra il 2001 e il 2006 (lo stesso Bernanke precisò però le differenze fra le due manovre). L’operazione è imponente, ben 600 miliardi di dollari, dei quali 500 miliardi in MBS, con l’obiettivo di ridurre i costi e favorire la disponibilità di credito per l’acquisto di case.
Il secondo QE viene varato a inizio novembre 2010 e prevede non solo il reinvestimento delle risorse ottenute dagli asset in bilancio (come gli interessi dei bond acquistati), ma soprattutto nuovi acquisti per 600 miliardi di dollari di titoli di Stato Usa a lungo termine, a un ritmo di 75 miliardi di dollari al mese. L’enorme quantità di denaro immessa sul mercato non basta e nel settembre 2012 la Fed vara il terzo QE annunciando acquisti di MBS per 40 miliardi di dollari al mese. Tutte operazioni che fanno lievitare il bilancio della Fed da meno di 900 miliardi nel 2008 a oltre 4.500 miliardi di dollari a inizio 2015. Negli ultimi anni al quantitative easing della Fed si sono aggiunti quelli di diverse banche centrali, comprese quelle del Regno Unito, quella del Giappone e quella della Banca centrale europea.

Il Quantitative easing della BCE

Per la BCE crescita e piena occupazione non sono tra gli obiettivi statutari, che si limitano al target di un’inflazione prossima al 2%. Proprio la forte deflazione che ha accompagnato la Grande Crisi ed è stata incoraggiata da un crollo dei prezzi del petrolio ha permesso di sbloccare anche in Europa le manovre non convenzionali già realizzate negli Stati Uniti.

A inizio 2015 il presidente della Bce Mario Draghi annuncia un’espansione del Programma di acquisto di assets (Asset Purchase Program, APP) che diventerà il quantitative easing europeo. Formalmente si tratta di un arricchimento del piano di acquisto di ABS (asset backed securities) denominato ABSPP e di quello di acquisto di covered bond (CBPP3) lanciati l’anno prima.

L’annuncio di nuovi acquisti di assets per 60 miliardi di euro al mese almeno fino al settembre 2016 è in pratica una bomba o, come si disse al tempo, un “bazooka” pronto a macinare acquisti di titoli di Stato dell’Eurozona sul mercato secondario al fine di stabilizzare l’economia del Vecchio Continente.

Già il 26 luglio del 2012 d’altronde lo stesso Draghi aveva pronunciato a Londra il famoso discorso del “whatever it takes”: affermando a chiare lettere che “Nell’ambito del suo mandato, la Bce è pronta a fare tutto quello che sarà necessario per salvare l’euro. E credetemi, sarà sufficiente”.

Dall’avvio dell’APP nel marzo del 2015 la Bce ha comprato 60 miliardi di euro di titoli al mese fino al marzo 2016, poi ha aumentato gli acquisti a un ritmo di 80 miliardi di euro al mese fino al marzo 2017, quindi li ha ridotti a 60 miliardi di euro al mese fino al dicembre 2017. Nel 2018 si sono ridotti a 30 miliardi di euro al mese per comprimerli a 15 miliardi di euro al mese fra il settembre 2018 e in prospettiva fino al dicembre 2018 che dovrebbe chiudere con l’anno le operazioni. Nel frattempo il bilancio della Bce è salito da circa 2.780 miliardi di euro nel 2015 a 4.467 miliardi a fine 2017 (l’APP raggiungerà i 2.547 miliardi a ottobre 2018).


Gli aspetti tecnici del Quantitative easing europeo

Sul piano tecnico è importante osservare che gli acquisti della BCE sono stati effettuati sul mercato secondario, perché altrimenti avrebbero violato i trattati europei che vietano un finanziamento monetario del debito pubblico dei Paesi membri. Gli acquisti sono inoltre stati materialmente effettuati dalle varie banche centrali nazionali.
Da notare anche che all’avvio del quantitative easing europeo la BCE ha posto un tetto quantitativo per gli acquisti al 25% massimo per ogni singola emissione. Un altro limite è stato posto alla percentuale di debito pubblico acquistabile nell’ambito dell’APP che non può superare il 50% del totale (limite alzato dall’iniziale 33% nel 2016).

Non è meno importante la ripartizione degli acquisti fra i vari Paesi membri che è parametrato alla loro partecipazione nel capitale della BCE. All’avvio delle operazioni l’Italia aveva il 17,5% della BCE (per l’esattezza si arriva a questa percentuale escludendo dal computo il 29% circa del capitale BCE in mano a soggetti esterni all’Eurozona) e quindi poteva attendersi acquisti da 7,4 miliardi di euro mensili per un totale di 140,3 miliardi di euro pari, a meno del 7% del suo debito pubblico.

La normalizzazione

Il termine del quantitative easing della BCE è stato fissato nel dicembre 2018: da gennaio in poi la BCE si limiterà a rinnovare gli strumenti finanziari in scadenza. Già avviato il rialzo dei tassi d’interesse USA, la BCE dovrebbe rialzare i tassi d’interesse prima dell’estate del 2019. In una fase di rinascente incertezza sui mercati, le incognite rimangono però consistenti, anche perché Paesi dell’Eurozona fortemente indebitati, come l’Italia, potrebbero subire un forte impatto macroeconomico dal prevedibile rialzo del costo del debito che potrebbe accompagnare la normalizzazione della politica monetaria. Fattori esogeni come la volatilità dei prezzi del petrolio, il rallentamento temuto a seguito delle politiche protezionistiche dell’Amministrazione Trump o anche l’inattesa pressione sui mercati valutari da parte di Washington rischiano inoltre di rendere più complesse le decisioni dell’Eurotower che nel 2019 registrerà inoltre la scadenza del mandato di Mario Draghi.

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