Su questo sito utilizziamo cookie tecnici e, previo tuo consenso, cookie di profilazione di terze parti per proporti pubblicità e servizi in linea con le tue preferenze. Per maggiori informazioni, ti invitiamo a consultare la nostra cookie policy. Cliccando su “Continua” o proseguendo nella navigazione acconsenti all’utilizzo di tali cookie.

La riforma Maroni

14 Dic 2010 - 14:16

Amato | Dini | Maroni

La riforma della previdenza/ Riforma Maroni: dallo scalone alla previdenza complementare

A un generale innalzamento dell’età pensionabile, si accompagnano indicazioni sul TFR decisive per incentivare l’affermazione delle pensioni integrative

La progressione verso una maggiore interrelazione tra il sistema pensionistico statale (Inps e Inpdap) e forme previdenziali private – avviata con le riforme Amato (1992) e Dini (1995) – ha registrato una consistente accelerazione nel 2004 con la riforma Maroni.

Considerando il settore previdenziale uscito dalle riforme degli anni Novanta come un edificio sorretto da tre pilastri (pensione statale, i fondi pensioni e le polizze assicurative o PIP), si può ritenere che l’insieme della Legge 243/04 (cosiddetta riforma Maroni) e del Decreto Legislativo n. 252/2005 – entrambi a firma Maroni – abbia contribuito a rinforzarne le fondamenta, suddividendo più equamente il peso della costruzione sui diversi assi portanti.

La riforma Maroni (Legge 243/04): l’età pensionabile e lo scalone

Come anche quelle precedenti, la riforma Maroni si poneva l’obiettivo di ridurre, per quanto possibile, la spesa pensionistica.

La prima e principale leva cui si ricorse per portare maggiore ordine nei conti fu, ovviamente, il ritocco e l’innalzamento dell’età pensionabile. Nel dettaglio, la legge delega 243/04, lasciando invariato il requisito contributivo di 35 anni, modificò l’età minima per accedere alla pensione di anzianità, spostandola da 57 a 60 anni dal 2008, a 61 dal 2010 e a 62 dal 2014. Invariati rispetto a quanto già stabilito dalla riforma Dini, invece, rimasero i parametri per l'accesso al pensionamento indipendentemente dall’età anagrafica, ossia 40 anni di contribuzione.

Proprio le disposizioni relative all’età pensionabile incontrarono nel corpo sociale una consistente resistenza. A molti, infatti, non parve né equa, né logica l’introduzione di una differenza di tre anni lavorativi – il cosiddetto “scalone” – tra chi avrebbe maturato il diritto alla pensione il 31 dicembre del 2007 e chi lo avrebbe fatto il primo gennaio del 2008. Su tale nodo problematico è intervenuto, nel luglio 2007, il protocollo sul Welfare firmato dalle organizzazioni sindacali e il governo Prodi: lo scalone di Maroni non venne abbattuto, ma sostituito da un meccanismo di aumento graduale dell’età pensionabile nell’arco di 4 anni destinato a produrre il medesimo effetto.

La riforma Maroni: incentivi per chi sceglie il lavoro

Limitatamente al periodo 2004-2007, la riforma Maroni cercò di contenere la spesa pensionistica anche proponendo incentivi economici (il cosiddetto “bonus”) per quanti avessero deciso di continuare l’attività lavorativa pur essendo in possesso dei requisiti assicurativi e anagrafici per il diritto al godimento della pensione di anzianità.

La riforma Maroni: TFR e previdenza complementare

Il sostegno fornito alla previdenza complementare dal disegno di Maroni discende essenzialmente da quanto previsto dal Decreto Legislativo n. 252/2005 in riferimento al TFR.

Nel dettaglio, il testo di legge concesse a ciascun lavoratore dipendente la possibilità di scegliere se destinare il proprio Trattamento di Fine Rapporto (TFR) maturato a partire dal 1° gennaio 2007 alle forme pensionistiche complementari (fondi negoziali collettivi, fondi aperti collettivi o individuali, forme individuali assicurative) o mantenerlo presso il datore di lavoro.

Nelle intenzioni, questa apertura alle forme di pensione integrativa rappresentò una spinta decisa a compiere un passo ritenuto quasi necessario: con il sistema contributivo, infatti, è possibile stimare che le pensioni dei lavoratori ammontino a circa il 52% dell’ultimo stipendio e che, dunque, il ricorso a qualche forma pensionistica complementare diventi fondamentale.

E oggi?

Quanto previsto dalla riforma Maroni e ritoccato dal protocollo sul Welfare nel 2007, è stato ulteriormente modificato – in aspetti tuttavia marginali – con la manovra economica correttiva approvata nell’estate 2010.

La manovra finanziaria, in tema previdenziale, è intervenuta soprattutto sul meccanismo delle finestre d’uscita. In base a quanto stabilito, una volta raggiunti i requisiti validi per la pensione – che rimangono quelli previsti dalle precedenti normative – a partire dal 2011 prima dell’uscita definitiva dal lavoro si dovranno attendere 12 mesi (per gli autonomi i mesi sono 18). Facendo un esempio concreto, un lavoratore nato nel marzo 1950 e assunto a 26 anni raggiunge quota 96 (quella valida per la pensione, 61 anni di età + 36 di anzianità) nel 2011, ma prima di lasciare il lavoro dovrà aspettare aprile 2012. Dai meccanismi di questo sistema, sono esclusi i lavoratori della scuola e gli iscritti a casse di previdenza private.

La manovra, inoltre, ha inserito un’altra variante che in futuro concorrerà a determinare l’effettivo raggiungimento dei requisiti per la pensione. A partire dal 2015, infatti, il tempo da trascorrere al lavoro si modificherà in proporzione alla speranza di vita della popolazione. Gli aggiornamenti già previsti in calendario sono per il 2015, il 2019 e dunque ogni tre anni.message


Borsa Italiana non ha responsabilità per il contenuto del sito a cui sta per accedere e non ha responsabilità per le informazioni contenute.

Accedendo a questo link, Borsa Italiana non intende sollecitare acquisti o offerte in alcun paese da parte di nessuno.


Sarai automaticamente diretto al link in cinque secondi.