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Oro: opportunità o rischio nella seconda metà del 2026?"

News Image (Teleborsa) - L'oro sta attraversando uno dei periodi forse più contraddittori degli ultimi anni. Ancora a gennaio, il metallo segnava nuovi massimi storici e gli analisti delle principali banche d'investimento rivedevano al rialzo, uno dopo l'altro, i propri obiettivi di prezzo. Sei mesi dopo, la situazione appare quasi opposta: le quotazioni hanno corretto di oltre un quarto rispetto al picco, alcune banche d'affari hanno ridotto le proprie previsioni e il mercato discute sempre più della possibilità di una fase di consolidamento prolungata, anziché di nuovi record.

A prima vista, potrebbe sembrare che la narrativa d'investimento sull'oro sia cambiata. Tuttavia, non è del tutto così.

"In realtà, oggi il mercato non mette in discussione il valore dell'oro in sé, bensì il periodo durante il quale la Federal Reserve manterrà elevati i tassi d'interesse. Ed è proprio questa distinzione a determinare, in larga misura, l'attrattiva del metallo come investimento nella seconda metà dell'anno. La correzione è stata determinata da fattori macroeconomici, non da un deterioramento dei fondamentali", spiega Francesco Bergamini, Rappresentante di Freedom24 in Italia, società internazionale di broker online.

Il principale fattore alla base della flessione del prezzo dell'oro è stato il cambiamento delle aspettative relative alla politica monetaria statunitense.

In seguito all'aumento dei prezzi del petrolio e all'accelerazione dell'inflazione, gli investitori hanno pressoché escluso la possibilità di un imminente taglio dei tassi da parte della Fed. Inoltre, il mercato ha ricominciato a incorporare la probabilità di ulteriori rialzi. Ciò ha determinato un aumento dei rendimenti dei titoli di Stato statunitensi, un rafforzamento del dollaro e, inevitabilmente, una pressione sull'oro, che non genera redditi da interessi.

"È proprio per questo motivo – prosegue Bergamini – che l'attuale correzione appare come una reazione al cambiamento del costo del denaro, più che come una rivalutazione del ruolo di lungo periodo dell'oro all'interno dei portafogli d'investimento. Si tratta di una differenza fondamentale rispetto ai classici mercati ribassisti, nei quali i principali motori strutturali della crescita iniziano progressivamente a venir meno".

Osservando i fattori di lungo periodo che sostengono il mercato, emerge chiaramente che la maggior parte di essi è rimasta pressoché invariata.

Le banche centrali continuano ad acquistare oro a un ritmo significativamente superiore rispetto al periodo precedente alla pandemia. Per molti Paesi, il metallo non rappresenta più soltanto un bene rifugio, ma anche uno strumento per diversificare le riserve internazionali in un contesto di crescente frammentazione geopolitica dell'economia mondiale.

Neppure il processo di de-dollarizzazione si è arrestato. Dopo il congelamento delle riserve russe, numerosi Paesi hanno iniziato a rivedere la composizione dei propri attivi, aumentando gradualmente la quota di oro detenuta nelle riserve. Non si tratta di una tendenza di breve periodo, bensì di un cambiamento strategico nella politica delle banche centrali, che difficilmente verrà meno dopo una singola riunione della Fed.

Un fattore altrettanto importante è rappresentato dai livelli record raggiunti dal debito pubblico nei Paesi sviluppati. Indipendentemente dall'attuale andamento dei tassi d'interesse, gli squilibri fiscali di lungo periodo continuano ad aggravarsi e l'oro viene tradizionalmente considerato una forma di protezione contro questi rischi sistemici.

Anche il premio geopolitico, pur essendosi ridotto sensibilmente rispetto all'impennata di gennaio, non è scomparso del tutto. Il mondo resta notevolmente meno stabile rispetto a pochi anni fa, e ciò significa che la domanda di beni rifugio continua a beneficiare di un sostegno strutturale. È proprio qui che risiede il principale paradosso dell'attuale fase di mercato: le ragioni fondamentali per detenere oro sono rimaste pressoché immutate, mentre il prezzo ha subito una correzione significativa.

Perché le banche riducono le previsioni senza diventare ribassiste

A prima vista, potrebbe sembrare strano che Goldman Sachs abbia ridotto il proprio obiettivo di prezzo, mentre JPMorgan, Bank of America e altre banche continuano a prevedere un consistente apprezzamento dell'oro nel lungo periodo. In realtà, non vi è alcuna contraddizione tra queste previsioni.

"Oggi la maggior parte degli analisti non discute tanto del livello che il prezzo dell'oro dovrebbe raggiungere tra alcuni anni. Le differenze riguardano soprattutto la durata della fase caratterizzata da tassi d'interesse reali elevati. Qualora la Fed mantenesse effettivamente una politica monetaria restrittiva molto più a lungo del previsto, l'oro potrebbe rimanere all'interno di un ampio intervallo laterale per diversi trimestri. Se, al contrario, l'inflazione iniziasse a rallentare e il mercato tornasse a scontare un ciclo di riduzione dei tassi, il potenziale di rialzo del metallo potrebbe concretizzarsi con una certa rapidità", aggiunge Bergamini.

In altre parole, le banche non stanno modificando la tesi d'investimento in sé, bensì le tempistiche della sua realizzazione.

Che cosa significa per gli investitori

Il mercato attuale si differenzia quindi sensibilmente dalla situazione di inizio anno. All'epoca, molti acquistavano oro sull'onda del forte aumento dei prezzi, scommettendo sulla prosecuzione del momentum positivo.

Oggi, la logica d'investimento è diversa. Acquistare oro non rappresenta più una scommessa sui prossimi mesi, ma una scelta orientata alla diversificazione del portafoglio nel lungo periodo. Gli investitori si trovano, di fatto, a valutare il peso della pressione di breve termine esercitata dagli elevati tassi d'interesse rispetto ai fattori strutturali di lungo periodo che continuano a sostenere il mercato.

Ciò significa che l'orizzonte temporale dell'investimento sta diventando più importante del livello esatto di ingresso.

Per gli operatori di breve periodo, l'oro resta un'attività complessa. La volatilità rimane elevata e ogni nuova dichiarazione dei funzionari della Fed, soprattutto con l'arrivo di Warsh, può innescare brusche oscillazioni delle quotazioni.

Per l'investitore di lungo periodo, la situazione appare differente. La correzione ha contribuito ad attenuare parzialmente il surriscaldamento del mercato, mentre la maggior parte dei fattori fondamentali continua a giocare a favore del metallo.

Un'opportunità per il lungo periodo?

Al momento il mercato non offre una risposta univoca, ma il rapporto tra rischio e rendimento appare sensibilmente più interessante rispetto a qualche mese fa.

Qualora l'orizzonte d'investimento fosse limitato ai prossimi trimestri, l'oro potrebbe continuare a muoversi senza una direzione precisa, all'interno di un intervallo laterale compreso tra 4.100 e 4.300, restando condizionato dalle aspettative sulla politica monetaria della Fed.

Per gli investitori che valutano invece le prospettive dei prossimi anni, l'attuale situazione assomiglia maggiormente a un ritorno verso livelli d'ingresso più favorevoli, dopo una fase caratterizzata da un ottimismo eccessivo.

La conclusione principale è che il dibattito odierno sull'oro non riguarda il futuro del metallo in sé, bensì il periodo durante il quale l'economia globale sarà in grado di sostenere condizioni di tassi d'interesse elevati.

Finché rimarranno presenti fattori strutturali quali gli acquisti delle banche centrali, la de-dollarizzazione, i livelli record del debito pubblico e il perdurare dell'incertezza geopolitica, la tesi d'investimento di lungo periodo sull'oro apparirà rinviata, più che definitivamente compromessa.






(Teleborsa) 02-09-2026 14:43


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