Iran, UNEM: da guerra effetti importanti su greggio e raffinati
(Teleborsa) - Gli attacchi di Stati Uniti e Israele contro l'Iran stanno già generando significativi effetti sui mercati internazionali del greggio e, ancor più, dei prodotti raffinati. Lo sottolinea Unem spiegando che nella seduta di ieri il Brent ha chiuso intorno ai 78 dollari al barile, registrando un aumento di circa il 7% rispetto a venerdì scorso, dopo aver toccato un massimo di 80 dollari, livello che non si vedeva da giugno 2025. Ma già nelle quotazioni odierne si sono raggiunti gli 82-83 dollari/barileL'incremento è stato ancor più marcato per i prodotti raffinati, e in particolare per il gasolio, che a livello di quotazioni Platts Cif Med ha registrato in una sola seduta un aumento di quasi 10 centesimi euro/litro (+17,5%). La benzina è invece cresciuta di 3,3 centesimi (+7%).
Complessivamente da inizio febbraio g li aumenti sono stati pari a 7 centesimi euro/litro per la benzina e 14,5 centesimi per il gasolio.
Questi rialzi si sono trasferiti solo in piccola parte sui prezzi al consumo: secondo i dati del MIMIT (Osservaprezzi), questa mattina la benzina ha raggiunto in media 1,698 euro/litro (+2 centesimi) e il gasolio 1,760 euro/litro (+3 centesimi), ma è prevedibile che l'incremento dei prezzi alla pompa prosegua nei prossimi giorni con il perdurare della situazione "rialzista" dei mercati del petrolio e dei prodotti finiti.
L'impennata del gasolio, così come del jet fuel, è legata alla forte pressione sulle forniture provenienti dall'area del Golfo Persico. Negli ultimi anni sia l'Italia che molti altri paesi europei hanno aumentato gli arrivi dalle raffinerie che si affacciano sul Golfo Persico e che devono necessariamente passare attraverso lo Stretto di Hormuz.
Arabia Saudita, Kuwait, Emirati Arabi, Oman stanno infatti investendo molto su nuove raffinerie che rispondano alle specifiche qualitative europee, mentre in Europa non si arresta il calo della capacità,produttiva delle raffinerie esistenti.
Attualmente il 57% del gasolio (3 milioni/tonnellate) e il 20% di jet fuel (500.000 tonnellate) importati dall'Italia transitano per Hormuz, mentre solo il 6% del petrolio (3,3 milioni/tonnellate) passa per lo Stretto perché gran parte del greggio saudita bypassa lo Stretto di Hormuz via l'oleodotto East West crude oil pipeline. Inoltre, il 42% del greggio importato in Italia arriva dal continente africano (Libia primo fornitore con il 24%), il 30% arriva da Azerbaijan e Kazakhstan e il 13% dagli USA.
"È molto difficile prevedere quelli che potranno essere gli sviluppi e dunque gli impatti sull'Italia – ha commentato Gianni Murano, presidente UNEM – ma la differenza rispetto ad altri conflitti ancora in corso sta nell'importanza dell'Iran come potenza energetica e nella sua posizione geografica, centrale per i traffici di petrolio e gas. In caso di chiusura totale prolungata dello Stretto di Hormuz verrebbe meno tra il 15 e il 20% dell'offerta globale di petrolio e ci sarebbe una corsa agli approvvigionamenti che spingerebbe i prezzi
verso livelli difficili da immaginare. Nonostante la complessità dello scenario internazionale - ha concluso - l'Italia può contare su una filiera energetica solida, su forniture sempre più diversificate e su operatori in grado di reagire rapidamente anche nei momenti di maggiore tensione. Le esperienze accumulate negli ultimi anni hanno reso il sistema più resiliente, più flessibile e meglio preparato a fronteggiare eventuali shock".
(Teleborsa) 03-03-2026 17:46