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CDS e Spread due chiavi di lettura del mercato


La crisi del debito sovrano ha catapultato sui mass media generalisti termini prima riservati a ristrette cerchie di tecnici. Leggere su un giornale qualunque parole come spread e cds che pochi anni fa sarebbero parse solo tecnicismi da addetti ai lavori è diventato normale in questo periodo. D’altra parte si tratta di strumenti di interpretazione del mercato che si sono dimostrati nel tempo sempre più utili alla comprensione delle dinamiche del mondo obbligazionario e in particolare del debito sovrano. Qualche esempio sicuramente aiuterà a capire perché.

All’inizio della crisi finanziaria (intorno al 2007) lo spread tra titoli del debito decennale italiano e titoli del debito tedesco era di circa 20-25 punti base. Questo significa che i BTP a dieci anni in circolazione quattro anni fa scontavano sul mercato un rendimento maggiore soltanto dello 0,20-0,25% rispetto ai titoli tedeschi Bund a 10 anni ritenuti da sempre più sicuri per via dei migliori fondamentali economici della Germania. Un primo strattone si è poi avuto a fine 2009 quando il differenziale ha raggiunto i 157 punti base (1,57%): il rientro entro la soglia dello 0,9% ha sicuramente inviato fiducia ai mercati fino almeno alla metà dell’aprile 2010.

A quel punto ha avuto inizio il balzo degli ultimi mesi in cui la crisi del debito sovrano dell’Europa periferica si è allargata dalla Spagna e dalla Grecia, all’Irlanda, al Portogallo e infine ha messo sotto pressione anche l’Italia, dove il rendimento è arrivato al 6,16% avvicinandosi pericolosamente alla soglia del 7%, limite definito un po’ affrettatamente come insostenibile. Certo il 7% di interesse non è un numero casuale: rappresenta il livello che ha messo in ginocchio la Grecia e spingendola a chiedere l’aiuto dell’Europa. L’avvicinarsi di Spagna e Italia a questa soglia preoccupa giustamente gli osservatori internazionali. Ma nel caso dell’Italia si tratta veramente di un punto di non ritorno?

Su questo più di un dubbio è lecito sollevare anche sulla scorta, per esempio, delle considerazioni di Richard Barley del Wall Street Journal in Heard on the street. Rifacendosi ai dati del Tesoro italiano noi sappiamo infatti che il debito medio italiano ha una scadenza media di 7,09 anni e un interesse medio del 4% circa. In altri termini prima che si arrivi a pagare un interesse medio del 7% serve sicuramente qualche anno. Fitch, sottolinea Barley, ha calcolato che se l’interesse nelle ultime aste si attesta al 7% e rimane lì, soltanto nel 2015 arriverà al 6,1% del Pil dal 4,8% circa di oggi e comunque, anche in quel caso, si manterrà ben sotto i livelli raggiungi negli ani Ottanta e Novanta. Di certo il quarto debito del mondo fa paura e l’incremento dei rendimenti (più ancora che dello spread) implica di volta in volta interessi sempre più elevati ed il problema va sicuramente ricondotto ai fondamentali del Paese.

Spread CDS

D’altra parte in alcuni casi i dati finanziari possono persino essere fuorvianti come nel caso dei CDS, i credit default swap che assicurano in pratica i possessori contro il default dello Stato di cui si hanno dei titoli del debito. Qualche condizionale in fondo si potrebbe mettere perché proprio con il recente default della Grecia l’ISDA (International Swaps and Derivatives Association che in pratica associa e in qualche maniera monitora il mercato dei derivati non regolamentati Over the Counter) ha deciso che il “credit event” che avrebbe fatto scattare i rimborsi non c’era e quindi che le garanzie europee coprivano in pratica il default greco evitando che le poche banche americane che offrono questi prodotti dovessero risarcire i propri clienti del valore dovuto.  
E’ vero che poi viste le condizioni del piano europeo per la Grecia non sarebbe cambiato un gran che, per il singolo investitore, però sicuramente questo spinge a riflettere sugli strumenti dei cds. Quello che preoccupa è che essendo i CDS strumenti Over the Counter ossia non contrattati su mercati regolamentati sono meno trasparenti e non hanno una standardizzazione e un conseguente monitoraggio a livelli adeguati. La presenza di pochi grandi gruppi bancari che dominano questo mercato rende ancora maggiori i dubbi sulla sua affidabilità, al punto che l’Unione europea ha deciso di promuovere nuove regole per tutti questi strumenti. Di certo con la crisi del debito sovrano (anche nella prima fase della crisi dei mutui subprime) i CDS sono diventati sempre più noti e non a caso in molti casi hanno anticipato tendenze pericolose dei mercati (come il fallimento di Lehman Brothers). I CDS sono espressi in punti base (ossia un punto è lo 0,01% e quindi 100 punti sono uguali all’1%) e in genere fanno riferimento a scadenze quinquennali. Se il Credit Default Swap di un Paese inizia a crescere vuol dire che la gente compra questo CDS e se il mercato compra assicurazioni contro un default e quindi spende per cautelarsi vuol dire che percepisce un rischio. I CDS inoltre sono non solo collegati a stati ma spesso anche al debito di grandi società private come grosse banche e altri importanti soggetti economici. Un’analisi di un Bond in molti casi può essere accompagnata da un’analisi del CDS corrispondente (se esiste) tenendo però a mente che il prezzo e il rendimento di un Bond insieme al rating delle agenzie forniscono le informazioni principali e scontano il rischio di un investimento nel titolo. Quando però, come è accaduto, la revisione del rating di uno stato passa per una analisi del mercato dei CDS si supera probabilmente il limite. Le ridotte dimensioni e la ridotta trasparenza dei mercati dei CDS rischiano infatti di falsare il “sentiment” dei mercati e da un’agenzia di rating, inoltre, ci si aspetta un’analisi dell’economia di un paese e una valutazione su dati concreti della solidità del suo debito. Lasciare ad un semplice sguardo su un mercato così ridotto simili importanti giudizi rischia di diventare troppo azzardato e poco serio.
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Ultimo aggiornamento:  20 Settembre 2012 - 14:29


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