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DPAM: petrolio e geopolitica, perche' i mercati scommettono su una crisi di breve durata - PAROLA AL MERCATO -2-

(Il Sole 24 Ore Radiocor) - Milano, 12 apr - Sul fronte del reddito fisso, avevamo gia' iniziato a ridurre il nostro sovrappeso sulla duration a febbraio, ritenendo che il rally dei tassi di inizio anno non fosse giustificato da cambiamenti sostanziali dei fondamentali macroeconomici. Nel corso di marzo ci siamo spostati ulteriormente verso una posizione neutrale sulla duration, in un contesto in cui il sentiment obbligazionario e' rapidamente virato dalla ricerca di beni rifugio ai timori per l'inflazione.

Parallelamente, abbiamo ridotto l'esposizione alla duration anche nel comparto azionario, alleggerendo la nostra presenza nel settore immobiliare europeo quotato. Questi aggiustamenti hanno portato il nostro posizionamento complessivo sulle attivita' a rischio vicino alla neutralita'; i proventi sono stati mantenuti in liquidita', pronti per essere reinvestiti non appena il quadro di mercato diventera' piu' chiaro. A livello geografico, abbiamo confermato il sovrappeso sulle azioni statunitensi e il sottopeso su quelle europee, data la loro differente sensibilita' al rincaro dei prezzi energetici. Per quanto riguarda i mercati emergenti, infine, abbiamo spostato il sovrappeso dai titoli tecnologici cinesi verso un'esposizione piu' ampia e diversificata all'intera area.

Prima degli attacchi, l'oro ha registrato un rally significativo raggiungendo i 5.417 dollari. Sebbene il rialzo sia stato in parte sostenuto da acquisti a lungo termine, l'aumento dei flussi speculativi ne ha accentuato la vulnerabilita' a possibili correzioni. Per questo motivo, abbiamo realizzato una parziale presa di profitto riducendo la nostra posizione. Si e' trattata di una scelta tempestiva, considerato che a marzo l'oro ha garantito una diversificazione limitata. Ciononostante, manteniamo una visione strutturalmente positiva sul metallo prezioso.

Al netto dei flussi via oleodotto e dei rilasci di scorte, il mercato sconta un deficit di circa 10 milioni di barili al giorno rispetto ai livelli pre-attacco. Se lo Stretto restasse chiuso fino a fine aprile, l'attuale ritmo di esaurimento delle riserve potrebbe spingere i prezzi verso i 160 dollari al barile. Le ripercussioni superano tuttavia i confini di greggio e gas. I crack spread sono gia' in forte ascesa, soprattutto sui mercati del diesel e del cherosene.

La crisi investe anche il comparto petrolchimico e dei fertilizzanti, dove la produzione di ammoniaca e urea e' strettamente legata al gas naturale, mentre le carenze di elio minacciano la manifattura di semiconduttori.

Questo shock sistemico alimenta il rischio di effetti inflazionistici di secondo round, limitando la capacita' delle obbligazioni di agire come bene rifugio. In caso di blocco prolungato, l'inflazione potrebbe trasformarsi in un freno alla crescita attraverso la distruzione della domanda.

Le banche centrali si troverebbero cosi' in una posizione critica, costrette a gestire il complesso compromesso politico imposto da una deriva stagflazionistica.

Tuttavia, nel nostro scenario base di un'interruzione di breve durata, i prezzi del petrolio tenderebbero a stabilizzarsi gradualmente verso gli 80 dollari una volta riaperto lo Stretto di Hormuz. In questa eventualita', l'impatto macroeconomico risulterebbe gestibile, permettendo agli Stati Uniti di riprendere un percorso di crescita disinflazionistica e all'Europa di scongiurare la recessione.

Sia la Fed che la BCE dispongono del tempo necessario per monitorare l'evoluzione della situazione prima delle riunioni di fine aprile, mantenendo per il momento un approccio prudente di attesa. Trattandosi di uno shock dell'offerta piuttosto che di un'inflazione trainata dalla domanda, riteniamo che i decisori politici sarebbero in ultima analisi meno inclini a inasprire ulteriormente la politica monetaria per contrastare un'inflazione che non possono controllare direttamente.

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(RADIOCOR) 12-04-26 10:15:37 (0142) 5 NNNN

 


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