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Guerra in Iran, mercati energetici ancora sotto pressione: incubo 100 dollari per il Brent e rischio inflazione

News Image (Teleborsa) - Prosegue la fase di estrema instabilità sui mercati energetici globali innescata dal conflitto in Medio Oriente tra Usa, Israele e Iran che ha portato i prezzi di petrolio e gas a livelli che non si registravano da anni. Aumentano anche i timori per le conseguenze di tali rincari sull'inflazione, con UBS che ha previsto che, se la chiusura dello Stretto di Hormuz dovesse prolungarsi, il prezzo del petrolio Brent potrebbe superare stabilmente la soglia dei 100 dollari al barile, mantenendo una pressione inflattiva costante sull'intera economia globale.

Nella giornata di oggi, il Brent è salito dell'1,4% raggiungendo gli 82,52 dollari al barile, mentre il WTI ha toccato i 74,96 dollari, ma al momento entrambi registrano una leggera flessione rispetto ai prezzi di apertura. Sebbene il ritmo dei rincari abbia subito un lieve rallentamento dopo l'ipotesi del presidente Donald Trump di utilizzare la Marina statunitense per scortare le petroliere nello Stretto di Hormuz, la tensione rimane altissima. Gli attacchi alle infrastrutture energetiche in Medio Oriente, regione che copre quasi un terzo della produzione mondiale, hanno infatti colpito duramente l'offerta fisica di materia prima.

In Iraq la situazione è particolarmente critica, con tagli alla produzione che hanno già superato 1,5 milioni di barili al giorno a causa della saturazione dei depositi e dell'impossibilità di esportare via mare. I principali giacimenti del Paese, tra cui Rumaila e West Qurna 2, operano a regime ridotto e le autorità locali avvertono che l'intera produzione nazionale potrebbe fermarsi nel giro di pochi giorni se le rotte non verranno riaperte. Contemporaneamente, l'Arabia Saudita ha confermato nuovi attacchi tramite droni iraniani contro il terminal di Ras Tanura, il più grande impianto di carico offshore al mondo. Nonostante i danni siano stati contenuti, l'incertezza sulla sicurezza degli impianti sta spingendo i costi assicurativi e le preoccupazioni degli operatori.

Sotto estrema pressione anche il settore del gas naturale liquefatto (GNL) dopo il fermo totale della produzione in Qatar, che ha rimosso dal mercato circa 10 miliardi di piedi cubi al giorno. Secondo quanto analizzato da Reuters, gli Stati Uniti, pur essendo i primi produttori mondiali, non dispongono della capacità residua necessaria per colmare questo deficit nel breve termine, poiché i loro impianti di esportazione stanno già operando al massimo del potenziale e la maggior parte dei carichi è vincolata a contratti a lungo termine.

Nel frattempo, il benchmark asiatico JKM è balzato del 68% in una sola seduta, raggiungendo i 25,39 dollari per mmBtu, mentre in Europa il TTF olandese ha toccato i massimi degli ultimi tre anni (cioè 19 dollari per mmBtu, pari a circa 55,75 euro per MWh), anche se al momento il prezzo è sceso intorno ai 46 euro per MWh.

Sempre Reuters ha segnalato che questa asimmetria nei prezzi ha aperto opportunità di arbitraggio, con navi cariche di GNL che deviano dalle rotte atlantiche verso l'Asia – verso cui sono dirette più dell'80% delle esportazioni di GNL del Qatar – per massimizzare i profitti, aggravando la carenza di approvvigionamento nel continente europeo. Paesi come India e Indonesia stanno infatti cercando freneticamente forniture alternative, mentre alcune raffinerie cinesi hanno iniziato a ridurre le attività o ad anticipare i piani di manutenzione.

(Teleborsa) 04-03-2026 14:55


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