Intermonte: la geopolitica al centro dei mercati - PAROLA AL MERCATO
a cura del Team Advisory & Gestione di Intermonte (Il Sole 24 Ore Radiocor) - Milano, 18 gen - - L'inizio del 2026 e' segnato da un deciso ritorno della geopolitica al centro dello scenario globale, con gli Stati Uniti che rafforzano il proprio focus sull'emisfero occidentale. Il caso venezuelano, unito alle tensioni in Iran, ha effetti diretti sui mercati energetici e sul settore della difesa.
- Il progressivo indebolimento del mercato del lavoro Usa riduce la probabilita' di un imminente taglio dei tassi da parte della Fed. A questo si aggiungono le crescenti pressioni politiche sull'indipendenza della banca centrale statunitense e le incertezze legate a dazi, fattori che stanno sostenendo l'oro e penalizzando il dollaro.
- In Europa, l'inflazione sembra rientrare verso il target del 2%, mentre l'accordo di libero scambio Ue-Mercosur rafforza il posizionamento strategico dell'Unione su commercio e materie prime critiche. Sul fronte italiano, l'anno si apre con un forte successo delle emissioni di debito pubblico e uno spread contenuto, confermando l'elevato appetito degli investitori per i titoli periferici in un contesto di attenzione crescente ai dati macro e all'avvio della stagione delle trimestrali.
Il 2026 si apre in un contesto dominato dalla dimensione geopolitica. La National Security Strategy pubblicata dagli Stati Uniti nel mese di dicembre ha finora svolto il ruolo di chiave interpretativa per gli sviluppi piu' recenti, confermando il rinnovato focus strategico di Washington sull'emisfero occidentale. In quest'area e' inclusa anche la Groenlandia, dove gli Usa dispongono gia' di libero accesso militare e della possibilita' di costruire nuove basi, come previsto dal Greenland Defense Agreement del 1951.
Questo nuovo orientamento impresso alla politica estera statunitense emerge in modo ancora piu' marcato nell'estromissione del leader venezuelano Nicolas Maduro e nel rafforzamento, almeno per il momento, dell'influenza statunitense sul paese caraibico, manifestata principalmente attraverso il controllo dei flussi petroliferi in entrata e in uscita dal Venezuela. Ad oggi, sono state confiscate cinque petroliere, mentre oltre 29 milioni di barili di petrolio venezuelano sono fermi al largo delle coste di Caracas. E' bene ricordare che, nel 2025, oltre l'80% del petrolio venezuelano e' stato destinato alla Cina.
Sui mercati azionari, il comparto della Difesa ha beneficiato delle rinnovate tensioni geopolitiche. Il mercato sembra ritenere credibile una ripresa degli investimenti da parte delle oil companies statunitensi in Venezuela, vista la reazione positiva del settore energetico Usa. Tuttavia, le dichiarazioni incerte rilasciate dal Ceo di Exxon in merito all'effettiva investibilita' del Paese latino-americano sembrano mettere a rischio la partecipazione della societa' al piano di Trump.
L'impatto inizialmente negativo sul prezzo del petrolio, legato alle attese di una maggiore offerta futura, e' stato in parte mitigato dall'intensificarsi delle proteste in Iran, ufficialmente motivate dal crollo della valuta domestica e dal peggioramento delle condizioni economiche della popolazione. La produzione iraniana, pari a circa 3 milioni di barili al giorno, e' anch'essa in larga parte destinata alla Cina. Secondo diverse fonti e alla luce delle dichiarazioni dello stesso presidente Usa, si ipotizza un possibile intervento congiunto di Stati Uniti e Israele nel Paese. Tuttavia, l'operazione mirata condotta in Venezuela rende piu' probabile un atteggiamento di maggior cautela da parte dell'amministrazione Usa rispetto ad un nuovo intervento in Medio Oriente, storicamente poco remunerativo e potenzialmente molto rischioso in caso di imprevisti.
Non bisogna dimenticare che quest'anno ci saranno le elezioni di mid term, un appuntamento importante e che si concentrera' in larga misura sull'accessibilita' a beni e servizi ormai sempre piu' costosi. Cio' avviene in un contesto in cui il mercato del lavoro statunitense, nel mese di dicembre, ha creato 50.000 posti di lavoro nel comparto non agricolo, a fronte pero' di una revisione negativa complessiva di 76.000 posti per i mesi di ottobre e novembre. Il dato e' inferiore alle attese, che indicavano un incremento di circa 100.000 unita'. Il tasso di disoccupazione e' sceso dal 4,5% al 4,4%, ma all'interno di un quadro caratterizzato da un lieve calo del tasso di partecipazione. Nel complesso, questi dati delineano un progressivo, ma non drammatico, indebolimento del mercato del lavoro che agli occhi dei mercati non giustificano un ulteriore taglio dei tassi da parte della Fed nella riunione del prossimo 28 gennaio.
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(RADIOCOR) 18-01-26 16:11:17 (0377) 5 NNNN
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