Industria alimentare, il futuro è (anche) non-food

Bottiglie e packaging realizzati con il mais, interni delle auto con il pomodoro. Nell’epoca del bio, le materie prime provenienti dal settore agricolo sono sempre più presenti anche in altri settori



24 Feb 2015 - 16:20

I maggiori sviluppi per l’industria alimentare potrebbero arrivare dal non-food. Sembra un paradosso, ma altro non è che il risultato della continua ricerca di fonti di energia e materie prime alternative ai combustibili fossili e individuate negli scarti della filiera alimentare e nei prodotti agricoli. Dai quali nascono biomasse, biocarburanti e bioplastiche.

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Biocarburanti, crescita per legge

Il primo settore che viene in mente se si pensa agli agro(non)alimentari è quello dei biocarburanti. Il settore ha avuto un forte impulso dalla direttiva europea sulle energie rinnovabili 2009/28/CE, che ha imposto agli stati membri l’obiettivo di raggiungere almeno il 10% di energia rinnovabile nel settore trasporti entro il 2020. Per adempiere all’obbligo, l’Italia ha varato una legge che impone alle compagnie petrolifere una quota crescente di biocarburanti in miscela con i prodotti fossili, che nel 2014 ha raggiunto il 5%.

Il trend di crescita imposto dalla legge ha portato l’Italia a diventare il quarto Paese in Europa per produzione di biocarburanti. Nonostante ciò, siamo ancora costretti a importare non solo la maggior parte del biocarburante già raffinato, ma anche le materie prime destinate alla sua produzione, in particolare oli vegetali poco prodotti dalle nostre parti, come olio di colza, di soia e di palma. Secondo la prima relazione dell’Italia in merito ai progressi ai sensi della direttiva 2009/28/ CE, pubblicata nel 2011, importiamo circa l’85% delle biomasse vegetali che utilizziamo per la produzione di biocarburanti: per questo, è sempre più frequente lo sfruttamento di materie alternative come lo strutto, gli oli esausti dei ristoranti, la carne che non può essere commercializzata e gli alimenti scaduti.

Bioplastica, nuova eccellenza italiana?

Ma scenari ancora più interessanti potrebbero arrivare dalle bioplastiche. Secondo i dati diffusi recentemente dall’Institute for Bioplastics and Biocomposites (IfBB) dell’Università di Hannover, il mercato è destinato a crescere a ritmi sostenuti: nel 2017 arriverà a una capacità produttiva di circa 6,2 milioni di tonnellate, contro le attuali 1,4 milioni.

Le bioplastiche oggi derivano principalmente da materie prime come mais, frumento, patate dolci e canna da zucchero e sono impiegate principalmente per la produzione di shopper, prodotti monouso e packaging. Ma ci sono progetti già in fase avanzata che riguardano l’utilizzo di residui di olio di oliva, vino e altri alimenti e coinvolgeranno altri settori come quello dell’elettronica di consumo (per mouse, tastiere e cover per smartphone), l’abbigliamento, l’industria automobilistica e l’edilizia.

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C’è anche un’azienda italiana quotata

La crescita del settore delle bioplastiche in Italia è merito di alcune iniziative imprenditoriali illuminate: come Bio-On, azienda bolognese nata nel 2007, impegnata nella creazione di brevetti per il settore e quotata in Borsa Italiana dall’ottobre del 2014; oppure Novamont, l’azienda di Novara che ha brevettato il MaterBi, la bioplastica utilizzata per produrre gli shopper derivante dall’amido di mais, che oggi detiene la fetta più grande del mercato. Inoltre lo scorso gennaio Matrìca, joint venture tra Novamont e Versalis (Gruppo Eni), ha firmato un accordo con Coldiretti e CAI (Consorzi Agrari d’Italia) per la promozione della coltura del cardo in Sardegna per la produzione di bioplastiche e biolubrificanti.

Pomodoro, nuova risorsa per l’Automotive

Casi interessanti nel settore non mancano neanche all’estero. Nel 2009 Coca Cola Company ha lanciato PlanBottle, un piano di produzione di bottiglie in bioplastica che mira a sostituire completamente quelle attuali entro il 2020. La casa automobilistica Ford ha invece stretto una partnership con Heinz, multinazionale del settore delle salse alimentari, per la produzione di bioplastica tramite i residui dell’industria del ketchup. E un’altra multinazionale dell’Automotive, la Mazda, ha ideato una bioplastica per gli interni delle vetture e un biotessuto per i rivestimenti dei sedili.

 

Contenuti a cura di The Van

 

 


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