L’innovazione? Ce la spiega De André

Marco Polito, amministratore delegato di Cassa di Compensazione e Garanzia, cita un verso del celebre cantautore genovese per raccontare la sua visione del futuro



07 Mag 2021 - 09:30

“Scordarsi le rotaie verso casa”. Per descrivere il suo punto di vista sull’innovazione Marco Polito, amministratore delegato di Cassa di Compensazione e Garanzia­ (CC&G), cita un verso scritto dal famoso maestro della musica leggera italiana, Fabrizio De André. Ma cosa c’entra il celebre cantautore genovese con l’innovazione e con CC&G, la società del gruppo Borsa Italiana che elimina il rischio di controparte, garantendo il buon esito dei contratti conclusi dai partecipanti al mercato? Non resta che leggere l’intervista, terzo appuntamento con la rubrica People&Innovation, per scoprirlo. 

 

Marco, scegli tre parole per descrivere CC&G.

«Sfidante, coinvolgente e sempre in prima linea».

 

Cassa di Compensazione e Garanzia è innovativa perché…

«Perché i mercati non stanno mai fermi, sono sempre in evoluzione e per questo anche CC&G deve essere sempre aggiornata e al passo con i tempi».

 

Parlaci di un progetto innovativo realizzato di recente.

«Uno dei progetti più interessanti riguarda l’utilizzo dell’intelligenza artificiale (AI) per determinare i prezzi di chiusura di diverse decine di migliaia di strumenti finanziari derivati. È un processo che arriva dopo una serie di evoluzioni, di cui l’AI rappresenta soltanto l’ultimo tassello. La sua funzione è quella di individuare eventuali anomalie e alleggerire così il controllo manuale. L’intelligenza artificiale non prende decisioni in maniera autonoma, ma fa una serie di valutazioni sulla congruità e la presenza di irregolarità».

 

Che cosa ti è piaciuto in particolare di questo progetto?

«In primo luogo, il fatto che in questo modo siamo riusciti a migliorare l’esito delle operazioni. In secondo luogo, la possibilità di rendere l’intero processo più fluido. Infine, abbiamo garantito una maggiore sicurezza e affidabilità all’intero mercato. Ci tengo infine a raccontare un risvolto personale: il prototipo di questo progetto l’ho realizzato io stesso nel mio precedente ruolo di CRO, anche se poi successivamente ha avuto una sua evoluzione che si è conclusa nel 2020 con l’implementazione finale».

 

Le maggiori difficoltà affrontate in questo progetto?

«Non ci sono state difficoltà particolari, nonostante il mio personale coinvolgimento. Spesso chi ha ideato o realizzato un progetto non vuole che venga toccato in alcun modo. Non è il mio caso. Anzi, ho incoraggiato le persone a non esitare ad andare oltre a ciò che avevo fatto. Se ci si innamora troppo di ciò che si è realizzato, non si progredisce. Benvenuta innovazione, quindi!».

 

Che cosa significa per te essere innovativi.

«Proprio per quanto detto prima, significa essenzialmente essere liberi, sganciati dal passato. Riprendendo il verso di De André citato in precedenza, è necessario perdersi per ritrovarsi cambiati. Non essere troppo “attaccati” a ciò che si è fatto e restare ancorati alla propria “comfort zone”, perché altrimenti si rientra in quel circolo vizioso sintetizzato dell’espressione “abbiamo sempre fatto così”. È necessario invece avere un sano distacco».

 

La prima cosa a cui associ il termine innovazione?

«Senza ombra di dubbio la curiosità».

 

Uno strumento indispensabile per il tuo settore da portare nel futuro?

«Più che uno strumento fisico, direi che è necessario avere una certa attitudine a vivere sempre al limite della propria comfort zone. Se non abbiamo la predisposizione ad adattarci al cambiamento, diventiamo evolutivamente molto fragili e rischiamo di fare la fine del Dodo (un uccello incapace di volare che si estinse nel XVIII secolo, ndr). L’innovazione, infatti, arriva comunque, che lo si voglia o no. Noi possiamo soltanto decidere se subirla oppure cavalcarla e guidarla».

 

Un oggetto “vintage” che porteresti nel futuro?

«La matita, perché è un oggetto che, implicitamente, ci fa ammettere che nella vita si possono commettere errori. La cosa peggiore non è sbagliare, ma il negare di aver commesso uno sbaglio e ostinarsi a perseverare».

 

 

 

 

 


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