Coworking, la nuova frontiera

In periodi di lavoro flessibile e di ripensamento di luoghi e modalità di lavoro, gli spazi condivisi offrono opzioni vantaggiose per diverse categorie e si rivelano anche interessanti investimenti



The Van Group, 01 Dic 2020 - 11:30

«Lo smart working salva l’economia, perché durante il lockdown tante persone continuano a lavorare. Superata la paura, resterà una grande lezione per le aziende: il telelavoro ha grandi vantaggi e sarà adottato sempre di più» ha dichiarato il sociologo Domenico De Masi. I numeri sono eloquenti: prima, in Italia, lavoravano a distanza 570mila persone. Nel picco del lockdown, siamo arrivati a 8 milioni. E molti di loro non torneranno indietro.

«Lo smart working non è una moda, ma un cambiamento inarrestabile, che risponde alle esigenze delle persone, delle organizzazioni e della società nel suo complesso», ha sottolineato Mariano Corso, responsabile scientifico dell’osservatorio Smart working del Politecnico di Milano.

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Una soluzione che conviene a tutti

In questi mesi, il concetto di smart working si è tradotto per molti di noi principalmente nel lavorare da casa. Una modalità non priva di problemi: spazi insufficienti, coabitazione faticosa con gli altri membri della famiglia, difficoltà nel separare la vita lavorativa da quella personale. E così si afferma la soluzione del coworking, in grado di venire incontro alle esigenze delle aziende (che risparmiano, non necessitando più di una sede, oppure possono limitarsi a un head quarter di rappresentanza più piccolo) e dei lavoratori (che hanno spazi strutturati più vicini a casa). L’ideale, poi, per i freelance, che non potrebbero permettersi una sede, ma che sono in grado di affrontare i costi di un coworking (in media: 30 euro al giorno e 280 al mese) specie a fronte di servizi generali condivisi (sala riunioni, reception, rete, stampante, ecc.).

In Italia i coworking sono arrivati intorno al 2010. All’epoca, si contavano una decina di spazi, concentrati al Centro Nord, oggi sono oltre 700. Milano ha 91 strutture, Roma 57 e Torino 24. E se si pensa che il coronavirus ne abbia arrestato la crescita, si sbaglia: certo, un rallentamento c’è stato, ma da una recente indagine della Fondazione Di Vittorio emerge che ancora oggi il 60% dei lavoratori vorrebbe spendere le sue ore al pc in un ufficio condiviso, ma non può per assenza di spazi.

Secondo stime di Cushman & Wakefield, colosso mondiale del mercato immobiliare, in Italia il 42% degli spazi genera profitto e la percentuale è in crescita. Non solo: diminuiscono del 3% i costi di affitto, che incidono per il 37%. E i grandi immobiliaristi sono propensi a investire in coworking il 15-30% del loro patrimonio.

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Il giardino dei talenti

Il network italiano di maggior successo è Talent Garden, fondato dal bresciano Davide Dattoli, 29 anni. «L’idea era creare uno spazio di lavoro da condividere destinato ai professionisti del digitale e dell’innovazione. Siamo partiti nel 2011, quando di coworking non si parlava ancora, con un finanziamento di 30mila euro». Da allora, i numeri sono aumentati in modo impressionante. «Siamo cresciuti in ogni direzione. Nel 2015, eravamo in meno di 20, adesso lavorano con noi 170 persone. Abbiamo 26 campus in 8 Paesi. Ogni giorno abitano i nostri spazi 4.500 talenti, per non parlare dei visitatori e delle migliaia di persone che formiamo ogni anno». E ancora: Talent Garden ha raccolto 104 milioni di investimenti, fattura quasi 20 milioni e Dattoli è stato nominato da Forbes tra i 30 under 30 più influenti d’Europa, in ambito tech e digital. Proprio Talent Garden ha dato vita ad Antea, una piattaforma digitale dedicata allo smart working, un laboratorio sulle nuove metodologie del lavoro che consente di apprendere, formarsi, confrontarsi con gli esperti di settore e fare networking in un’ottica di community allargata online.

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Rivoluzione copernicana

Un’altra eccellenza del settore è Copernico, società di spazi condivisi fondata nel 2015 da Pietro Martani (amministratore delegato dimissionario nell’agosto 2020) e Leonardo Ferragamo, figlio dell’imprenditore del calzaturiero Salvatore, che detiene una quota del 20%. Nella compagine sono presenti 59 soci. Copernico è un coworking attivo e dinamico presente nelle principali città italiane e a Bruxelles. Si rivolge ad aziende, anche multinazionali, che hanno bisogno di basi territoriali e/o puntano all’open innovation. A Milano ha varie sedi, fra cui Copernico Isola for S32, che è diventata la culla del fintech. Il suo fatturato è cresciuto negli ultimi anni: 14 milioni nel 2017, 20 nel 2018 e 28 nel 2019. Gli ambiziosi piani di sviluppo (gestire un centinaio di centri nelle prime 40 città italiane) richiede nuovi investimenti. Allo studio l’ingresso di nuovi soci e la quotazione Aim entro il 31 dicembre 2021.

Tutta italiana e pionieristica anche la rete di coworking Cowo, fondata dal copywriter Massimo Carraro con l’art director Laura Coppola. Il primo spazio in coworking è nato nel 2008 nella sede della loro agenzia di comunicazione. Da allora gli spazi si sono moltiplicati, in tutta Italia.

Fra gli altri operatori importanti presenti in Italia, si citano Regus e OH Working. Molti, infine, sono gli spazi verticali dedicati a singole categorie professionali.


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