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Grecia: ad Atene la prima crisi UE

Grecia: scoppia ad Atene la prima vera crisi dell’UE

17 Mag 2010 - 12:24

Il 4 ottobre del 2009 George Papandreou eredita dal precedente governo di centro-destra un Paese disastrato.
Il sospetto che il precedente premier Costas Karamanlis fosse a conoscenza della gravità della situazione della Grecia mette sotto una luce diversa la decisione di indire elezioni anticipate. Certo però lo scorso autunno Papandreou non poteva immaginare che nei conti pubblici di Atene fosse stata sistematicamente nascosta una vera e propria voragine e che di lì a pochi mesi avrebbe messo a rischio persino la tenuta dell’euro e l’Unione monetaria del Vecchio Continente.

Le settimane successive all’elezione del partito socialista Pasok appaiono per certi versi surreali: George Papandreou si accorge quasi subito che le riforme che servono alla stessa sopravvivenza della Grecia nell’Eurozona impongono una serie di tagli della spesa pubblica e di interventi antipopolari che stridono con il suo programma politico. L’emergenza che scatta nei mercati finanziari globali gli forza però la mano: in poche settimane diviene chiaro che il governo Karamanlis ha nascosto un buco pauroso nei conti di Atene. Il deficit che nel 2009 era dichiarato al 6% è in realtà molto più alto, probabilmente sfiora il 13 per cento.

Per il Paese con il peggior rapporto debito/Pil d’Europa è una notizia semplicemente disastrosa: sui mercati internazionali scatta l’allarme, mentre le agenzie di rating rifanno tutti i calcoli sui bilanci della Grecia e la speculazione inizia a montare.
Fra sommosse e scioperi Papandreou annuncia che riporterà il deficit greco al 3% del Pil (entro i parametri di Maastrischt) in quattro anni.

Il 16 dicembre, però, Standard & Poor’s taglia il rating sul debito di Atene a BBB+ dopo pochi mesi, il 27 aprile, la stessa agenzia taglierà il proprio giudizio sul debito greco di altri tre livelli declassandolo a BB+, ossia al livello di “obbligazione spazzatura” (junk bond).
Molti osservatori pensano che l’uscita della Grecia dell’Eurozona sia ormai inevitabile.

Altri analisti tirano una linea rossa che unisce i paesi più deboli d’Europa e che parte dalla Grecia, passa per il Portogallo e arriva alla Spagna e all’Irlanda, forse anche all’Italia. Il rischio che si fa sempre più reale nei mesi è quello di un contagio che potrebbe persino mettere a repentaglio il progetto dell’Unione Europea. I paesi finiti in crisi non hanno più, come un tempo, la possibilità di emettere moneta per ripagare il debito al costo di un’elevata inflazione: manca però anche un sistema che permetta all’Europa di difendere i propri membri più fragili in caso di crisi gravi come questa.

Nel frattempo emergono tutte le magagne (in gran parte già note da tempo) del bilancio greco: il debito pubblico è superiore al 120% del Pil e quindi l’equilibrio dei conti già difficilissimo in una situazione di crescita, con un deficit intorno al 13% rischia di diventare impossibile. Il maquillage dei conti pubblici per il quale Atene si è servita anche della collaborazione di Goldman Sachs non riesce a nascondere i problemi strutturali di un Paese nel quale l’economia sommersa pesa per un quarto del Pil e la corruzione per circa 20 miliardi di euro l’anno. La manovra che il governo propone per evitare il “fallimento” chiede tagli fino a oltre il 30% agli stipendi dei dipendenti pubblici, ridimensiona notevolmente la spesa pubblica e impone nuove tasse che inevitabilmente appesantiranno la ripresa.

Il rischio di una rivolta sociale si fa sempre più alto: quando tre persone muoiono durante gli scontri che seguono la presentazione del piano di Papandreou e accompagnano uno sciopero generale, molti pensano che sia ormai troppo tardi. Il Paese riesce, però, a rimanere unito.

Quando viene varato un finanziamento da 110 miliardi di euro appoggiato dall’Unione Europea e dal Fondo Monetario Internazionale l’euro è già sceso sotto un cambio di 1,3 contro il dollaro e sconta tutta la fragilità di Bruxelles di fronte a una crisi di fiducia che si è allargata a tutte le istituzioni europee.

Dopo un venerdì terribile i grandi d’Europa annunciano lunedì 10 maggio la creazione di un fondo europeo da circa 750 miliardi di euro per il sostegno dell’Eurozona. La reazione dei listini azionari è vigorosa, molte incertezze rimangono, ma nasce anche la prima bozza di una regia economica di livello europeo.

 

 

 

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