Parte prima |
Parte Seconda |
Parte terza
Avevamo già parlato delle principali componenti del prezzo di un’opzione: il valore intrinseco ed il valore temporale. Tuttavia nel precedente articolo ci eravamo limitati a descrivere queste dinamiche in un mondo “perfetto” senza tenere conto, per motivi di semplicità, di altri elementi molto importanti quali l’effetto dei dividendi e dei tassi di interesse.
Le opzioni in un certo senso sono alternative al detenere posizioni lunghe o corte sul sottostante: ad esempio un portafoglio costituito da una posizione lunga su call e da una posizione corta su put con identico prezzo di esercizio e durata garantirà lo stesso payout che si può avere con ad una posizione lunga sul titolo sottostante. La differenza maggiore è che seppure il profilo di profitti e perdite è assolutamente analogo non si ha il sottostante: non si ha diritto ai dividendi che il titolo paga, ma non si è avuto neppure l’esborso che l’acquisto di questo avrebbe comportato. Il prezzo delle opzioni deve quindi considerare questi due fattori.
Consideriamo il caso dei dividendi
. Possiamo semplicemente affermare che questi inducono una diminuzione del prezzo delle azioni il giorno dello stacco e quindi hanno un effetto negativo sul valore di una opzione call e positivo su quello di una put.
Il concetto che il possesso delle opzioni è molto simile, ma non equivalente alla detenzione del sottostante ci aiuta a capire anche l’impatto del tasso di interesse sul prezzo delle opzioni. Il detentore di una call beneficia dei rialzi del sottostante come se lo possedesse, ma ha rimandato nel tempo l’esborso necessario per l’acquisto del titolo. La leva finanziaria di questi strumenti fa in modo che il premio delle opzioni sia solo una piccola frazione del valore del sottostante equivalente. Il “prezzo” della possibilità di differire nel tempo l’esborso è il tasso di interesse monetario. Il tasso di cui stiamo parlando riguarda attività prive di rischio e molto liquide: per il mercato italiano possiamo pensare al titolo di stato a breve scadenza. Più alti saranno gli interessi, maggiore sarà la convenienza a rimandare le uscite (o a lasciare il denaro investito sul mercato monetario) e quindi più elevato dovrà essere il premio della call, cioè del diritto a rimandare l’uscita.
Nel caso della put avviene l’inverso: all’aumento dei tassi corrisponde il calo del valore della put. Il possessore del diritto a vendere - se non è uno speculatore puro - ha acquistato una sorta di “assicurazione” contro i ribassi del titolo che è già presente nel suo portafoglio. Più i tassi sono alti, maggiore è la convenienza a liquidare tutta la posizione per garantirsi una rendita priva di rischio sul mercato monetario, minore quindi sarà il premio che si è disposti a pagare per la put.
La seguente tabella ci aiuta a riassumere graficamente quanto spiegato qui e nel precedente articolo riguardo al comportamento del valore teorico di opzioni call e put.
In caso di aumento di: |
Valore CALL |
Valore PUT |
prezzo del sottostante |
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prezzo di esercizio |
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vita residua |
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tasso di interesse |
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dividendo |
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volatilità |
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