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Pgim: dieci cose sull'Iran - PAROLA AL MERCATO

di Daleep Singh * (Il Sole 24 Ore Radiocor) - Milano, 04 mar - E' ancora presto e molto rimane sconosciuto. Ma e' accaduto abbastanza per delineare i contorni del rischio - e la forma della distribuzione - che la geopolitica e i mercati dovranno affrontare all'indomani della guerra in Iran.

1/ Gli Stati Uniti e Israele hanno adottato una strategia massimalista con un attacco mirato ad alto rischio e alto rendimento. Dal punto di vista tattico, sembra aver avuto grande successo. Secondo quanto riferito, quasi cinquanta membri dell'alta dirigenza iraniana, compreso la Guida Suprema, sono stati uccisi o resi inoffensivi nella prima ondata. Qualunque cosa accada in seguito, non ci dovrebbero essere dubbi sulla schiacciante superiorita' delle capacita' di intelligence, sorveglianza e attacco degli Stati Uniti e di Israele.

2/ Dal punto di vista strategico, tuttavia, ci troviamo in un vuoto. Abbiamo sentito formulazioni contrastanti sul risultato finale desiderato. Si tratta di un cambio di regime? Di creare le condizioni per un cambio di regime? O di indebolire ulteriormente le capacita' nucleari e la catena di approvvigionamento delle munizioni dell'Iran? Si tratta di obiettivi molto diversi tra loro, con strategie di uscita molto diverse e implicazioni strategiche e finanziarie molto diverse. Se l'obiettivo si colloca all'estremita' piu' ambiziosa di questo spettro, mi annovero tra coloro che sono scettici sul fatto che un cambio di regime possa essere ottenuto attraverso una campagna aerea, per quanto spettacolare, di durata limitata.

3/ In questo contesto, tutto cio' che possiamo affermare con certezza e' che le fasce di incertezza si sono ampliate notevolmente per entrambe le estremita' della distribuzione di probabilita'. La gamma di risultati plausibili si e' ampliata fino a includere sia la possibilita' di una risoluzione eccezionalmente costruttiva sia quella di una risoluzione altamente distruttiva. Ai mercati viene chiesto di prezzare una serie di scenari molto piu' ampia, con pochissime informazioni affidabili sulla probabilita' di ciascuno di essi o sul percorso intermedio.

Il fattore determinante e' se l'Iran riuscira' a trasformare un conflitto localizzato in uno shock sistemico, interrompendo i flussi fisici di energia o espandendo il conflitto orizzontalmente attraverso proxy, operazioni informatiche o attacchi alle infrastrutture regionali.

4/ Per essere chiari, lo scenario positivo - una sorta di 'rinascita persiana' - sarebbe senza precedenti. L'Iran potrebbe essere sul punto di sostituire un regime brutalmente repressivo che ha terrorizzato il proprio popolo e destabilizzato la regione per quasi mezzo secolo. I vantaggi sarebbero enormi: aiuti umanitari per il popolo iraniano, una significativa riduzione del rischio di conflitti regionali e un sostanziale ridisegno della mappa strategica globale.

L'eliminazione dell'Iran come forza destabilizzante consentirebbe agli Stati Uniti di concentrare le risorse sull'Asia, la loro principale sfida strategica a lungo termine, consolidando ulteriormente il controllo sull'approvvigionamento energetico globale. Gli Stati Uniti, il Canada, il Messico, il Venezuela e l'Iran rappresentano insieme circa un terzo della produzione mondiale di petrolio e una quota ancora maggiore della capacita' di riserva e delle riserve. Per quanto riguarda i mercati, e' importante sottolineare che questo risultato era difficilmente ipotizzabile solo una settimana fa. Se dovesse concretizzarsi, ne deriverebbe un forte rally.

5/ Ma per realizzare questo risultato allettante e' necessario un piano di esecuzione credibile dopo la fine dei bombardamenti. Cio' significa una strategia a sostegno di una transizione pacifica verso un regime in grado di unificare e stabilizzare il Paese su un percorso di moderazione. Questo e' molto piu' facile a dirsi che a farsi, per diversi motivi.

In primo luogo, e' dubbio che il modello venezuelano sia trasferibile all'Iran. Il suo sistema di governo e' piu' decentralizzato, piu' radicato ideologicamente e progettato esplicitamente per sopravvivere alla decapitazione. Il regime ha costruito livelli di ridondanza in un vasto complesso militare-industriale proprio per questo momento. In secondo luogo, non e' affatto scontato che una figura simile a Delcy emerga dalle macerie per guidare un regime di successione. E in terzo luogo, i risultati ottenuti dagli Stati Uniti nella ricostruzione nazionale in Medio Oriente, o in qualsiasi altro luogo, sono, nella migliore delle ipotesi, contrastanti. Ritengo quindi che le probabilita' di una transizione di leadership riuscita non superino il 25%.

6/ Restano quindi altri due scenari. Il primo e' il mio caso base: 'Noi l'abbiamo rotto, voi lo riparate'. In questo scenario, gli Stati Uniti e Israele riescono a rovesciare l'attuale regime - non c'e' dubbio che dispongano della superiorita' militare per farlo - ma non sono politicamente disposti o in grado di impegnare le risorse e assumersi i rischi necessari per guidare una transizione duratura. Il risultato e' un prolungato pantano di fazioni che coinvolge i resti dell'Irgc, elementi dell'esercito regolare e gruppi etnici e regionali rivali.

In questo scenario, l'impatto sul mercato che abbiamo visto finora probabilmente si attenuerebbe, poiche' il conflitto sarebbe sempre piu' considerato come localizzato. Cio' sarebbe particolarmente vero se gli Stati Uniti e l'Iea fossero disposti a rilasciare petrolio dalle riserve strategiche e l'Opec continuasse ad aumentare l'offerta secondo necessita' per evitare un aumento sostenuto del Brent. Anche in questo caso, tale esito eserciterebbe probabilmente un impulso negativo modesto ma persistente sugli asset rischiosi, poiche' i mercati dovrebbero comunque valutare i pericoli di un Iran destabilizzato alle porte del punto nevralgico energetico piu' sensibile al mondo.

Attribuisco a questo scenario una probabilita' del 50%.

* Chief Global Economist di Pgim.

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(RADIOCOR) 04-03-26 13:45:45 (0463) 5 NNNN

 


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