Titoli di Stato sotto pressione sui timori di una fiammata dell'inflazione
(Teleborsa) - Seduta ad alta tensione per i Titoli di Stato, sotto pressione a causa dei timori di una fiammata dell'inflazione, spinta dai prezzi energetici a causa della guerra in Iran, e quindi di una stretta monetaria. L'escalation in Medio Oriente alimentare i rialzi del petrolio
Secondo il Wall Street Journal, il Pentagono starebbe inviando tre navi da guerra e migliaia di marines nel Golfo, facendo così aumentare i timori per un'operazione di terra. Il presidente Usa Donald Trump, che nei giorni scorsi aveva però escluso l'invio di truppe, ha attaccato gli alleati della Nato dicendo che senza gli Usa l'Alleanza "è una tigre di carta".
Il perdurare della chiusura dello Stretto di Hormuz non fa altro che aggravare la condizione dei flussi energetici. Fatih Birol, numero uno dell'Agenzia internazionale per l'energia, ha dichiarato che potrebbero essere necessari sei mesi o piò per ripristinare i flussi di petrolio e gas dall'area del Golfo.
Situazione che continua ad alimentare i rialzi del petrolio. Il Brent tratta a 112,80 dollari al barile, con un rialzo del 3,8%, mentre il WTI (meno compromesso) tratta a 98,5 dollari (+3,1%). Chiusura in calo, invece, per il gas quotato ad Amsterdam: il contratto Ttf di aprile ha terminato la seduta in calo del 4,20% a 59,25 euro/Mwh (-2,6 euro/MWh).
UBS alza le previsioni sui prezzi del petrolio a breve termine
L'escalation del conflitto in Medio Oriente e la continua chiusura dello Stretto di Hormuz hanno portato gli analisti di UBS ad alzare le loro previsioni sui prezzi del petrolio a breve termine.
La banca di affari ha dichiarato di aspettarsi ora che i prezzi medi dei futures sul Brent si attestino a 86 dollari al barile quest'anno, rispetto ai 72 dollari al barile previsti in precedenza. Per il 2027, la cifra è vista a 80 dollari al barile, rispetto a una stima precedente di 70 dollari al barile.
"Questo si basa sull'ipotesi che il conflitto continui per altre 2-3 settimane fino all'inizio di aprile e che i flussi attraverso lo Stretto di Hormuz rimangano gravemente ridotti, spingendo brevemente i prezzi sopra i 120 dollari al barile", hanno scritto gli analisti.
Gli esperti hanno aggiunto che una ripresa graduale da aprile dei flussi attraverso lo Stretto contribuirà a far scendere il Brent a 100 dollari al barile nel secondo trimestre. Tuttavia, un premio di rischio più elevato e la necessità di ricostituire le scorte significano che gli analisti vedono i prezzi rimanere più alti fino al 2027.
I rendimenti dei Bond si impennano
I rischi di inflazione e le ricadute sulle banche centrali, che sono state costrette a rivedere i piani di tagliare i tassi d'interesse e potrebbero valutare addirittura una inversione del trend nei prossimi mesi, si sono riversate con prepotenza sul mercato obbligazionario, facendo lievitare i rendimenti del bond sovrani (titoli di stato).
Venerdì Joachim Nagel, membro del Consiglio direttivo della Bce e presidente della Bundesbank, ha lasciato intendere che Francoforte potrebbe aumentare i tassi di interesse già nella riunione di fine aprile se l'inflazione dovesse continuare a peggiorare. "Allo stato attuale, è plausibile che le prospettive di inflazione a medio termine possano deteriorarsi e che le aspettative di inflazione possano aumentare in modo sostenuto, il che significherebbe che probabilmente sarebbe necessario un orientamento più restrittivo della politica monetaria", ha affermato.
Lo spread tra Btp e Bund ha chiuso venerdì in netto rialzo a 91 punti dagli 82 di ieri, con il rendimento del decennale italiano che è schizzato al 3,94% (+17 pb), un balzo superiore a quelli del resto dell'obbligazionario pubblico dell'eurozona, a livelli che non vedeva da luglio 2024, e il tasso sul Bund a 10 anni salito al 3,03%. In aumento di 10 punti base i titoli decennali francesi (3,74%) e spagnoli (3,56%). Il rendimento dei titoli di Stato britannici (Gilt) a 10 anni è balzato sopra la soglia del 5%, il livello più alto dalla crisi finanziaria del 2008.
Timori per un'inversione di trend si percepiscono anche Oltreoceano. I trader dei contratti sui tassi di interesse a breve termine prezzano una probabilità superiore al 50% di un rialzo dei tassi da parte della Federal Reserve a dicembre: un cambio netto rispetto alle aspettative di inizio settimana che propendevano per un taglio.
La chiusura di Hormuz compromette la crescita globale: l'analisi della Fed di Dallas
Più lo stretto di Hormuz resterà chiuso, peggiori saranno le implicazioni economiche. Secondo la Federal Reserve Bank di Dallas, la chiusura dello Stretto fino a giugno ridurrebbe la crescita economica globale di 2,9 punti percentuali annualizzati nel secondo trimestre del 2026. A quelle condizioni il Wti è visto salire in media a 98 dollari al barile ma se lo stretto riapre dopo un trimestre, il prezzo del barile scambiato a New York è visto scendere a 68 mentre il Pil mondiale dovrebbe salire del 2,2% nel terzo trimestre.
Se Hormuz restasse chiuso per sei mesi, il barile americano potrebbe spingersi a 115 dollari nel terzo trimestre per poi scendere a 76 dollari nel quarto in seguito alla sua riapertura; alle stesse condizioni l'economia mondiale si contrarrebbe dell'1,2 per poi rimbalzare del 2,7% tra ottobre e dicembre. Nello scenario in cui lo stretto resti in stallo per nove mesi, il WTI è visto arrivare a 132 dollari al barile negli ultimi tre mesi del 2026 con una contrazione dell'economia dell'1,1% nel periodo.
Anno su anno, la chiusura dello stretto per tre mesi comporterebbe una contrazione del Pil mondiale dello 0,2%. Nel caso di una chiusura di sei mesi, il colpo negativo sarebbe dello 0,3%. Nel caso di una chiusura di nove mesi, la contrazione del Pil mondiale sarebbe dell'1,3%.
(Teleborsa) 20-03-2026 20:23