Pensioni: svalutazione dietro l’angolo

Perdono valore le pensioni del futuro



FTAOnline News, Milano, 08 Mag 2009 - 13:17

Sebbene non sia messa in dubbio la solidità del sistema previdenziale, grazie all'allungamento tendenziale della vita lavorativa e all'ingresso di un esercito di immigrati nel mercato del lavoro, il futuro pensionistico delle nuove generazioni non è dei più rosei. A erodere gli assegni previdenziali si prospetta infatti la svalutazione dei compensi.

Secondo un corposo studio voluto ed elaborato dal Cnel e dal Cer la nostra previdenza da ora al 2050 subirà notevoli cambiamenti.

Durante il lasso di tempo analizzato - visto il pieno passaggio che intanto si realizzerà fra sistema retributivo e contributivo - la tenuta dei conti dovrebbe restare salda: messa in rapporto con il Pil continuerà a crescere fino al 2010, ma poi finirà per l'assestarsi fra il 13,6 e il 14 per cento. Ciò sarà possibile non solo grazie al fatto che lavoreremo e produrremo di più (lo studio dimostra, tra l'altro, che a titolo di studio più alto corrisponde una vita più lunga), ma soprattutto perché l'assegno previdenziale sarà drammaticamente più basso se riferito all'ultimo stipendio percepito. E messo in rapporto con la media dei salari il suo valore andrà affievolendosi.

Svalutazione in cifre

Se oggi chi si avvale del sistema retributivo va in pensione con il 67 per cento dello stipendio, chi lascerà il lavoro fra il 2020 e il 2030 avrà un assegno tarato sul 62 per cento dell'ultima retribuzione (considerando un lavoratore dipendente). Chi lo farà nel decennio successivo invece partirà da una base del 55 per cento, chi ancora lascerà il lavoro fra il 2040 e il 2050 solo del 48. Ciò vorrà dire - per poter godere dello stesso livello di partenza dei padri - dovrà rispettivamente lavorare un anno in più, tre anni in più e cinque anni e mezzo in più (che si aggiungerebbero al 61 anni considerati età minima pensionabile).

Ad aggravare la situazione previdenziale del futuro anche il fatto che essendo l'assegno  indicizzato alle pensioni, ma non al Pil, diventeremo via via più poveri. Chi andrà in pensione nel 2024 (più o meno i quasi cinquantenni di oggi) potrà contare su un assegno che - rapportato alla media dei salari - varrà il 57 per cento. Ma vent'anni dopo la sua rendita corrisponderà solo al 37 per cento di quello che sarà il salario medio. Niente di inatteso in realtà:

"Questo quadro nasce dalle riforme Amato e Dini" spiega Carlo Mazzaferro, professore di Scienza delle Finanze all'Università di Bolonga. Certo i giovani di adesso cominceranno a lavorare più tardi e vivranno di più, ma la loro pensione sarà a serio rischio povertà, integrazioni a parte.

Giovani di oggi e pensionati di domani

Il ragionamento tracciato dal rapporto porta ad una logica conseguenza: i giovani che cominciano a lavorare oggi dovranno aspettare per andare in pensione circa cinque anni in più dei loro genitori se vogliono mantenere lo stesso livello di vita. Per compensare il calo del tasso di sostituzione della pensione nel 2045 (dal 66,5% attuale al 48,4% dello stipendio per gli uomini dipendenti del settore privato e dal 54,2% al 36,5% per le donne) sarà necessario lavorare molto più a lungo.

Se si tiene conto del prelievo fiscale e contributivo su salari e pensioni la riduzione del tasso di sostituzione comunque - precisa il Rapporto - viene parzialmente ridimensionata con un calo per gli uomini dal 77,4% al 63,2% e per le donne dal 66,9% al 54,8%.

Spesa

Il rapporto affronta anche il tema della spesa pensionistica in rapporto al Pil con una stima di crescita fino al 2010 e un andamento stabile tra il 2010 e il 2040 tra il 13,6% e il 14% del prodotto interno lordo, soprattutto grazie all'andamento a regime del sistema contributivo. Dopo il 2015 l'importo medio delle nuove pensioni liquidate in rapporto al Pil pro capite passa dal 23% al 18% mentre l'età media di pensionamento passa da 60 a 63 anni per gli uomini e da 59 a 61 per le donne.

 

 

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