Gli interventi della Banca centrale durante la crisi

FTA Online News, 25 Mar 2013 - 10:11

L’esplosione dell’ultima crisi finanziaria ha spinto la Bce a interventi senza precedenti che hanno forzato i limiti tradizionali del suo perimetro di azione. Le carenze di un’Unione europea basata sulla moneta e priva di politiche fiscali integrate hanno infatti rischiato di disarticolare l’Eurozona chiamando in causa la stessa Banca centrale.

Sembra lontano il gennaio del 2007, quando l’allora presidente della Bce Jean Claude Trichet avvertiva: "Nel mercato di oggi non riusciamo a individuare perfettamente dove siano allocati i rischi", ma in realtà non è cambiato poi tanto su questo fronte. La crisi dei mutui subprime trovava un apice quasi inatteso nel settembre del 2008 con la bancarotta di Lehman Brothers e sui mercati scoppiava il panico. L’Europa, sembrava relativamente lontana dalle sofisticazioni Usa, ma i titoli azionari perdevano terreno lo stesso. I mercati si mostravano profondamente collegati e una falla in qualunque parte del sistema – e gli States ne sono il centro - creava effetti a catena nelle altre economie.

La Fed e la Bce, per eliminare le tensioni di breve termine nel funding delle banche - avevano smesso di fidarsi e rischiavano di congelare il sistema finanziario - raddoppiavano le linee di swap da 120 a 240 miliardi di dollari per favorire l’afflusso di liquidità in dollari nell’Eurozona. L’Eurotower abbassava il costo del denaro di ben 50 punti base portando i tassi d’interesse al 3,75%. Entro la fine dell’anno nuovi interventi li avrebbero compressi al 2,5 per cento.

Nel frattempo la Commissione Ue proponeva di alzare fino a 100 mila euro la protezione dei depositi bancari europei e la Bce di allargava la platea dei collaterali che le banche potevano proporre in cambio di finanziamenti. L’Eurotower conduceva aste settimanali di rifinanziamento a tasso fisso per fornire liquidità al sistema finanziario e, nel maggio del 2009, nuove operazioni LTRO di finanziamento alle banche con scadenza a un anno. La durata di questi prestiti straordinari era dunque raddoppiata rispetto a un’operazione simile condotta nel 2008.

Intanto la crisi montava: nel 2009 anche le borse europee toccano nuovi minimi: a fine anno scoppia il caso della Grecia, il nuovo governo appena insediatosi aveva infatti radicalmente rivisto le stime sul bilancio, l’Europa chiedeva interventi immediati. Nel frattempo ripetuti interventi della Bce avevano portato i tassi dell’Eurozona all’1 per cento e i listini azionari avevano reagito con una rimonta che prometteva quasi la ripresa. Proprio fra l’ottobre del 2009 e il giugno del 2010 si consolidava però un fenomeno che ancora oggi caratterizza i mercati. Si assisteva infatti a un ripiegamento dei mercati al quale però seguiva una ripresa dell’azionario Usa (ancora oggi appare in decisa rimonta), mentre la crisi diventava sempre più europea e i mercati Ue tornavano a perdere terreno. Ovviamente gli andamenti delle piazze finanziarie avevano le loro peculiarità: la locomotiva tedesca avrebbe continuato la ripresa fino alla metà del 2011, mentre avrebbe avviato un nuovo lento declino seguito da perdite ulteriori solo parzialmente recuperate nella seconda metà del 2012.

Cosa succedeva in quegli anni? All’inizio del 2010 cominciavano a scricchiolare le economie del Portogallo e della Spagna. Nasceva il fondo di intervento Efsf con una dotazione di 750 miliardi di euro. La Bce approntava il Securities Markets Programme che le consentiva di intervenire nel mercato dei titoli di Stato, ma gli interventi erano molto limitati perché la Germania e altri Paesi membri avversano fieramente la mutualizzazione del debito europeo che ne poteva seguire. Il direttorio della Bce annunciava regole più rigide sui collaterali delle banche e in estate venivano pubblicati degli stress test sulle maggiori banche europee.

Nel novembre del 2010 anche l’Irlanda chiedeva aiuto all’Europa. A fine anno veniva progettato il fondo salva-stati permanente ESM che doveva prendere il posto dell’Efsf. Insomma si cercava di intervenire, ma l’Europa periferica sembrava un colabrodo e i fantasmi di un default dell’Italia o della Spagna agitavano a più riprese gli investitori.

Nell’aprile del 2011 anche il Portogallo chiedeva aiuto all’Europa, curiosamente nello stesso mese la Bce di Trichet alzava all’1,25% i tassi d’interesse. A luglio venivano pubblicati nuovi stress test sulle maggiori banche europee e nello stesso mese i tassi salivano ulteriormente all’1,5 per cento.

A novembre Mario Draghi diventava il nuovo presidente della Banca centrale europea. La nomina da parte dell’Eurogruppo era avvenuta a maggio, ma poiché il membro del direttorio Lorenzo Bini Smaghi tardava a lasciare il proprio incarico per fare posto a un nuovo presidente italiano, l’insediamento slittava a novembre. Quell’anno il Consiglio europeo approvava un’importante riforma della governance economica europea nota come six-pack: in pratica gli Stati europei si sottoponevano a controlli sul budget e sul bilancio pubblico accettando una politica di rigore. A fine 2011 i tassi d’interesse scendevano all’1 per cento, lo aveva deciso proprio il direttorio guidato da Draghi.

A dicembre la Bce annunciava nuove operazioni di liquidità straordinarie suddivise in due longer-term refinincing operation (LTRO) con scadenza a tre anni, viene ridotto all’1% il coefficiente di riserva. Alle banche arrivano finanziamenti per 489 miliardi di euro il 22 dicembre 2011 e per altri 530 miliardi di euro il primo marzo del 2012. Viene varato il secondo pacchetto di aiuti per la Grecia e i leader europei varano il "fiscal compact". Appare chiaro che questo nuovo management della Bce non ha paura di seguire le strategie americane e di pompare montagne di liquidità sui mercati per stabilizzare il sistema finanziario alle prese con il credit crunch e con un corto-circuito tra debito pubblico (controllato dalle banche) e bilanci bancari (penalizzati dai sostegni al debito sovrano).

Nel luglio del 2012 scoppia però la crisi di Cipro che chiede aiuto all’Unione europea dopo che le perdite sui titoli greci hanno messo in crisi il suo sistema bancario. In quei giorni anche la Spagna è alle prese con la necessità di una ristrutturazione del proprio settore bancario, l’Eurogruppo si dice disponibile a un corposo, ma condizionato, intervento.

Di fronte ai timori di una frantumazione dell’Eurozona a seguito di una serie di default disordinati tra i suoi Paesi "periferici" il numero Mario Draghi precisa il 26 luglio che "la Bce è pronta a fare tutto quello che è necessario per difendere l’euro. E credetemi, basterà". L’intervento deciso della Banca centrale respinge le spinte speculative sul crollo dell’euro e costruisce una forte barriera anti-crisi che dà un nuovo orientamento a tutto il dibattito sulla crisi del debito sovrano nell’Eurozona. Le banche centrali hanno risorse per definizione illimitate (fra l’altro possono stampare moneta) e quasi sempre gli speculatori che le hanno sfidate ne sono risultati sconfitti.

Il 6 settembre del 2012 la Bce articola il proprio intervento annunciando le Outright Monetary Transactions (OMT), degli interventi mirati sui titoli del debito pubblico Ue fino a tre anni potenzialmente illimitati ma sottoposti a condizioni dettate da un programma di recupero economico deciso su scala europea.

Nel frattempo, su spinta della Commissione europea, prende corpo un progetto di Unione bancaria che garantisca un approccio sistemico alle crisi finanziarie nell’Eurozona. Fra i pilastri di questo progetto in corso d’opera spicca l’attribuzione alla Bce di un potere di vigilanza unificato sulle banche "sistemiche" europee.

Nel marzo del 2013 si aggravano le condizioni del sistema finanziario cipriota, anche in questo il ruolo della Bce appare fondamentale. Di fronte alle incertezze di Nicosia e al timore di un ritardo negli interventi l’Eurotower minaccia di bloccare il sistema di finanziamenti emergenziali noti come ELA (Emergency liquidity assistance) il 25 marzo del 2013 se non sarà raggiunto un accordo per un piano di rientro economico del Paese. In altri termini la Bce minaccia di tagliare i fondi alle banche del Paese se questo non prenderà delle decisioni immediate. Successivamente si arriverà a un prelievo forzoso sui depositi oltre i 100 mila euro, a una loro conversione in titoli bancari, a un accorpamento della seconda banca del Paese nella prima e ad altre misure molto dure per Cipro. Sul fatto che il modello cipriota sia da ritenere un esempio (negativo) per il resto d’Europa si dibatte ancora oggi. Ma la questione questa volta è davvero politica.


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