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Gioielli, Federpreziosi: "Nel 2025 fatturato gioiellerie italiane a 7,4 miliardi"

News Image (Teleborsa) - La sfida per il settore orafo al dettaglio non è soltanto economica, ma culturale ed emotiva: comprendere chi oggi non entra in gioielleria e creare le condizioni perché possa tornare a sentirla come un luogo rilevante per la propria vita. È quanto emerge dall'indagine condotta da Format Research per l'Osservatorio Federpreziosi Confcommercio presentata oggi a Vicenzaoro January 2026 da Pierluigi Ascani, presidente dell'Istituto di ricerca, nel corso di talk di confronto "Perché gli italiani non comprano gioielli?",con la partecipazione di Stefano Andreis, presidente di Federpreziosi Confcommercio Nazionale, e di gioiellieri in rappresentanza di diverse aree del Paese: Alberto Ravagnan Perini, Chioggia (VE); Chiara Quatrale, Roma; Gianluca Versace, Polistena (RC) e Siena (SI). Ha moderato l'incontro Steven Tranquilli, direttore di Federpreziosi Confcommercio Nazionale.

Il fatturato complessivo delle gioiellerie italiane nel 2025 è stimato in circa 7,4 miliardi di euro, in crescita rispetto all'anno precedente, per effetto dell'aumento delle materie prime. Sempre a fine 2025 risultano attive 11.842 gioiellerie in Italia, in calo rispetto all'anno precedente, non per una riduzione della domanda, ma per un processo di razionalizzazione e stabilizzazione del tessuto imprenditoriale. Lo stesso fenomeno si riflette sull'occupazione: gli addetti del settore, 30.600 a fine 2025, diminuiscono ma in misura meno marcata rispetto al numero delle imprese, grazie a una maggiore concentrazione del lavoro e stabilità organizzativa.


Il gioiello non è in crisi: ha perso voce

La ricerca che, per la prima volta nei dieci anni di vita dell'Osservatorio, prende in considerazione un campione di persone che non effettuano acquisti preziosi, mette in luce una verità cruciale per il settore: la distanza tra Italiani e gioiello non nasce da un rifiuto del prodotto, ma da una perdita di centralità simbolica. Oggi il gioiello fatica a entrare nella grammatica del dono e dell'esperienza: non
perché manchi di valore, ma perché non viene percepito come portatore immediato di significato, memoria e relazione. I dati mostrano una propensione all'acquisto limitata e una platea di non acquirenti che si distribuisce lungo un continuum che va dal disinteresse al massimo coinvolgimento emotivo. Questo suggerisce un punto chiave: il gioiello "funziona" solo quando viene raccontato e vissuto come esperienza, non quando rimane un oggetto isolato dalla vita reale. Lo studio non fotografa solo una riduzione della propensione all'acquisto, ma racconta qualcosa di più profondo e strutturale, ovvero uno scollamento simbolico tra il gioiello e il modo in cui oggi gli Italiani attribuiscono valore agli oggetti, ai regali e alle esperienze. Il dato di partenza – emerso dallo studio – è noto ma resta dirompente: su 100 potenziali consumatori, solo il 35,8% prende in considerazione l'acquisto di un gioiello. Gli altri non valutano l'opzione. Non perché il gioiello venga rifiutato in senso ideologico, ma perché non entra spontaneamente nella grammatica mentale del dono. È qui che la ricerca si distingue: non misura una crisi di prodotto, ma una crisi di significato. Analizzando il sentiment di 820 non acquirenti, nella ricerca si individuano quattro cluster distinti – contrari, indifferenti, possibilisti e vicini – che non rappresentano semplicemente segmenti di mercato, ma atteggiamenti culturali nei confronti del gioiello. I contrari, pari al 10,9% del campione, sono prevalentemente over 64, concentrati soprattutto nel Nord-Ovest e caratterizzati da una visione razionale e funzionale dei consumi: per loro il gioiello è superfluo e privo di utilità concreta. Il gruppo più ampio è quello degli indifferenti (45%), in larga parte giovani tra i 25 e i 35 anni che non prendono del tutto in considerazione l'acquisto di un gioiello. I possibilisti rappresentano il 18,7%: adulti tra i 25 e i 45 anni che riconoscono il potenziale valore del gioiello, a patto che sia legato a un significato personale e coerente con l'occasione. Infine, i vicini (25,3%), spesso giovani donne concentrate soprattutto nel Nord-Est, sensibili a qualità, design e relazione, attribuiscono al gioiello un valore emotivo e simbolico pur non arrivando ancora all'acquisto. Nel loro insieme, questi cluster disegnano un continuum progressivo che parte da un atteggiamento di disinteresse per arrivare fino al massimo coinvolgimento emotivo, lungo il quale il gioiello riesce a vivere pienamente solo nella fase finale.

Cosa rende davvero "speciale" un oggetto oggi

La prima frattura emerge quando si chiede cosa renda speciale un oggetto alternativo al gioiello. Per il 46,3% del campione, un oggetto è davvero speciale solo se significativo, cioè se ha un valore personale. Eppure, per il 31,9% il gioiello non suscita interesse e per il 25,8% è "un oggetto come tanti". Per il 15,8% è superato, fuori moda, legato a un'idea di regalo appartenente al passato. Questa percezione è particolarmente marcata tra i contrari, mentre negli indifferenti il gioiello perde progressivamente la sua presunta eccezionalità simbolica.

Perché il gioiello perde la competizione simbolica

Il gioiello viene escluso soprattutto perché non viene associato a valore affettivo o ricordi (90,1%). A questo si sommano prezzo e percezione dei materiali (69,1%), ma come fattori secondari rispetto alla mancanza di significato personale. Qui emerge un punto cruciale: il gioiello perde posizioni perché è poco narrato. In un'epoca in cui il consumo è sempre più esperienziale, il gioiello continua spesso a essere proposto come un oggetto il cui valore dovrebbe imporsi da solo. Ma il consumatore contemporaneo non cerca più oggetti da
ammirare: cerca esperienze da vivere e ricordare. Il confronto con ciò che gli italiani considerano insostituibile è chiaro: per l'86% solo le persone (e gli animali) hanno un valore paragonabile a qualcosa di irrinunciabile. Seguono oggetti pratici che custodiscono dati personali (60,3%) e, più distanziati, album fotografici, diari e ricordi materiali (19,4%). Non sorprende che questi oggetti generino emozioni fortissime come nostalgia e ricordo (90,9%). Il gioiello viene escluso soprattutto perché non viene associato a valore affettivo o ricordi
(90,1%). A questo si sommano prezzo e percezione dei materiali (69,1%), ma come fattori secondari rispetto alla mancanza di significato personale.

Il punto vendita e la relazione

Otto non acquirenti su dieci dichiarano che nemmeno una diversa gestione del rapporto con il cliente cambierebbe automaticamente la loro scelta, ma le esperienze in gioielleria aiutano a leggere questo dato: l'86,6% descrive l'atmosfera come fredda e austera e l'86,4% come poco accogliente. La barriera non è solo fisica (26,4%), ma soprattutto relazionale: impreparazione del personale (54,1%)
e scarsa empatia.

Le leve: racconto, esperienza, relazione

Alla domanda su come dovrebbe essere il gioiello per tornare rilevante, la risposta è univoca: per l'85,5% dovrebbe essere capace di raccontare una storia. Non sorprende che l'84,7% giudichi oggi insufficienti valori ed emozioni nella proposta del settore. Ed è proprio qui che la ricerca apre una prospettiva decisiva. "A Vicenzaoro il fil rouge che unisce incontri e talk è chiaro – ha dichiarato il presidente di
Federpreziosi Confcommercio Stefano Andreis –. Rimettere al centro l'importanza di saper narrare un gioiello. Oggi non basta più offrire dati tecnici o informazioni di prodotto: serve costruire un racconto capace di generare emozione, valore e fiducia. Lo storytelling, quando è fondato su competenza e trasparenza, diventa parte integrante dell'esperienza d'acquisto e rafforza il legame tra il cliente e ciò che indossa. Per questo il lavoro sinergico con tutti i protagonisti della filiera — dalle origini della materia fino al punto vendita — sarà sempre più determinante per parlare una lingua comune e dare al gioiello un significato autentico." "La ricerca porta con sé un forte elemento di novità – ha commentato Steven Tranquilli, direttore di Federpreziosi Confcommercio –. Per la prima volta siamo usciti da una sorta di comfort zone, scegliendo di condurre l'indagine sui ‘non consumatori di gioielli', ovvero predisponendoci ad affrontare un target che mette il settore a confronto con realtà anche scomode."





(Teleborsa) 19-01-2026 18:29


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