Riforma Amato (1992): come è cambiato il sistema pensionistico?

La riforma Amato del 1992 (decreto legislativo n. 503/1992). Scopri come è cambiata l’età pensionabile, la contribuzione, la previdenza e il calcolo della pensione.



FTA Online News, 13 Dic 2019 - 10:55

Inizio degli anni Novanta. In Italia ci sono ancora la Democrazia Cristiana e la Prima Repubblica, mentre il telefono cellulare è un lusso ben al di là da divenire oggetto di largo consumo. Sono proprio quelli gli anni in cui si prepara – e a breve giro si realizza – una profonda trasformazione del Paese, a livello politico e a livello sociale.

Forse solo per coincidenza, ma assai probabilmente perché l'aritmetica dei conti economici non consentiva di procrastinare oltre, è esattamente negli anni Novanta che, insieme al sistema socio-politico del Paese, cambia anche quello previdenziale. La rivoluzione verificatasi nelle pensioni degli italiani negli ultimi 20 anni è segnata da tre tappe fondamentali (unitamente ad altre di minor rilevanza): la riforma Amato nel '92, la riforma Dini nel '95 e la riforma Maroni nel 2005.

Perché riformare?

Salutati gli anni Ottanta, le ragioni della necessità di una riforma del sistema previdenziale trovarono un solido alleato in dati difficilmente confutabili e tra loro fatalmente collegati: l'ammontare della spesa pubblica e le proiezioni sull'evoluzione demografica.

Disegnato nel secondo dopoguerra e mai veramente riformato, l'impianto previdenziale italiano risultava inadatto alla struttura sociale dell'Italia di fine millennio. Il generale invecchiamento della popolazione, l'allungarsi delle aspettative di vita, i meccanismi di calcolo e di concessione delle pensioni si miscelavano in un composto esplosivo per le casse pubbliche.

In buona sostanza: il contrarsi della schiera dei lavoratori-contribuenti in favore di quella dei pensionati imponeva la revisione dei criteri di uscita dal lavoro e del calcolo dell'assegno mensile, pena l'insostenibilità economica dell'intero sistema.

Alla concretezza di queste istanze, si accompagnavano poi alcune necessità non più eludibili: l'abolizione di alcuni privilegi e l'armonizzazione del meccanismo previdenziale italiano sia rispetto all'Europa sia al suo interno (tentando di andare verso una maggiore uniformità di trattamento tra dipendenti pubblici, privati e lavoratori autonomi).


Le pensioni pre-riforma Amato

In sintesi, prima della riforma Amato del '92, il sistema previdenziale si basava su due pilastri, le pensioni di anzianità e di vecchiaia, e su automatismi di calcolo di tipo retributivo.

Il diritto alla pensione di vecchiaia si maturava raggiungendo i 55/60 anni di età e i 15 anni di contribuzione; per la pensione di anzianità, invece, non vi era nessun requisito di età, ma erano necessari 35 anni di contribuzione.

Maturati i requisiti, dunque, ogni lavoratore aveva diritto a una pensione calcolata sulla base della retribuzione degli ultimi 5 anni.

 

La riforma Amato:età pensionabile, contribuzione e calcolo della pensione

 

Nell'intento di perseguire gli obiettivi del riordino dei costi e dell'adeguamento del sistema previdenziale alla nuova struttura sociale, la riforma Amato ha operato lungo tre direttrici: l'età pensionabile, i requisiti di contribuzione minimi e la retribuzione media pensionabile.

In base alle direttive contenute nel decreto legge Amato, l'età pensionabile per le pensioni di vecchiaia di competenza dell'Inps venne innalzata da 55 a 60 anni per le donne e da 60 a 65 anni per gli uomini, mentre gli anni contribuzione necessaria diventarono 20. Per la variazione di questi due requisiti, secondo i dettami della legge, si stabilì una certa gradualità, spalmando la loro completa attuazione su un arco di tempo compreso tra il 1993 e il 2000.

Cambiati i tempi, cosa si è modificato con la riforma del '92 nel concreto del portafoglio dei pensionati italiani? Pur lasciando invariata la modalità retributiva di calcolo, il decreto Amato intervenne sul parametro di determinazione dell'assegno mensile: non più la media dei redditi degli ultimi 5 anni di lavoro, ma quella degli ultimi dieci anni e dell'intera vita professionale (per chi sarebbe entrato nel mondo del lavoro a partire dal 1° gennaio 1996).

Riforma Amato

La riforma Amato: armonizzazione del sistema, previdenza complementare e rapporto con il Pil

In aggiunta a queste innovazioni – importanti, ma quantitative più che sostanziali – il disegno riformatore di Amato e alcuni altri provvedimenti a questo collegati introdussero poi alcuni spunti di novità destinati a ridefinire più a fondo l'universo previdenziale italiano.

Nel 1992, infatti, si iniziò a inserire all'interno del comparto pensionistico alcuni meccanismi di stabilizzazione del rapporto tra la spesa pubblica e il Pil.

L'anno successivo alla riforma vera e propria, inoltre, sempre Amato contaminò il panorama previdenziale con alcune forme di previdenza complementare. Nel 1993, infatti, nascono i fondi pensione (individuali o collettivi), lasciando ai lavoratori la scelta di aderire su base volontaria.

Altre norme introdotte dalla riforma Amato si sono concentrate sull'eliminazione di disparità di trattamento pensionistico tra categorie diverse, addolcendo alcune differenze esistenti tra i vari regimi previdenziali (in molti casi, fino ad allora, non ci si preoccupava troppo che essere iscritti a Fondi speciali sostitutivi dell'assicurazione generale obbligatori portasse a ricevere prestazioni più vantaggiose).

Provvedimenti di impatto secondario, infine, vennero adottati per quanto riguarda gli sconti sull'età pensionabile per gli addetti a lavori usuranti, la variazione dei parametri per l'integrazione al minimo (che venne legata non più al solo reddito personale, ma anche a quello del coniuge) e il divieto parziale di cumulo tra pensione e lavoro autonomo.


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