Cookie
Su questo sito utilizziamo cookie tecnici e, previo tuo consenso, cookie di profilazione di terze parti per proporti pubblicità e servizi in linea con le tue preferenze. Per maggiori informazioni, ti invitiamo a consultare la nostra cookie policy. Cliccando su “Continua” o proseguendo nella navigazione acconsenti all’utilizzo di tali cookie.
 
Lavoro

Retribuzioni: un “genere” di disparità


Cause e numeri della discriminazione salariale in Italia.


FTAOnline, Milano 03 Feb 2009 - 09:58

Retaggio di un mercato del lavoro obsoleto e poco flessibile, la disparità di genere sulle retribuzioni si trascina ancora oggi nei corridoi di uffici e fabbriche. Vuoi perché occupate a tempo pieno su diversi fronti vuoi perché prestano lavoro nei settori professionali meno retribuiti, le donne stentano a pareggiare il conto con i propri colleghi sul fronte retributivo.

Dati alla mano

Secondo il Global Gender Gap Report del 2008, cioè lo studio del World Economic Forum sulle diversità tra uomini e donne, il nostro Paese si collocherebbe al 67° posto della scala 2pari opportunità”.

In recupero rispetto all'85° del 2007, ma sempre sideralmente lontani dalla Norvegia (prima), dalla Germania (11° posto), dal Regno Unito (13°) e dalla Francia (15°),mentre ci batterebbe addirittura il Botswana. Nel paragone mondiale non sono messi bene nemmeno gli Stati Uniti, al 27° posto. Ma il nuovo presidente Barak Obama ha affrontato di petto la questione: la prima legge firmata è quella sulla parità salariale.

Passato illustre

Precursore dei tempi il Bel Paese aveva già firmato nel 77 un provvedimento a favore della parità salariale, che portava la firma del Ministro del Lavoro Tina Anselmi. Legge approvata, ma mai realizzata. Basta leggere le tabelle, delle più diverse fonti, per averne la conferma (i numeri divergono per differenti modalità di calcolo): secondo i dati Eurostat il differenziale è del 9%, ma sale al 16% secondo l'Eurispes, al 23% in un'indagine sulla famiglia della Banca d'Italia e al 26,8% secondo un'elaborazione Ugl su dati Istat.

Le cause della disparità

Secondo il capo di dipartimento del ministero delle Pari opportunità Isabella Rauti, la presenza dei figli penalizzerebbe di oltre un terzo la busta paga delle donne: gli impegni familiari, secondo l'Istat, pesano per il 70% su di loro, anche se gli uomini partecipano di più rispetto al passato.

Non c'è tempo per gli straordinari, niente premi aziendali legati alla presenza, pochissimi benefit. Una situazione analoga nell'industria e nel pubblico impiego. A leggere i numeri elaborati da Iper Ugl su dati Unioncamere, le differenze più forti riguardano gli operai specializzati (-20,8% per le donne). Il divario è molto forte nelle professioni intellettuali- scientifiche (-18,8%) e nelle professioni tecniche (-17,7%).

Quando il settore non “paga”

Una seconda non meno rilevante motivazione riguarda la concentrazione delle lavoratrici in settori meno redditizi. Alcuni attribuiscono il fenomeno a cause culturali. Tradizionalmente il lavoro della donna è stato una sorta di prosecuzione di quello a casa: nell'istruzione la loro presenza arriva al 77%, mentre sono oltre il 60% nel servizio sanitario nazionale. Negli uffici del pubblico impiego sono la maggioranza, il 54,7%. E anche se aumenta il numero delle laureate, le donne manager in Italia sono appena il 23,3% del totale, dato che scende al 10% nell'industria privata.

 

 

 


Borsa Italiana non ha responsabilità per il contenuto del sito a cui sta per accedere e non ha responsabilità per le informazioni contenute.

Accedendo a questo link, Borsa Italiana non intende sollecitare acquisti o offerte in alcun paese da parte di nessuno.

Sarai automaticamente diretto al link in cinque secondi.