Rottigni (ABI): da calo demografico freno a PIL in prossimi anni
(Teleborsa) - Negli ultimi dieci anni la popolazione italiana ha registrato una significativa contrazione. Tra il 2014 e il 2024 il numero dei residenti si è ridotto di 1,3 milioni, passando da 60,3 a 59 milioni. Secondo lo scenario mediano dell'Istat1, la popolazione scenderebbe a 54,7 milioni già nel 2050 e a 45,8 milioni nel 2080, con una riduzione complessiva di 13,2 milioni di persone rispetto al 2024 (-22%). Sono i numeri forniti dal direttore generale dell'Associazione bancaria italiana, Marco Elio Rottigni, durante una audizione alla Camera presso la Commissione parlamentare di inchiesta sugli effetti economici e sociali della transizione demografica in atto. La diminuzione quantitativa - spiega - è accompagnata da un profondo mutamento della struttura per età. L'incidenza dei giovani (0-14 anni) sul totale della popolazione tenderebbe progressivamente a calare, passando dall'attuale 12,2% all'11,1% nel 2050, per poi risalire lievemente all'11,3% nel 20802; nel complesso, la popolazione in questa fascia d'età si ridurrebbe di circa 2 milioni di unità. La
popolazione in età lavorativa (15-67 anni) si ridurrebbe di 13,4 milioni, scendendo dall'attuale 67,3% del totale al 58,2% nel 2050 e al 57,3% nel 2080.
Al contrario, la popolazione con più di 67 anni aumenterebbe di 2,3 milioni, passando dall'attuale 20,5% del totale a circa il 30,7% nel 2050 e il 31,3% nel 2080. L'età media passerebbe dagli attuali 46,6 anni a 50,8 anni nel 2050 e 51 anni nel 2080.
In particolare, la diminuzione della popolazione in età da lavoro determinerebbe una riduzione significativa del Pil. Le stime della Banca d'Italia indicano, nei prossimi 25 anni, una flessione del Pil dello 0,9% annuo, mentre il Pil pro-capite diminuirebbe dello 0,6% annuo per il calo della popolazione. Tali dinamiche inciderebbero sia sulla domanda aggregata, attraverso una riduzione dei consumi, sia sull'offerta, influenzando investimenti, innovazione e produttività. L'invecchiamento eserciterebbe inoltre pressioni sul sistema di welfare. Gli indici di dipendenza peggiorerebbero in modo significativo: se oggi 100 persone in età lavorativa sostengono 48,6 persone tra giovani e anziani, nel 2050 dovrebbero sostenerne 71,9 (74,4 nel 2080). L'incidenza degli anziani sulla popolazione in età da lavoro passerebbe dal 30,5% al 52,8% nel 2050 (54,7% nel 2080).
Tali evoluzioni avranno implicazioni anche sul sistema pensionistico. Nel 2024 la spesa pensionistica ha raggiunto i 337 miliardi di euro (15,4% del Pil). Secondo le proiezioni della Ragioneria dello Stato, tale spesa salirebbe a un picco poco superiore al 17% nel 2040, per poi ridursi verso il 14% negli anni Settanta. Pur restando solido il profilo di sostenibilità, aumenterebbero i rischi di pensioni non
adeguate: per la Ragioneria Generale dello Stato, il tasso di sostituzione netto scenderebbe dall'82% attuale al 64% nel 2070, con una riduzione di oltre il 20% dell'assegno. Per carriere discontinue o frammentate crescerebbe il rischio di pensioni non adeguate.
In questo contesto aumenta in misura sempre maggiore l'importanza della previdenza complementare. Nel 2024 le risorse complessive hanno raggiunto 243,4 miliardi di euro, con circa 9,9 milioni di iscritti (38,3% delle forze lavoro), ma con una partecipazione effettiva più limitata (solo il 27,6% della forza lavoro ha infatti versato contributi nel 2024), con forti differenze territoriali (dal 62,8% delle forze lavoro del Trentino-Alto Adige al 28,5% della Campania) e generazionali (47,8% degli aderenti ha più di 50 anni; gli under 35 sono solo il 19,9%; prevale la componente maschile al 61,6%)
(Teleborsa) 03-02-2026 12:37