Pictet AM: mercati senza rifugio, l'impatto della crisi in Iran su asset allocation - PAROLA AL MERCATO
a cura della Strategy Unit di Pictet Asset Management (Il Sole 24 Ore Radiocor) - Milano, 18 apr - La guerra in Iran ha generato un forte stato di incertezza per gli investitori. Le dichiarazioni contrastanti dell'amministrazione statunitense stanno alimentando la volatilita' sui mercati, spingendoli rapidamente in direzioni opposte: prima si parla di negoziati con l'Iran per la riapertura dello Stretto di Hormuz, poi emergono segnali di un rafforzamento della presenza militare nella regione. Allo stesso modo, agli annunci di un'intensificazione dei bombardamenti fanno seguito indicazioni di una loro progressiva riduzione, rendendo il quadro ancora piu' incerto e difficile da interpretare.
Questa pero' non e' una novita': il presidente Trump e' solito invertire la rotta in risposta a una reazione negativa del mercato (da qui deriva l'ormai noto acronimo Taco, Trump Always Chickens Out). In questo contesto, qualunque ipotesi a lungo termine sul comportamento delle diverse asset class ha scarsa validita'. In tempi normali, gli sviluppi ribassisti per il mercato azionario tendono a sostenere quello obbligazionario. Questa volta, invece, entrambe le asset class si trovano in difficolta'.
A complicare ulteriormente le cose, le potenziali conseguenze della guerra non sembrano riflesse pienamente nel cosiddetto "indice della paura". Il Vix Volatility Index e' appena intorno a quota 25, un dato relativamente modesto vista la situazione. Non crediamo che sia possibile valutare con esattezza come o quando questo conflitto finira'; di conseguenza, assumiamo una posizione neutrale su tutte le principali asset class.
L'incertezza geopolitica ha gia' iniziato ad impattare negativamente sull'economia, come dimostrano i nostri indicatori del ciclo economico. I sondaggi condotti tra le aziende hanno iniziato a peggiorare poiche' i responsabili degli acquisti hanno ricalibrato le aspettative alla luce dell'aumento dei prezzi del petrolio, mentre i dati che monitoriamo suggeriscono che il mercato in generale e' troppo ottimista sull'economia Usa e troppo pessimista verso la maggior parte del resto del mondo.
In molti concordano che, essendo autosufficienti dal punto di vista energetico, gli Stati Uniti sono per lo piu' immuni dall'impennata dei prezzi del petrolio innescata dalla guerra in Iran. Ma si tratta di un errore di valutazione.
Innanzitutto, i prezzi del petrolio hanno valenza globale: il fatto che gli Stati Uniti siano in grado di coprire l'intera domanda non significa che non vedranno aumentare i prezzi della benzina e degli altri carburanti. Allo stesso tempo, l'economia statunitense era in rallentamento gia' prima dell'inizio del conflitto, con un tasso di risparmio molto basso e non sufficiente a sostenere la crescita. Ne risulta un aumento del rischio di stagflazione. Prevediamo che quest'anno l'inflazione statunitense si attestera' al 3,3% (rispetto alla previsione di consenso del 2,7%) e vediamo una crescita del 2,0%, contro aspettative di mercato piu' vicine al 2,5%.
E' probabile, invece, che l'Europa si dimostrera' piu' resiliente delle previsioni dei mercati, anche se l'area della valuta unica dipende dalle importazioni di petrolio.
Tuttavia, le economie europee sono meno dipendenti dal petrolio rispetto agli Stati Uniti, mentre una parte sostanziale del loro fabbisogno energetico e' coperta dalle energie rinnovabili. Anche i mercati emergenti sono piu' stabili di quanto non fossero nel 2022, ultima fase di forte rialzo dei prezzi del petrolio. Le nostre previsioni sul divario di crescita rispetto ai mercati sviluppati non sono cambiate in modo significativo e prevediamo che l'inflazione dei mercati emergenti rimarra' entro gli obiettivi delle banche centrali. Anche la Cina, il cui fabbisogno petrolifero passa per oltre il 25% dallo Stretto di Hormuz, si trova in una posizione relativamente sicura grazie alle sue consistenti riserve di petrolio.
I nostri indicatori di liquidita' mostrano un rallentamento del ciclo pluriennale di allentamento delle banche centrali globali. Gia' prima della crisi iraniana, eravamo del parere che la Federal Reserve non avesse bisogno di allentare la sua politica monetaria, nonostante la propensione della banca centrale ad un abbassamento dei tassi. Questa opinione non e' cambiata: la creazione di credito del settore privato statunitense rimane, infatti, solida.
La Cina resta una fonte di liquidita', con politiche monetarie piu' accomodanti e fiscali attive, mentre altrove prevale un orientamento piu' restrittivo. Alla luce dello shock petrolifero, non escludiamo che la BCE possa invertire rotta e tornare a inasprire la politica monetaria, soprattutto in presenza di misure di sostegno pubblico ai carburanti.
I nostri indicatori di valutazione hanno subito sbalzi significativi nel corso dello scorso mese, anche se l'assenza di segnali di valutazione estremi non offre prospettive utili. I timori inflazionistici creati dall'aumento dei prezzi del petrolio hanno spinto verso l'alto i rendimenti obbligazionari, lasciando i prezzi a un livello neutrale. Il recente sell-off azionario ha fatto si' che le azioni siano ora moderatamente costose, mentre le materie prime rimangono estremamente care.
I nostri indicatori tecnici delineano un quadro positivo per gli asset piu' rischiosi, con azioni sostenute da fattori stagionali e da un'inclinazione ribassista del posizionamento degli investitori. Sebbene i nostri indicatori relativi alle azioni statunitensi abbiano registrato un calo, non c'e' alcun segnale di cedimento del mercato. Gli investitori erano ben coperti all'arrivo di questa crisi, mentre gli investitori retail continuano ad acquistare sui ribassi.
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(RADIOCOR) 18-04-26 09:42:04 (0155) 5 NNNN