Pensioni all’italiana: è condanna dall’Europa

Lontano dalla legislazione europea per discriminazione di genere il sistema pensionistico italiano, riceve una sonora condanna dal Lussemburgo.



FTAOnline News, Milano, 17 Dic 2008 - 08:54

A decretare l’iniquità del sistema previdenziale nostrano è la Corte di giustizia europea che denuncia la discriminatorietà del regime pensionistico per i dipendenti pubblici.

Stando ad una decisione della Corte infatti sarebbe contrario al diritto comunitario stabilire due soglie di pensionabilità diverse per uomini e donne. L’attuale legislazione italiana prevede infatti per i dipendenti pubblici uomini la pensione di anzianità a 65 anni, mentre per le donne a 60. 

Parità di pensione

Pronunciandosi sulla base di un ricorso della Commissione europea i giudici di Lussemburgo hanno spiegato che “mantenendo in vigore una normativa in forza della quale i dipendenti pubblici hanno diritto a percepire la pensione di vecchiaia a età diverse a seconda che siano uomini o donne, la Repubblica italiana è venuta meno agli obblighi di cui all'art. 141 del Trattato”. Cioè il  principio della parità di retribuzione tra lavoratori di sesso maschile e quelli di sesso femminile per uno stesso lavoro o per un lavoro di pari valore.

In Italia, ricorda la Corte, “i dipendenti pubblici hanno diritto alla pensione di vecchiaia nell'ambito del regime gestito dall'Inpdad alla stessa età prevista dal sistema pensionistico gestito dall'Istituto nazionale della previdenza sociale per le categorie generali di lavoratori: 60 anni per le donne e 65 per gli uomini”. Tale regime è stato considerato dall’esecutivo Ue discriminatorio e violante il principio di parità di trattamento.

Il sistema italiano

In Italia la pensione viene attualmente calcolata sulla base degli anni di servizio prestati e in base all'ultimo stipendio del dipendente pubblico. Se le donne vanno in pensione cinque anni prima degli uomini – dice la Corte –  le si condanna inevitabilmente a percepire una pensione inferiore.

L’Italia aveva provato a svicolare, argomentando che  la fissazione di un'età diversa a seconda del sesso fosse proprio giustificata dall’obiettivo di eliminare discriminazioni a danno delle donne. La Corte non ha abboccato e ha risposto che andare in pensione prima “non compensa  affatto gli svantaggi ai quali sono esposte le carriere dei dipendenti pubblici donne e non le aiuta nella loro vita professionale.

Una decisione davvero opportuna, commenta la sociologa Chiara Saraceno: "Sono assolutamente d'accordo con quanto stabilito dalla sentenza della Corte di Giustizia Europea, l'ho detto anche in pubblico, provocando reazioni non sempre positive. L'Italia è rimasta tra i pochi paesi a mantenere questa discriminazione. Certo, è vero che bisogna equiparare l'età della pensione, a maggior ragione nel privato, non solo nel pubblico, ma bisogna anche riconoscere a quanti si occupano della cura dei piccoli e delle persone non autosufficienti perlomeno i contributi figurativi, oltre che venir loro incontro con servizi adeguati".

 

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