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Lavoro

I "perché" della delocalizzazione


Come cambia la geografia del lavoro con le strategie di outsourcing


FTAOnline 30 Dic 2010 - 15:42

A far riflettere l’opinione pubblica sulla crisi del lavoro in atto in Europa, ancora una volta, il caso Fiat. La scarsa redditività degli stabilimenti italiani e la conseguente necessità delle delocalizzazioni hanno sollevato polveroni di critiche sulla gestione delle risorse. L’inadeguatezza delle legislazioni nazionali ed internazionali in materia dei diritti dei lavoratori funge ancora una volta da detonatore ad una materia altamente infiammabile.

Timeline della delocalizzazione

La corsa alla delocalizzazione è iniziata tra fine anni Ottanta e inizio Novanta e le cause principali sono state, da un lato la progressiva liberalizzazione del commercio, dall’altro la crescente concorrenza dei Paesi emergenti. Per quanto riguarda l’Italia, il fenomeno ha evidenziato un’impennata decisiva tra il 2001 e il 2006. In questo arco di tempo, secondo uno studio Istat, il 9,9% delle imprese industriali italiane con almeno 50 lavoratori ha trasferito all’estero attività o funzioni precedentemente realizzate in Italia.

Pregiudizi

A spingere gli imprenditori verso nuove realtà produttive, secondo la credenza comune, sarebbero l’eccessiva regolamentazione dei mercati, l’elevato onere burocratico, l’elevata imposizione fiscale e, più in generale, la peggiore ‘qualità delle istituzioni’ del Paese dal quale le imprese migrano. Questa logica non trova però riscontri empirici considerato che, un paese istituzionalmente solido come la Germania ha de localizzato più della stessa Italia.

Anche l’argomentazione salariale decade, almeno parzialmente, in considerazione del fatto che il nostro Paese ha sperimentato negli ultimi anni una significativa accelerazione delle politiche di deregolamentazione del mercato del lavoro (e nel quale i salari medi sono fra i più bassi in ambito europeo), pur continuando a vivere un’intensificazione dei processi di delocalizzazione in uscita, con ben scarsi flussi in entrata.

Fattori determinanti

Alla base delle logiche di investimento produttivo però ci sono alcuni fattori spesso sottovalutati, quali l’incentivazione pubblica per l’attrazione di investimenti e la ricerca di nuovi mercati di sbocco.

Che la quantità e qualità delle delocalizzazioni sia significativamente influenzata dall’erogazione di finanziamenti per l’attrazione di investimenti nel Paese ospitante è facilmente riscontrabile nel caso della Serbia.  Con il Decreto 70/2008 della repubblica serba è stato stanziato un fondo specificamente destinato a questo fine, con la clausola che – per l’erogazione di finanziamenti – occorre tener conto in primis della quotazione in borsa dell’impresa e della sua capacità di trasferire “alte tecnologie” (art.13). Questo dispositivo costituisce una spinta rilevante, per le grandi imprese, a lasciare nei Paesi d’origine le filiere di produzione a bassa intensità tecnologica e, conseguentemente, ad occupare prevalentemente lavoratori con basse competenze o sottoccupati. Ovvero, di norma, lavoratori ai quali viene somministrato un contratto di lavoro a tempo determinato.

La precarietà dei lavoratori in questo senso può favorire il ricorso alla delocalizzazione fornendo un vincolo in meno all’imprenditore di turno.

La delocalizzazione della produzione e dei servizi contribuisce alla creazione di nuove opportunità di lavoro nei Paesi in via di sviluppo e ad incrementi nei volumi delle esportazioni verso gli stessi. Oltre ai paesi finora coinvolti in questo processo, ci sono buone prospettive di estendere il fenomeno anche ad altre aree che possano trarne gli stessi benefici a patto che ci siano buone combinazioni di costi, manodopera e infrastrutture.

Effetti perversi sul mondo del lavoro

La piena mobilità di persone e capitali su suolo europeo ha certamente favorito la concorrenzialità della forza lavoro a scapito però dei diritti dei lavoratori stabiliti a livello nazionale. La concorrenza al ribasso dei salari ha peggiorato le condizioni dei lavoratori “occidentali”, ingenerando una spirale perversa di ristagno della domanda aggregata interna (a causa della contrazione della domanda di beni di consumo) e dell’occupazione.

Tra le conseguenze “peggiorative” della esternalizzazione produttiva vanno anche considerate la perdita di know how e crescita economica interna.


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