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DPAM: petrolio e geopolitica, perche' i mercati scommettono su una crisi di breve durata - PAROLA AL MERCATO

di Bruno Lamoral* (Il Sole 24 Ore Radiocor) - Milano, 12 apr - Un lembo d'acqua appena piu' ampio del vostro tragitto giornaliero medio trasporta un barile di petrolio ogni cinque consumati a livello globale. Lo scorso mese si e' concretizzato uno scenario che gli esperti avevano a lungo ritenuto un suicidio economico e politico per l'Iran: il numero di navi in transito attraverso lo Stretto di Hormuz e' crollato da circa 100 al giorno a una decina. Sebbene l'Agenzia Internazionale dell'Energia definisca l'evento come "la piu' grande interruzione dell'offerta nella storia del mercato petrolifero globale", la reazione iniziale dei mercati, relativamente contenuta, e la marcata backwardation della curva forward del petrolio indicano che gli investitori considerano lo shock acuto, ma in ultima analisi di breve durata.

Petrolio e gas rappresentano meno di un terzo del mix energetico primario cinese e il Paese ha accumulato considerevoli riserve strategiche di greggio che si stima possano coprire almeno cinque mesi di consumo. Inoltre, le persistenti pressioni deflazionistiche in Cina offrono ai decisori politici il tempo di osservare con una certa tranquillita' come Washington stia, ancora una volta, minando la propria credibilita' come partner affidabile, esercitando enormi pressioni su alleati come Europa, Giappone e Corea del Sud. Al contempo, gli USA stanno potenzialmente mettendo sotto pressione il sistema del petrodollaro, dato che sembra che l'Iran prediliga il trasporto di petrolio denominato in yuan. In questo contesto, la Cina mostra scarso interesse per un intervento deciso, limitando la propria risposta a richieste di riapertura dello Stretto e alla condanna delle azioni statunitensi.

A un mese dall'inizio del conflitto, e' evidente che indebolire un regime richieda molto piu' che decapitarne la leadership e colpirne le infrastrutture. Il passaggio a una guerra incentrata sui droni gioca a favore di uno Stato piccolo come l'Iran, poiche' abbassa i costi delle operazioni offensive, senza ridurre quelli da sostenere per mantenere i sistemi difensivi. Spesso viene anche trascurata l'elevata tolleranza dell'Iran per le sofferenze economiche e le perdite umane, come dimostrato dalla guerra Iran-Iraq.

Inoltre, il conflitto e' profondamente impopolare tra gli americani, specialmente rispetto a precedenti azioni militari. Con l'avvicinarsi delle elezioni di meta' mandato, ci si potrebbe chiedere che fine abbiano fatto le promesse elettorali su una bassa inflazione e l'impegno a evitare l'impiego massiccio di fondi pubblici in guerre infinite. In questo scenario, riteniamo meno probabile che il conflitto si concluda con una capitolazione totale dell'Iran o un intervento esterno della Cina, quanto piuttosto con la firma di un accordo mediato dagli Stati Uniti che possa essere presentato internamente come un successo strategico. Gli Stati Uniti stanno chiaramente cercando una via d'uscita, ma rimane il rischio che, nel breve termine, si assista a un'ulteriore escalation prima di una distensione. Trump sta infatti portando avanti una doppia strategia: da un lato posticipa i termini per la riapertura di Hormuz da parte dell'Iran, dall'altro rafforza la presenza militare nella regione per aumentare il peso contrattuale di Washington e tenersi pronto a ogni evenienza qualora il dialogo dovesse fallire.

Anche in caso di risoluzione, il ritorno alla normalita' richiedera' mesi piu' che settimane. I danni alle infrastrutture critiche, probabilmente piu' profondi di quanto dichiarato ufficialmente, alimentano infatti le previsioni di un periodo prolungato di prezzi elevati.

Sebbene si tenda a tracciare parallelismi con lo shock dell'offerta del 2022, il contesto attuale appare differente.

Quella crisi si scateno' in una fase di rincari gia' avviati per petrolio e gas, aggravati dai limiti della capacita' nucleare francese e dalla carenza di energia idroelettrica dovuta alla siccita', il tutto amplificato da una forte spinta della domanda post-pandemia. Al contrario, quest'anno i prezzi energetici sono partiti da livelli relativamente bassi, mentre il ciclo economico europeo resta piu' debole, riducendo i rischi di effetti di secondo impatto sull'inflazione rispetto al 2022.

La storia insegna che vendere spinti dal panico durante le crisi geopolitiche e' quasi sempre un errore. La natura stessa di questi eventi li rende estremamente complessi da decifrare, rendendo di fatto impossibile stabilire con precisione quando ridurre il rischio o quando rientrare sul mercato. Strategie come il buy the dip funzionano solitamente quando il mercato ha gia' scontato i danni economici, ma l'incertezza attuale sulla durata del conflitto e sulla tenuta delle infrastrutture critiche e' ancora troppo alta per stime attendibili. Di fronte a rischi estremi cosi' concreti, mantenere un atteggiamento prudente appare oggi la scelta piu' saggia.

*Portfolio Manager Institutional Mandates di DPAM.

Red-

(RADIOCOR) 12-04-26 10:01:25 (0139) 5 NNNN

 


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