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Bce e Fed: differenze di obiettivi a cavallo dell'Atlantico

La maggiore distanza tra la Banca centrale europea e la Federal Reserve statunitense non si misura in miglia, né in chilometri, ma in obiettivi. E’ lo statuto della Bce, infatti, che per primo traccia una profonda linea di demarcazione. Lo scopo principale della Banca centrale europea (e di tutte le banche centrali dell’Eurozona) è quello di mantenere la stabilità dei prezzi con l’obiettivo di salvaguardare l’euro. Solo in seconda battuta "fatto salvo l’obiettivo della stabilità dei prezzi", la Bce e le banche centrali dell’Europa a 17 sostengono le politiche generali dell’Eurozona che impegnano il Vecchio Continente nella ricerca di una crescita equilibrata e competitiva che punta alla piena occupazione e al progresso sociale.

Se si guarda alla Federal Reserve si scopre, invece, che il primo compito della politica monetaria degli States è il massimo impiego (ossia una disoccupazione compressa al minimo possibile), seguito dalla stabilità dei prezzi e da tassi di interesse moderati nel lungo termine. L’accento sulla stabilità del sistema finanziario e bancario degli Stati Uniti giunge in un secondo momento.

Durante questa crisi, che diversi osservatori chiamano ormai "la Grande Recessione", qualcuno ha sottolineato che questa differenza di scopo, si è trasformata in una differenza di reazione e ha portato alla ripresa economica negli Stati Uniti e al circuito di recessioni e stagnazione che si registra invece in Europa. Probabilmente, però, l’approccio molto diverso che si è visto in questi anni non è altro che l’ennesimo riflesso della profonda frammentazione politica europea.

Non mancano comunque le similitudini tra le politiche monetarie seguite dall’Eurotower da un lato e dalla Fed dall’altro. Entrambe le banche centrali hanno promosso un graduale abbassamento dei tassi d’interesse con l’obiettivo di fornire al sistema finanziario una liquidità adeguata e ridare fiato all’economia. I tempi d’intervento hanno però da subito rivelato delle differenze in quanto negli Stati Uniti si è deciso immediatamente di abbassare il costo del denaro, mentre l’Europa ha reagito all’inizio con un curioso innalzamento dei tassi a cui è seguito un allentamento che ha posticipato le manovre di diversi mesi.

Con l’approssimarsi del limite dello zero nei tassi d’interesse, che rischiava di spuntare l’arma della politica monetaria, entrambe le banche centrali hanno promosso delle manovre straordinarie basate sull’acquisto di asset finanziari per inviare ancora segnali espansivi ai mercati. Nel caso della Fed – ed è questo il punto discriminante – si è però deciso di ancorare i "quantitive easing", ossia il riacquisto di buoni del tesoro, ma anche di mutui ipotecari, all’andamento del mercato del lavoro. Si è deciso, in altre parole, di proseguire con l’alleggerimento quantitativo, ossia con l’immissione di un’enorme quantità di dollari sui mercati, finché il tasso di disoccupazione non fosse ritornato sul 6,5%. Attualmente il tasso di disoccupazione degli Stati Uniti è al 7,6% mentre nell’Eurozona è sull’insostenibile livello del 12 per cento.

Gli interventi di politica espansiva della Bce, che comprendono il riacquisto di titoli di Stato o altre manovre straordinarie, sono stati invece vincolati a variabili politiche e non a un semplice indicatore economico. Difficile non scorgere il riflesso delle diverse mission delle due banche centrali in questo punto fondamentale.

La Bce può intervenire in favore di uno Stato in crisi e attivare anche un finanziamento diretto delle sue banche tramite il fondo salva-stati Esm, ma solo se questo Stato accetta un programma di rientro economico dagli squilibri e quindi cede un’ampia fetta della propria sovranità nazionale (non è stato ancora definito quanto ampia) in cambio degli aiuti economici.

Non si tratta solo di calmare le paure tedesche di una mutualizzazione europea del debito, ma anche di una questione di perimetro di azione. Per la Bce, infatti, intervenire per incoraggiare l’occupazione o la crescita economica significa trascendere i propri compiti e anche i suoi interventi straordinari (come l’annuncio delle OMT per il riacquisto dei titoli di Stato entro la scadenza dei tre anni) sono sempre stati giustificati con l’esclusiva priorità di difesa dell’euro. La questione dell’occupazione in Europa, per quanto strettamente collegata al resto dell’economia, rimane insomma squisitamente politica. La differenza di obiettivi e di statuto tra la Bce e la Fed dimostra insomma una volta di più i limiti in qualche caso drammatici nell’integrazione dell’Unione europea.


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