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Lavoro

Lavoro: per i giovani conta ancora il posto fisso


12 Giu 2013 - 12:14

Più della metà dei giovani italiani sogna il posto fisso da dipendente ma una buona percentuale aspira anche a fare il libero professionista e l’imprenditore. E’ quanto emerge da una analisi Coldiretti/Swg che evidenzia un tendenziale cambiamento nell’atteggiamento dei giovani rispetto al lavoro.

I giovani sognano il posto fisso
Quando si tratta di lavoro i giovani italiani sembrano avere le idee chiare.
Nel dettaglio, il 54% dei giovani sogna di avere un posto fisso da dipendente ma c’è anche chi vuole fare l’imprenditore (30%) e il libero professionista (13%).

Dall’analisi emerge poi un sostanziale cambiamento nell’atteggiamento dei giovani rispetto al lavoro.
Il 38% dei giovani dichiara, infatti, che preferirebbe gestire un agriturismo piuttosto che lavorare per una multinazionale (28%) o fare l’impiegato in banca (26%) per il semplice fatto che le due occupazioni menzionate da un lato non garantiscono più il posto fisso mentre dall’altro lato sono lavori che comportano attività assai ripetitive.

Giovani e insoddisfatti
Un elemento che traspare anche dall’elevato grado di insoddisfazione che caratterizza i giovani occupati che per il 36% dei casi non sono contenti del proprio lavoro, che risulta poco appagante dal punto di vista economico per 3 insoddisfatti su 4 e privo di prospettive di crescita professionale per 1 su 3. Il risultato - conclude la Coldiretti - è che ben il 77% dei giovani occupati pensa di cambiare lavoro.

Quando il posto fisso non è più una garanzia
Secondo un’inchiesta condotta da Walter Passerini e Mario Vavassori “Senza soldi. Sottopagati, disoccupati, precari” purtroppo però anche il posto fisso non è più una garanzia. Infatti lo stipendio è talmente basso che non è sufficiente a ricoprire le esigenze di una famiglia. E così cresce in Italia il fenomeno dei “working poor”, persone che hanno un reddito (relativamente) sicuro, ma è troppo basso per garantire una vita dignitosa. Colpa di stipendi inferiori rispetto agli altri paesi europei, mala gestione del passaggio all’euro, costo del lavoro, disuguaglianze crescenti.

Secondo gli autori, il problema resta il binomio tra una tassazione altissima (47,6 per cento nel 2011, con un fiscal drag che si “mangia” eventuali aumenti), e stipendi molto bassi: in media 19.150 euro, contro i 29.677 del Regno Unito, 25.128 della Germania, 22.677 della Francia, 21.111 della Spagna (in pratica, un italiano guadagna 1900 euro, contro 2600 della Germania, 2950, nel Regno Unito, 270 in Norvegia, 3050 in Svizzera).

Il colpevole principale resta, però, soprattutto, un’inflazione che – a causa anche di un mal gestito passaggio all’euro – ha annullato l’aumento delle buste paga. Che sono cresciute negli ultimi dieci anni (+122,2% per gli operai, 123,6 per gli impiegati, 129 per i quadri, 121,3 per i dirigenti), ma solo a livello nominale, visto che i prezzi di beni e servizi sono aumentati del 133,1%.

Come se ne esce? Gli autori non hanno dubbi. “Se i salari sono bassi, anche i consumi ne risentono, in una pericolosa spirale al ribasso. Il rapporto debito Pil va attaccato e rimosso agendo sulla crescita”. Per questo c’è bisogno di una vera e propria battaglia culturale a favore del lavoro in tutte le sue forme. Occorre poi abbassare gli oneri fiscali e contributivi, ma soprattutto vincere la sfida della produttività e insieme quella del merito.
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