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Sotto la Lente

Patteggiamento miliardario per S&P

15 Mag 2015 - 09:31

Patteggiamento miliardario per S&P. Ruolo, passato e futuro, delle agenzie di rating nelle crisi finanziarie

Il 3 febbraio 2015 lo U.S. Department of Justice (DoJ, equivalente al nostro ministero della Giustizia ma che esercita anche funzioni inquirenti e di organismo antitrust) ha comunicato di aver raggiunto l’accordo con Standard & Poor’s Ratings Services (S&P) che patteggia sanzioni per 1,375 miliardi di dollari su accuse di aver defraudato gli investitori nel periodo precedente lo scoppio della crisi dei mutui subprime. In particolare le accuse riguardano i rating “gonfiati”, dice il DoJ, su Residential Mortgage-Backed Securities (Rmbs) e Collateralized Debt Obligations (Cdo) emessi tra 2004 e 2007 (anno in cui iniziò a palesarsi la crisi poi culminata con il crac di Lehman Brothers nel settembre 2008).

Un patteggiamento che non mette la parola fine alla vicenda e che non sembra, a detta di diversi osservatori, sancire un cambiamento di registro da parte delle tre big del settore (oltre a S&P, Moody’s Investors Service e Fitch Ratings). Va sottolineato che non è il primo né probabilmente sarà l’ultimo contenzioso per S&P, ma il fatto che sia con il DoJ e con ben 19 Stati Usa (oltre al District of Columbia) ovviamente rende l’accordo raggiunto di proporzioni mai viste finora.

Per quanto riguarda Moody’s e Fitch la situazione è un po’ diversa, perché le due agenzie rivali non hanno commesso l’errore di farsi trovare con le dita nel barattolo della marmellata: non ci sono email incriminanti come quella in cui un dipendente di S&P sosteneva che un deal obbligazionario sui mutui “poteva essere strutturato da mucche e noi [S&P] avremmo emesso un rating”. Moody’s, tra l’altro, aveva già patteggiato con il DoJ nel 2001 per distruzione di documenti e nel 2006 su accuse simili a quelle del recente caso S&P. Le indagini del Doj su Moody’s in merito alla crisi subprime sono ancora in fase preliminare, ma in molti credono che il precedente del patteggiamento miliardario di S&P porterà a simili risultati anche per questa e per Fitch.

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Già nel gennaio 2011 il Final Report of the National Commission on the Causes of the Financial and Economic Crisis in the United States pubblicato dalla Financial Crisis Inquiry Commission (ente indipendente creato nel 2009 dal governo Usa) delineava chiaramente il ruolo delle agenzie di rating nella crisi: “Concludiamo che le mancanze delle agenzie di rating furono ingranaggi essenziali nel meccanismo di distruzione finanziaria”. E ancora: “Furono strumenti chiave del crollo del sistema finanziario. I titoli sui mutui al centro della crisi non avrebbero potuto essere commercializzati senza il loro sigillo di approvazione”.

Dal punto di vista della reputazione è innegabile che le agenzie di rating abbiano subìto a causa della crisi scossoni non molto inferiori a quelli dei big di Wall Street, ma non sembra abbiano imparato la lezione. Secondo la U.S. Securities and Exchange Commission (Sec, l’autorità di controllo dei mercati finanziari Usa che ha siglato un patteggiamento separato per 77 milioni di dollari pochi giorni prima di quello del Doj), infatti, fino alla metà del 2012 S&P avrebbe continuato a sostenere che bond in tripla A sarebbero in grado di sopportare stress paragonabili a quelli della Grande Depressione, ma la metodologia utilizzata non sarebbe in realtà valida. Il problema fondamentale è che l’incentivo al profitto spinge le agenzie verso la mancanza di capacità critica, in quanto vengono pagate dalle stesse società che emettono il debito su cui loro esprimono rating, forzandole a “piegare i loro standard all’ottenimento di commissioni”, come sottolineato da John Griffin, docente di Finanza alla University of Texas-Austin.

C’è chi però, oltre alla malafede, vede nel modo in cui i rating sono emessi anche la mancanza di reale comprensione del mercato o, a essere benevoli, eccesso d’ottimismo. “Le analisi si basano troppo sul passato prossimo. Le agenzie di rating commettono il classico errore di pensare che la recente storia finanziaria sia destinata a ripetersi”, spiegava in un’intervista a Usa Today, Bonnie Baha, gestore di DoubleLine Capital. Nell’esprimere giudizi su Rmbs e Cdo S&P e soci assumevano come worst case scenario un calo del 10% del mercato immobiliare, visto che nella storia recente nulla di peggio era avvenuto, salvo poi rendersi conto che i loro modelli erano appunto troppo ottimistici.

Il punto interrogativo reale è se la crisi e i suoi effetti, pecuniari oltre che d’immagine, abbiano spinto le agenzie di rating a cambiare tali modelli. In parte sì. Moody’s ha inserito nuovi fattori nei suoi “supporti sistemici”, in pratica la possibilità che una banca venga salvata se va in crisi. La legge Dodd-Frank ha introdotto nuove regole e una continua revisione in situ delle agenzie. “S&P ha preso a cuore la lezione della crisi finanziaria. Negli ultimi cinque anni abbiamo speso circa 400 milioni di dollari per rinforzare integrità, indipendenza e performance dei nostri giudizi”, ha comunicato l’agenzia. Ma diversi osservatori sono convinti che in pratica poco sia cambiato nel modus operandi del settore, che si candida a un ruolo da protagonista anche in una futura crisi finanziaria.

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