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La Banca Centrale Europea


Questo primo scorcio del 2011 è stato caratterizzato da eventi definiti da molti osservatori come "epocali".

Epocale è stato il terremoto in Giappone, la più grave (e costosa) catastrofe naturale dell'era moderna, il terremoto in Nord Africa, che si è lasciato alle spalle macerie immateriali di regimi - ma non per questo è stato meno distruttivo -, la crisi finanziaria e la conseguente richiesta di salvataggio di interi stati dell'Unione Europea come l'Irlanda (a fine novembre 2010 e sulla scia di quanto accaduto prima in Grecia) ed il Portogallo, arrivati sull'orlo del fallimento, in uno scenario difficile da immaginare anche solo due anni orsono.

Se alle spalle non ci fossero stati questi eventi forse anche la decisione della Bce* di alzare il costo del denaro dopo due anni di immobilità e in anticipo, contrariamente a quanto avvenuto in passato, rispetto ad altre colleghe altrettanto note (la Federal Reserve, la Bank of Japan e la Bank of England), sarebbe stata definita "epocale".

Del resto, per l’area euro, il rialzo dei tassi dai livelli minimi di sempre mette effettivamente fine a un'era, quella del denaro a basso costo, conseguente ad una crisi economica e finanziaria, questa sì epocale, la peggiore dal dopoguerra.

Nell’ultimo bollettino mensile della Bce si legge che la politica monetaria ha continuato “a sostenere in misura considerevole l'attività economica e la creazione di posti di lavoro” anche dopo che i principali paesi sono usciti, almeno nominalmente, dalla crisi, ma ora diventa necessario un nuovo atteggiamento.

Perché la banca guidata da Jean-Claude Trichet ha deciso il 7 aprile scorso di alzare i tassi d'interesse** di un quarto di punto, portandoli all'1,25%?

La Bce si muove per contrastare la crescita dell'inflazione, esistono infatti al  momento “rischi al rialzo per la stabilità dei prezzi” che costringono a “monitorare molto attentamente” gli sviluppi della situazione economica.

Tradotto in altre parole, il rischio di  ulteriori rialzi dei prezzi energetici, causato dal perdurare delle tensioni in Nord Africa ed in Medio Oriente, potrebbe esercitare pressioni sulla crescita dei prezzi al consumo il cui controllo è compito primario dell’istituto con sede a Francoforte. 

Nell’ultimo bollettino della Banca centrale europea si legge che l'inflazione nell'area euro “dovrebbe restare al di sopra del 2% per l'intero 2011”, un livello superiore alla soglia ritenuta il target desiderabile, prossimo ma inferiore al 2%. Proprio a causa della crescita dell’inflazione oltre i livelli ritenuti accettabili la politica monetaria dell'area euro, considerata “attualmente molto accomodante”,  deve essere adeguata.

E nonostante i commenti moderatamente rassicuranti che hanno fatto seguito al cambiamento di rotta, "non abbiamo ancora deciso se questo sarà il primo di una serie di aumenti dei tassi d'interesse" recita la Banca in un comunicato, i mercati sono pronti a scommettere che da qui a fine anno i tassi saranno al 2%, ovvero che nelle prossime otto riunioni ancora in calendario la leva dei tassi verrà azionata altre tre volte per scatti di 25 punti base ciascuno.

L’economia dell’area sembra in grado di poter reggere all’urto di tassi in crescita: secondo la “Euro-zone economic outlook”, pubblicazione dei tre principali istituti congiunturali europei, Ifo, Insee e Istat, il Pil reale dovrebbe crescere dello 0,5% nel primo trimestre 2011, tuttavia l’impatto di un inasprimento della politica monetaria rischia di non essere uguale per tutti i paesi.

In particolare, la prospettiva di vedere aumentare il costo del denaro non può essere considerata indolore per paesi come la Spagna e l'Italia, caratterizzati da un elevato livello di deficit o di debito, che dovranno finanziare la loro ripresa a costi crescenti. Il Pil della Spagna è previsto in crescita dal suo stesso governo per l'anno in corso dell'1,3%, valore analogo a quello previsto nel Dfp dal governo italiano per l'intero 2011, livelli che rischiano di dimostrarsi troppo bassi per avere un impatto significativo sull'occupazione che inneschi un circolo virtuoso di aumento della spesa interna e degli investimenti.

Per il 2010, senza prendere quindi in considerazione il recente aumento dei tassi, l'Istat ha rilevato per l'Italia un calo del reddito disponibile delle famiglie in termini reali dello 0,6% su base annua, calo che segue quello del 3,1% subito nel 2009. È evidente che se l'aumento dei tassi dovesse avere un impatto negativo sulla crescita il trend negativo del potere di acquisto dei consumatori potrebbe non interrompersi ancora. La situazione rischia di essere ancora più grave in Spagna, dove l'incremento del costo del denaro andrà ad appesantire ulteriormente il mercato immobiliare, vero tallone di Achille per l'economia di quel paese (il calo dei prezzi degli immobili dai picchi massimi è stato nell'ordine del 20/25% per le città maggiori, con effetti devastanti sulla ricchezze delle famiglie ma anche sui bilanci delle banche).

Per il momento, tuttavia, i mercati finanziari non si dimostrano particolarmente preoccupati per la tenuta di Italia e Spagna, anche se nel recente passato questi due paesi sono stati indicati come i possibili anelli deboli nella catena dell'euro, in particolare la Spagna, vista come il primo prossimo candidato alla necessità di ricorrere all'aiuto dell'Europa dopo che anche il Portogallo è stato costretto a gettare la spugna.

Il ministro delle finanze spagnolo Elena Salgado ha escluso che quanto accaduto al Portogallo possa ripetersi per la Spagna dal momento che i mercati finanziari fanno una chiara distinzione tra i due paesi e sanno che l'economia spagnola è molto più competitiva di quella portoghese, tuttavia proprio il mutato orientamento sui tassi potrebbe cambiare le cose.

E se i mercati dovessero iniziare a fiutare l'odore del sangue per la Spagna anche il rischio per l'Italia aumenterebbe: sebbene il nostro paese possa contare su di un minore livello di deficit in termini di Pil (circa la metà del rapporto spagnolo) è noto che deve sopportare un livello di debito pubblico molto più elevato (in questo caso è la Spagna che si ferma a meno della metà del rapporto italiano, ormai al di sopra del 115% del Pil) e quindi anche un aumento del costo del rifinanziamento del debito maggiore in uno scenario che preveda i tassi di interesse in crescita.

 

* Il 1 giugno 1998 dal trattato dell’Unione europea viene istituita la Banca Centrale Europea con sede a Francoforte in Germania. Gli obiettivi dell’istituto sono la gestione della moneta unica dell’Unione europea (l’euro), garantire la stabilità dei prezzi e definire e attuare la politica economica e monetaria dell’UE.

Per assolvere le sue funzioni, la BCE opera nell’ambito del “Sistema europeo delle banche centrali” (SEBC), che comprende tutti i 27 paesi dell’UE. Tuttavia, solo 17 di tali paesi hanno finora adottato l’euro. Questi ultimi formano collettivamente “l’area dell’euro” e le loro banche centrali, insieme alla BCE, costituiscono il cosiddetto “eurosistema”.

La BCE, in stretta collaborazione con le banche centrali nazionali, predispone e attua le decisioni degli organi decisionali dell’Eurosistema, che sono il consiglio direttivo, il comitato esecutivo e il consiglio generale.

Il presidente della BCE è il francese Jean Claude Trichet, in carica da novembre 2003.

* * Il 7 aprile sono stati modificati dello 0,25% anche i tassi di deposito e quelli marginali. La Bce ha aumentato il tasso marginale dall'1,75% al 2% e ha fissato quello sui depositi allo 0,5%.

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Ultimo aggiornamento:  20 Settembre 2012 - 14:39


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