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Futuro, il 65% degli italiani teme un peggioramento: pesano debito pubblico, lavoro precario e invecchiamento della popolazione

News Image (Teleborsa) - Il 65% degli italiani ritiene che le prossime generazioni avranno una qualità della vita peggiore rispetto a quella attuale, una convinzione che sale al 73% tra i Baby Boomer. Inoltre, il 55% teme che lo Stato non sarà più in grado di garantire le pensioni future. A pesare su questa percezione sono soprattutto l'attuale debito pubblico (47%), la precarizzazione del lavoro e i bassi salari (38%) e l'invecchiamento della popolazione, aggravato dal calo delle nascite (36%). È il quadro che emerge da una nuova ricerca di Changes Unipol, realizzata in collaborazione con Ipsos, che evidenzia un diffuso pessimismo intergenerazionale sul futuro del welfare e del Paese.

Un pessimismo che non si esaurisce nel presente, ma si proietta sulle nuove generazioni: solo l'8% degli intervistati crede che i più giovani beneficeranno un giorno di untrattamento pensionistico equo. A nutrire il dubbio più forte sono, non a caso, i Baby Boomer (68%), seguiti dalla Generazione X (62%), dalla Generazione Z (60%) e dai Millennial (59%), che pur restando la generazione meno scettica sulla tenuta complessiva del welfare sono, paradossalmente, quelli più preoccupati proprio quando si parla nello specifico del proprio futuro pensionistico.

Il mancato ricambio generazionale sul posto di lavoro viene indicato, quasi all'unanimità, come una delle principali cause di questa situazione: 9 italiani su 10 ritengono, infatti, che le aziende dovrebbero facilitare la crescita professionale dei giovani e l'81% pensa che chi è in età da pensione dovrebbe fare spazio a chi è più giovane. Resta invece diviso il giudizio sulla disponibilità dei giovani stessi a rimboccarsi le maniche: solo il 52% crede che siano davvero disposti a mettersi in gioco per crescere professionalmente.

La stessa fragilità economica che mina la fiducia nelle pensioni è, secondo gli italiani, anche il primo freno alla scelta di avere figli: le difficoltà economiche sono indicate come causa principale del calo della natalità da tutte le generazioni (media del 57%), con un picco tra i Baby Boomer (65%), seguite a distanza da un generale senso diincertezza per il futuro (36%) e dalla precarizzazione del lavoro (35%). Si delinea così un doppio impatto della precarietà lavorativa: frena la natalità oggi e, riducendo i contributi versati, mette a rischio le pensioni di domani.

Coerente con questa lettura è la risposta di chi immagina cosa potrebbe davvero far cambiare idea a una coppia in tema di natalità: per l'88% degli italiani la stabilità del contratto di lavoro è determinante nella scelta di avere figli, così come la flessibilità lavorativa (86%) e i servizi pubblici gratuiti quali asili nido e mense scolastiche(85%); pesano, in misura minore, anche i contributi economici diretti dallo Stato e i congedi parentali più lunghi e meglio retribuiti (entrambi all'80%). Sono ancora i Baby Boomer la generazione più convinta che stabilità, servizi e flessibilità siano condizioni imprescindibili per la scelta di avere figli.

Il pessimismo verso lo Stato non nasce da un'insofferenza generica verso il pubblico, ma segue un'evidente gerarchia di fiducia: riguarda anche il futuro di altri servizi, con intensità diverse. Il 50% degli italiani (vs. 46% di chi ha fiducia) crede che lo Stato non garantirà il servizio sanitario nazionale, il 49% (vs 47%) mette in dubbio il sostegno alle famiglie con figli tramite asili nido e assegni e il 58% la capacità di garantire l'assistenza a lungo termine ad anziani e persone non autosufficienti. A fare eccezione è solo il sistema di istruzione pubblica, l'unico ambito su cui prevale la fiducia (59%): come se il welfare più "vicino" e visibile nella vita quotidiana restasse quello percepito come più solido, a differenza di quello legato a una proiezione di lungo periodo come pensioni e assistenza.

Se le pensioni e l'assistenza agli anziani sono le grandi incognite del welfare di domani, c'è un fronte in cui il presente sta già mettendo alla prova le famiglie italiane: circa un italiano su quattro (25%) è oggi coinvolto direttamente o indirettamente nell'assistenza a un familiare anziano, non autosufficiente o con disabilità, coinvolgendo soprattutto la Gen Z e i Millennial, per ragioni legate al proprio ciclo di vita familiare. È la conferma che, mentre si guarda con preoccupazione a un welfare che nel futuro potrebbe non esserci più, esiste già oggi una crisi silenziosa di cui gli italiani si fanno carico in prima persona: l'attività di cura ha infatti un impatto negativo pesante sulla vita di chi se ne occupa.

Quasi 8 caregiver su 10 (75%) lamentano stress e problemi di salute psicofisica, 7 su 10 (68%) vedono compromesse le proprie relazioni sociali e il tempo libero, 6 su 10 (61%) riscontrano difficoltà economiche e più della metà (56%) vede ricadute sulla propria situazione lavorativa e sulla carriera, con i Millennial a dichiarare le conseguenze negative più forti su relazioni sociali, lavoro e carriera. Di fronte a un impatto così diffuso, la richiesta degli italiani è pragmatica più che ideologica: al primo posto tra le misure ritenute più utili per chi assiste un familiare c'è il sostegno economico diretto (43%), seguito dal potenziamento dell'assistenza domiciliare pubblica(35%) e da strutture residenziali pubbliche più accessibili e di qualità (34%), con il sostegno economico indicato come priorità da tutte le generazioni e in particolare dai Baby Boomer (55%).

(Teleborsa) 23-07-2026 17:07


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