Credem: inattività femminile, il 63% valuta un ritorno al lavoro
(Teleborsa) - Quasi due donne su tre inattive (oltre il 63%) valutano la possibilità di entrare o rientrare nel mercato del lavoro nel breve o medio periodo, il 36,5% delle donne economicamente inattive dichiara di non avere intenzione di cercare lavoro, e solo il 7% delle intervistate inattive non ha mai lavorato in passato. È quanto emerge dalla ricerca sul tema del lavoro e dell'inattività femminile in Lombardia realizzata dall'Osservatorio Opinion Leader 4 Future insieme a Acli Lombardia. L'Osservatorio è il progetto sull'informazione consapevole nato dalla collaborazione tra Gruppo Credem e ALMED (Alta Scuola in Media Comunicazione e Spettacolo dell'Università Cattolica del Sacro Cuore).La ricerca
La ricerca, condotta dalla professoressa Vera Lomazzi della presidenza ACLI Lombardia, dalla coordinatrice dell'Osservatorio Opinion Leader 4 Future Sara Sampietro, e anche con il contributo del panel provider Bilendi, ha coinvolto un campione rappresentativo di mille donne lombarde tra i 18 e i 70 anni ed ha individuato quattro principali profili di inattività: giovani in cerca di lavoro, donne adulte con carichi familiari, donne qualificate in cerca di occupazione e donne mature ormai fuori dal mercato del lavoro. Quasi la metà delle donne inattive appartiene al gruppo delle donne adulte con importanti responsabilità familiari.
Più in dettaglio, l'indagine evidenzia che oltre il 70% delle donne tra i 18 e i 34 anni risulta attivo nel mercato del lavoro, mentre il tasso cala sensibilmente nelle fasce successive (50% su totale campione). Il livello di istruzione si conferma decisivo: è attiva quasi l'80% delle donne con titolo di studio elevato, contro circa il 30% di quelle con basso livello di istruzione. La ricerca mostra inoltre come le donne sposate presentino il tasso di attività più basso del campione, inferiore al 50%, e che la presenza di figli, soprattutto due o più, riduce ulteriormente la partecipazione lavorativa femminile. In particolare, quando la donna possiede un titolo di studio inferiore rispetto al marito, il suo tasso di attività scende sotto il 30%.
Il 34,5% del campione risulta economicamente inattivo (donne disoccupate, in cerca della prima occupazione o che svolgono lavori non retribuiti, ad esempio la gestione familiare e domestica). Di queste solo il 36,5% dichiara di non avere intenzione di cercare lavoro, mentre quasi due donne su tre (63%) valutano la possibilità di entrare o rientrare nel mercato del lavoro nel breve o medio periodo. Inoltre, solo il 7% delle intervistate inattive non ha mai lavorato in passato.
Dall'analisi emerge il peso della conciliazione tra lavoro e cura: in tutti i gruppi emerge il peso della difficoltà di conciliazione tra lavoro e cura. Tra le cause più frequenti compaiono infatti l'accudimento diretto dei figli, la difficoltà di trovare lavori con orari flessibili e la mancanza di opportunità compatibili con i bisogni familiari. Il tema della conciliazione si conferma centrale anche dopo la maternità: tra le donne rientrate al lavoro dopo il congedo, una parte significativa segnala rigidità degli orari, cambiamenti peggiorativi di mansione o trattamenti discriminatori.
Lo studio evidenzia inoltre come le donne inattive risultino più esposte a fragilità economiche e relazionali: il 17% non ha accesso autonomo a un conto corrente personale (una quota molto più alta rispetto alle donne occupate che è del 6%) e partecipano meno ad attività sportive, culturali e sociali, con ricadute sul benessere e sul capitale sociale.
In tale contesto molte donne inattive, soprattutto giovani e qualificate, attribuiscono al lavoro un forte valore identitario, sociale e di realizzazione personale: oltre il 63% prenderebbe in considerazione un'occupazione, ma a precise condizioni: flessibilità oraria, retribuzione adeguata e coerenza con competenze e valori personali.
Per quanto riguarda la percezione che le donne hanno della rappresentazione del proprio lavoro, il 49% delle donne tra i 18 e i 34 anni dichiara di sentirsi influenzata soprattutto dai contenuti diffusi sui social media e dalle serie tv. Questo suggerisce la possibilità di sviluppare narrazioni più utili e orientative, capaci di accompagnare con maggiore consapevolezza i percorsi professionali.
Per quanto riguarda invece i media informativi possono contribuire in modo rilevante, dedicando più spazio alle esperienze reali, alle complessità quotidiane e ai temi legati alla conciliazione tra vita professionale, personale e familiare. Attualmente una donna su due si dichiara soddisfatta del modo in cui questi aspetti vengono trattati: un punto di partenza solido, che indica un margine di miglioramento concreto.
L'evento
Tali evidenze sono state presentate e discusse all'interno del convegno promosso da ACLI Lombardia dal titolo "Le ragioni dell'inattività femminile: comprendere per attivare", svoltosi il 20 maggio 2026 a Milano, e saranno ulteriormente presentate il 9 ottobre in occasione di una lezione aperta all'interno del corso di laurea in Comunicazione per l'Impresa, i Media e le Organizzazioni Complesse (CIMO) presso la sede centrale di Milano dell'Università Cattolica. Partendo dai dati della ricerca condotta dall'Osservatorio Opinion Leader 4 Future e da ACLI Lombardia, l'iniziativa si è posta l'obiettivo di far emergere la complessa interazione tra condizioni economiche, carichi di cura familiare e l'influenza che i modelli culturali trasmessi dai media esercitano sulle aspirazioni e sulla costruzione dell'identità professionale delle donne.
Più in dettaglio, nel corso dell'evento, rappresentanti delle istituzioni regionali e del mondo accademico, esponenti sindacali e professionisti del settore privato si sono confrontati in due tavole rotonde per tradurre i dati in proposte concrete. Il dibattito ha messo in luce la necessità di risposte sinergiche, con un focus particolare sul ruolo strategico della formazione professionale e delle politiche attive del lavoro per favorire l'occupazione femminile.
Nelle conclusioni del convegno, il presidente di ACLI Lombardia APS Martino Troncatti ha ribadito la necessità di affrontare il tema come una questione strutturale e collettiva.
"Le donne non sono un gruppo omogeneo e non esistono soluzioni valide per tutte. Servono politiche differenziate, capaci di sostenere la cura, accompagnare le transizioni lavorative e riconoscere le competenze e le biografie delle persone", ha dichiarato Troncatti, per poi sottolineare come il tema dell'inattività femminile riguardi "non solo la libertà e l'autonomia delle donne, ma anche la qualità del lavoro, la competitività delle imprese e la coesione delle comunità".
(Teleborsa) 21-07-2026 13:04