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Irlanda: bocciata da agenzie di rating

Standard & Poor’s la boccia, ma l’Irlanda non ci sta

27 Ago 2010 - 10:49

Ancora una volta le banche, ancora una volta gli stati. L’ultimo report di Standard&Poor’s con cui l’Irlanda viene “bocciata” ad AA- condanna esplicitamente la nuova iniezione di capitali pubblici in Anglo-Irish Bank che potrebbe complessivamente portare il debito dell’isola al 113% del Pil entro il 2012. Non che non serva l’aiuto pubblico al mondo del credito, ma questi 10 miliardi di spese in più fanno passare a circa 90 miliardi di euro il costo degli interventi pubblici in favore delle banche e mettono a rischio un altro Paese dell’Europa periferica.

La novità si è ovviamente riflessa sul mercato dei CDS che, a metà seduta del 25 agosto, salgono a quota 317 punti base: i livelli di circa 150 punti di inizio anno sono lontani, ma anche i 200 punti di inizio agosto sarebbero a questo punto un risultato. Contemporaneamente si sono impennati gli spread fra titoli del debito irlandese e titoli tedeschi, rafforzando i segnali di sfiducia del mercato nei confronti dell’Isola. Insomma il solito corto circuito tra banche in crisi e stati sempre più in deficit avrebbe mietuto la sua ennesima (e d’altra parte già fragile) vittima.

Questa volta, però, John Corrigan, numero uno dell’Agenzia nazionale di gestione del Tesoro, è sceso in campo personalmente accusando Standard&Poor’s di avere sbagliato i suoi calcoli. Il metodo dell’agenzia di rating sarebbe sostanzialmente discorde con quello utilizzato dal Fondo Monetario Internazionale e dall’Eurostat, l’agenzia delle statistiche europea.

Al centro delle polemiche, nel dettaglio, il valore nullo dato alle attività che il Nama (National Asset Management Agency) ha rilevato. Il Nama è un ente creato per rilevare i crediti irlandesi a rischio, una sorta di salvagente finanziario messo su sulla scia di quanto fatto, per esempio, dalla Fed statunitense. In sostanza ha comprato con l’ultimo intervento in favore della Anglo Irish Bank (AIB) i suoi crediti a rischio per il 38% del loro valore nominale salvandola, ma evidenziando anche la fragilità del comparto finanziario irlandese. Corrigan, però, entrando nel merito delle valutazioni di S&P’s sottolinea che almeno il 25% delle garanzie sui crediti del Nama è costituito da immobili di Londra. “Vogliamo proprio pensare che non valgano nulla?” Si chiede ironico Corrigan.

Il salvataggio delle sole banche irlandesi, alzato con l’intervento su AIB da S&P’s a 90 miliardi, sarebbe poi, secondo il numero uno della National Treasury Management Agency irlandese, pari alla metà di quanto stimato dall’agenzia. Se consideriamo che 90 miliardi sono il 58% del Pil e 45 miliardi sono invece meno del 20% del Pil, si capisce che le cifre in gioco sono molto importanti.

Gli effetti diretti del downgrade dell’agenzia però già si vedono: il 25 agosto i cds irlandesi, le assicurazioni contro il default di Dublino volano a 322 punti base. Significa che per ogni 10 milioni di dollari del debito quinquennale di Dublino chi si voglia assicurare contro un default dovrebbe spendere 322 mila dollari, non i 150 mila di inizio anno, non i 200 mila dollari di inizio mese. A differenza del caso greco, spagnolo o anche italiano, però, questa volta l’agenzia di rating è stata duramente contestata da un membro del governo interessato dal downgrade. Dopo le enormi polemiche dei mesi passati, questa critica rischia di essere diversa dalle altre.

E’ vero che anche Moody’s di recente ha scritto che i rating sovrani europei sarebbero a rischio e in particolare quelli di Irlanda, Spagna, Grecia, Romania e dei paesi baltici, tuttavia la reazione piccata del governo di Dublino, potrebbe trasformarsi in critica alle agenzie di rating e spingere verso la nuova regolamentazione del settore delle consulenze e della valutazioni dei debiti sovrani. I regolatori di Bruxelles procedono già da tempo verso la creazione di nuove agenzie alternative a Standard&Poor’s, Moody’s e Fitch. Il progetto è nell’aria (è il caso di dirlo) da mesi, tuttavia in un momento critico come l’attuale potrebbe ricevere un’accelerazione. Questo contrasta con quanti, sempre più apertamente, chiedono una dilazione alla stretta sulle regole per il timore di un ritorno alla recessione negli Stati Uniti (che stanno rallentando nella propria ripresa) o una crisi del Giappone, che con lo yen ai record sul dollaro rischia di vedere falcidiate le proprie esportazioni e quindi di vedere nuovamente alle stelle il proprio debito. L’iter è insomma molto complesso, anche per via delle discordanti posizioni nel contesto internazionale.

Ma l’Irlanda intanto come sta veramente? Secondo Standard & Poor’s rischia di veder volare il proprio debito al 113% del Pil entro il 2012. Si tratta di una percentuale troppo alta anche se Grecia e Italia fanno molto peggio e nella vicina Gran Bretagna si arriva al 98 per cento. Il deficit è ciò che preoccupa di più però, perché un debito già oltre gli 86 miliardi di euro non si può gestire senza conti pubblici in salute. Attualmente il disavanzo viaggia sul 14,3% del Pil, il che significa su valori peggiori di quelli di Atene. Come conseguenza l’intervento rapido da 10 miliardi di euro aggiuntivi sulla Anglo Irish Bank, approvato velocemente dalla Bce, fa vacillare ancora di più i conti. Dall’economia irlandese arrivano però anche segnali positivi, come la crescita del 2,7% del Pil nel primo trimestre rispetto all’ultimo quarto del 2009. Le vie di uscita sono una stretta del governo sul deficit o una stabilizzazione del sistema bancario assai rapida. Di certo nuovi grossi interventi dello Stato rischiano di compromettere la credibilità delle manovre del governo di Dublino e i cali degli ordinativi industriali di giugno minacciano la ripresa in un momento topico. Servirà quindi molto di più che qualche protesta per convincere il mondo che l’Irlanda è sulla via della ripresa.

 

 

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