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Crisi idrica in Puglia: fino a 160 milioni metri cubi acqua affinata potrebbero essere disponibili ogni anno

News Image (Teleborsa) - La Puglia tratta ogni anno circa 250 milioni di metri cubi di acque reflue, cioè le acque provenienti da abitazioni, attività e insediamenti dopo il loro utilizzo. Secondo il piano strategico di Acquedotto Pugliese, l'adeguamento di 74 dei 185 depuratori gestiti potrebbe rendere disponibili, a regime, circa 160 milioni di metri cubi di acqua affinata all'anno, equivalenti al 64% del volume complessivamente trattato. Per acqua affinata si intende un'acqua già depurata e sottoposta a ulteriori trattamenti, in modo da renderla idonea a determinati impieghi non potabili.

I 160 milioni di metri cubi rappresentano, però, un obiettivo ancora da raggiungere. Attualmente sono 10 gli impianti di Acquedotto Pugliese che forniscono acqua affinata, con un potenziale complessivo di circa 15 milioni di metri cubi annui. La distanza tra ciò che
potrebbe essere recuperato e ciò che il sistema è oggi in grado di mettere a disposizione
mostra quanto il riuso sia ancora poco valorizzato.

Per Alfredo Chetta, fondatore di Water Passion e tecnico del trattamento delle acque da oltre 35 anni, questo divario rappresenta una delle questioni decisive per il futuro idrico della regione. "Il problema non è soltanto trovare nuova acqua. È smettere di usarla una volta sola. Una parte dei reflui che oggi depuriamo può essere trasformata in una risorsa per usi che non richiedono acqua potabile".

La questione è particolarmente importante nel Salento, dove numerose abitazioni e attività utilizzano anche acqua proveniente dalle falde sotterranee. Quando si preleva dalla falda più acqua di quanta la natura riesca a reintegrare, il livello dell'acqua dolce si abbassa. Nelle
aree costiere questo squilibrio può favorire l'ingresso di acqua marina nel sottosuolo e aumentare progressivamente la salinità. L'acqua diventa così meno adatta ad alcuni utilizzi e più complessa e costosa da trattare. Il riuso non può risolvere da solo la siccità e non sostituisce gli interventi necessari sulle perdite di rete, sugli invasi e sulle infrastrutture. Può però limitare il ricorso alle falde per attività che non richiedono acqua potabile, come determinati usi irrigui, civili o produttivi.

"Se usiamo acqua potabile per impieghi che non la richiedono, sprechiamo una risorsa di qualità superiore al necessario", spiega Chetta. La tecnologia per produrre acqua affinata esiste già, ma un impianto di trattamento, da solo, non completa il processo. Servono reti capaci di trasportare l'acqua recuperata, sistemi di accumulo, controlli, piani di gestione del rischio e utilizzatori che possano impiegarla con continuità. Se manca uno di questi elementi, anche l'acqua tecnicamente pronta al riuso rischia di non arrivare nei campi o nelle
attività che ne avrebbero bisogno. "Produrre acqua affinata non basta se poi non esistono le condizioni per portarla dove serve
e utilizzarla in sicurezza", osserva Chetta. "La vera sfida è trasformare una possibilità tecnica in una risorsa concretamente disponibile". Il recupero delle acque reflue non riguarda esclusivamente i grandi depuratori pubblici, l'agricoltura e l'industria.


In Puglia, soprattutto nelle campagne e nelle aree periferiche del Salento, sono numerose le abitazioni non collegate alla rete fognaria che devono già provvedere autonomamente alla gestione dei propri reflui. Quando le caratteristiche dell'immobile, del terreno e dell'impianto lo consentono, e nel rispetto delle prescrizioni tecniche e autorizzative, è possibile valutare trattamenti che permettano di recuperare l'acqua per impieghi non potabili compatibili, come l'irrigazione di giardini, alberi e aree verdi.

Il contributo di una singola famiglia può apparire modesto. Applicato a molte abitazioni, ville, case rurali e masserie, può invece ridurre il consumo complessivo di acqua dolce, soprattutto durante l'estate, quando aumenta la richiesta per l'irrigazione. "Quando si parla di riuso si pensa quasi sempre ai grandi depuratori, ma esiste anche un potenziale diffuso", sottolinea Chetta. "Molte abitazioni e strutture isolate devono già trattare autonomamente i propri reflui. Dove esistono le condizioni, quell'acqua può essere recuperata invece di
essere utilizzata una sola volta".

Non tutte le acque depurate sono automaticamente idonee al riuso e non esiste un sistema valido per qualsiasi immobile. Prima di scegliere un impianto occorre considerare il numero degli utilizzatori, la quantità e le caratteristiche dei reflui, la superficie da irrigare, la
stagionalità dei consumi, lo spazio disponibile e la qualità richiesta all'acqua recuperata.

Devono inoltre essere definite le modalità di gestione, controllo e manutenzione. Water Passion, concessionario e centro di assistenza tecnica Dora Baltea per la provincia di Lecce, ha ampliato la propria attività dal trattamento dell'acqua primaria ai sistemi per la depurazione e il recupero dei reflui. Le soluzioni sono rivolte anche ad abitazioni, strutture ricettive, aziende agricole e attività produttive non raggiunte dalla rete fognaria. L'obiettivo non è installare semplicemente un depuratore, ma progettare un ciclo completo: trattare
correttamente il refluo, verificare se possa essere recuperato e stabilire come utilizzare l'acqua ottenuta nel rispetto delle condizioni previste.

Accanto agli interventi sulle reti, sugli invasi e sulle fonti di approvvigionamento, il riuso può coinvolgere anche famiglie e attività non servite dalla fognatura. Il cambio di prospettiva consiste nel considerare il refluo non soltanto come qualcosa da eliminare, ma come acqua
che, quando può essere trattata e recuperata in sicurezza, conserva ancora un valore. "L'acqua più facile da trovare, spesso, è quella che abbiamo già usato" chiosa concludendo l'imprenditore.

(Teleborsa) 24-09-2026 14:52


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