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Sotto la Lente

Investimenti diretti esteri (IDE) in Italia

08 Ott 2015 - 09:16

La globalizzazione dell’economia mondiale ha contribuito ad alimentare il flusso di investimenti effettuati in Paesi diversi da quello dove è insediato il centro della loro attività (investimenti diretti esteri o IDE). Si tratta nello specifico di investimenti internazionali volti all’acquisizione di partecipazioni ‘durevoli’ (di controllo, paritarie o minoritarie) in un’impresa estera (mergers and aquisitions) o alla costituzione di filiali all’estero (investimenti greenfield), in cui l’investitore viene coinvolto nella direzione e nella gestione dell’impresa partecipata o costituita. I soggetti che investono in un’impresa che opera in un paese diverso da quello di origine sono generalmente una impresa pubblica o privata, un governo o un gruppo di imprese.

Nell’Unione Europea, la recente crisi finanziaria ha determinato una contrazione dei flussi di IDE in entrata nel 2011, accentuatasi nel 2012 con l’esplosione della crisi del debito sovrano. Dall’ultimo rapporto pubblicato dalla Banca d’Italia è emerso inoltre un ritardo del bel paese rispetto ai principali partner dell’eurozona (Germania e Francia) evidenziato dal rapporto tra lo stock di IDE e il PIL.
Lo stock di IDE in entrata in rapporto al PIL del nostro paese, già storicamente inferiore, è cresciuto meno sia rispetto agli investimenti italiani diretti all’estero (moltiplicandosi di solo 3 volte nel periodo considerato) sia rispetto all’analoga statistica per Francia e Germania, che attirano oggi investimenti esteri in misura più che doppia rispetto all’Italia.
Dallo scoppio della crisi finanziaria vi è stato però un andamento divergente in Italia tra lo stock di investimenti esteri in uscita e quello di IDE in entrata, in rapporto al Pil.
La divergenza osservata tra le consistenze di IDE è riconducibile alla dinamica dei flussi di investimenti esteri: quella degli IDE in uscita si è mantenuta vivace, verosimilmente riflettendo il persistente processo di internazionalizzazione delle imprese italiane a fronte di una domanda interna stagnante, quelli in entrata in un contesto economico interno assai negativo, hanno conosciuto un netto rallentamento nella media del periodo, non essendo più sospinti dalle privatizzazioni, come nella seconda metà degli anni novanta, né dalle acquisizioni bancarie che li avevano sostenuti nel biennio 2006-2007. Tra il 2008 e il 2012 gli investimenti diretti dell’Italia all’estero sono stati pari a circa 30 miliardi di euro, in linea con la rilevazione effettuata nel periodo 2003-2007. 
Nello stesso periodo gli IDE destinati al nostro paese si sono sostanzialmente dimezzati (da circa 20 a 10 miliardi). Tuttavia, nel 2014 le operazioni di investimento diretto estero in Italia sono tornate a crescere permettendo di contabilizzare 291 operazioni per un valore di 21,9 miliardi, 4,9 miliardi in più rispetto al 2013.
Secondo quanto rilevato dall’Ufficio studi della Cgia l’incremento delle IDE in Italia nel 2014 è stato di 3,5 punti percentuali, il miglior risultato a livello europeo che lascia ben sperare sul fatto che il nostro paese stia tornando sui radar degli investitori esteri.
La maggior parte delle imprese estere che investono in Italia proviene dall’Europa occidentale (3.378) e dal Nord America (976), mentre il settore con il maggior numero di imprese con partecipazioni estere è quello del commercio all’ingrosso (33%), seguito dall’industria manifatturiera (29%). A livello territoriale è il Nordovest l'area che riceve il più alto numero di investimenti. Secondo la Cgia nel 2013, ultimo anno in cui i dati sono disponibili per ripartizione geografica, il vecchio triangolo industriale ha attirato il 65 per cento circa degli investimenti totali. Seguono il Centro (18,5% del totale), il Nordest (13,8%) e il Sud (2%).

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Generalmente le imprese multinazionali effettuano un investimento diretto secondo un approccio OLI (Ownership, Location, Internalisation), quando cioè si realizzano 3 ordini di vantaggi, legati al diritto di proprietà (ownership-specific competitive advantages); alle caratteristiche del paese scelto per la localizzazione (location advantages); a vantaggi di internalizzazione, cioè più ampi benefici derivanti dal rendere interne all’impresa (tramite l’acquisizione dell’impresa fornitrice) fasi produttive a monte e a valle, che precedentemente erano svolte da imprese estere (internalisation advantage). In Italia è proprio la mancanza di benefici dipendenti dalla localizzazione a disincentivare gli investimenti esteri.
La Cgia ha infatti sottolineato che tra le ragioni che "allontanano" gli investitori stranieri dal nostro Paese vi sono proprio “l'eccessivo peso delle tasse, le difficoltà legate ad una burocrazia arcaica e farraginosa, la proverbiale lentezza della nostra giustizia civile, lo spaventoso ritardo dei pagamenti nelle transazioni commerciali, il deficit infrastrutturale e il basso livello di sicurezza presente in alcune aree del paese”.

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