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Sotto la Lente

 

Cosa è un fondo Hedge? - Parte Prima


Short Selling, Derivati, Hedging e Leverage


17 Feb 2006 - 11:15

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La definizione è molto difficile, vi è una miriade di stili e modalità di gestione catalogati con questa etichetta e sicuramente non aiuta a fare chiarezza la “traduzione” operata dal legislatore italiano che li ha definiti “fondi speculativi”. Infatti il termine “hedge”, coniato da Alfred Winslow Jones nel 1949 per definire il suo innovativo stile di gestione, in realtà si riferisce alle evolute strategie di copertura messe in opera per ridurre la volatilità dei portafogli (e quindi il rischio e l’esposizione), rendendo, in molti casi, le gestioni che adottano l’hedging molto meno aggressive non solo di quanto la dicitura “fondo speculativo” lascerebbe intendere, ma anche di molti fondi comuni tradizionali.

La principale caratteristica che contraddistingue questi fondi è la ricerca del rendimento assoluto, indipendentemente dall’andamento dei mercati. Con terminologia un po’ più tecnica potremmo dire che l’hedge fund ricerca un elevato alfa, cioè l'extrarendimento prodotto dal gestore rispetto al un benchmark, quella parte del ricavo che, a differenza del beta[1] non dipende dall’andamento del mercato di riferimento.

Potremmo inoltre tentare di definire “hedge fund” come lo strumento finanziario che ha la possibilità –negata ai gestori tradizionali- di usare uno o più strumenti o strategie di investimento sofisticati quali short selling, derivati, hedging e leverage.

Short Selling (o vendita allo scoperto) è la pratica di prendere a prestito titoli di cui si prevede la possibilità di ribasso, venderli sul mercato investendo i proventi e ricomprando poi gli strumenti finanziari in questione per restituirli a scadenza, lucrando la differenza tra prezzo di vendita e prezzo di riacquisto. La Sec (l’equivalente Usa della Consob) per evitare rischi eccessivi ha imposto il margin account, cioè l’obbligo di mantenere un deposito vincolato (in contanti o titoli) pari al 50% del valore dei titoli shortati (venduti), integrando quindi il versamento iniziale nel caso in cui il prezzo degli strumenti venduti risalga, obbligando di fatto a chiudere le posizioni corte se le perdite diventano molto alte.

L’utilizzo dei derivati (opzioni e futures), consentito ai fondi finora solo per un massimo del 10% delle attività[2], è invece uno degli strumenti preferiti dai gestori hedge che talora, in presenza di idee di investimento forti, allocano su  questi prodotti finanziari anche più del 100% del patrimonio e spesso li combinano in complesse strutture per ridurre i rischi o per migliorare i rendimenti.

L’hedging è la strategia di coprire attraverso vendite allo scoperto ed uso di derivati il portafoglio dalla volatilità di mercato: se questo nel complesso sale, si beneficerà dei guadagni in conto capitale dei titoli detenuti; in caso di ribassi, invece, le posizioni corte e/o i derivati garantiranno guadagni in grado di controbilanciare il deprezzamento delle posizioni lunghe.

Ultima strumento particolare di questa tipologia di investimenti, anche se non utilizzato da tutti i gestori, è l’uso della leva finanziaria (leverage), cioè l’indebitamento allo scopo di investire il denaro preso a prestito. Di solito i fondi che utilizzano questo mezzo investono 2 volte (nel caso delle azioni) o 3 volte (nel caso di acquisto di obbligazioni) il loro patrimonio netto, ma talora (specialmente nel casi dei grossi fondi global macro) arrivano fino a 4/7 volte. Chiaramente il gioco vale la candela solo se i ritorni attesi dall’investimento sono superiori agli interessi pagati. Si tratta comunque di un’arma a doppio taglio, perché consente di amplificare geometricamente guadagni e perdite (il fondo LTCM di Merton e Scholes il cui fallimento nel 1998 ha rischiato di travolgere la finanza Usa aveva un leverage pari a 25 volte i mezzi propri)



[1] Il beta è l'espressione del rischio sistematico; indica la sensibilità del rendimento di un'attività finanziaria ai movimenti del mercato, rischio che non può essere eliminato con la semplice diversificazione. Con beta maggiore di uno l’attività in oggetto amplificherà le oscillazioni del benchmark (ottimo in caso di mercato rialzista) con beta tendente a zero, l’attività si muoverà nella stessa direzione del mercato, ma con intensità minore.

[2] La recente direttiva comunitaria UCITIS III recepita in Italia con il “Regolamento sulla gestione collettiva del risparmio" che entrerà in vigore dal 2006 darà la rivoluzionaria possibilità ai fondi comuni d'investimento armonizzati di acquistare derivati fino al 100% del totale delle attività.


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