B Corp: brave e buone

Sempre più società di capitali stanno scegliendo una nuova via: ecco la carica delle 2.700 Benefit corporations, che sta conquistando il mondo produttivo al grido di “responsabilità sociale” e “sostenibilità”



The Van, 07 Gen 2020 - 12:45

Lo chiamano il movimento del “Quarto Stato” dell’economia mondiale, perché, oltre al profitto, persegue anche finalità positive sull’ambiente e le persone. Non solo divisione degli utili e plusvalore, dunque, ma un’attenzione concreta verso il benessere della società e del Pianeta. Le B Corp sono una community internazionale di imprese, nate con l’obiettivo di “ridefinire un nuovo paradigma di business adeguato ai nostri tempi, concreto e replicabile”. Per questo hanno stretto un patto etico denominato “Dichiarazione di interdipendenza”, in cui assumono l’obbligo di praticare esse stesse il cambiamento che ricercano nel mondo, di armonizzare nel proprio business gli interessi delle persone e dell’ambiente, di non nuocere con i propri prodotti e le proprie pratiche di business. Infine, le B Corp assumono che per raggiungere questi obiettivi ciascuna di esse riconosca l’interdipendenza dall’altra. L’azienda B Corp soddisfa i più alti standard al mondo di performance sociale, ambientale ed economica e si impegna anche da un punto di vista legale a considerare tutti gli stakeholder, non solo gli azionisti. Il business, così inteso, diventa una forza positiva in grado di restituire crescita di lungo periodo alle comunità. Di più: la forza propulsiva di un cambiamento globale e delle società, che innesca una competizione positiva tra le imprese for profit di tutto il mondo.

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Italia al top

L’Italia può tenere la testa ben alta, poiché a livello europeo è considerata la realtà più dinamica per nascita e crescita delle società benefit. Secondo “The B-book”, infatti, a oggi il Belpaese vanta 80 B Corp certificate, distribuite in tutto lo stivale, figurando inoltre come la seconda nazione al mondo, dopo gli Stati Uniti, ad aver introdotto con una legge questa nuova tipologia di società. Ma come si diventa una B Corp certificata? Sottoponendosi al B impact assessment, un test che valuta le performance aziendali sulla base dei quattro seguenti parametri. Governance: il modello valoriale di riferimento in termini di trasparenza, correttezza e competenza. Persone: il sistema di relazioni con i dipendenti per il rispetto dei loro diritti e la valorizzazione delle competenze e delle aspirazioni individuali. Community: la capacità di interpretare l’impresa come parte attiva della realtà sociale, impattante su fornitori, clienti e comunità locale. Ambiente: monitoraggio di tutte le fasi della filiera produttiva in relazione al livello di sostenibilità ambientale di processi e prodotti. Se l’azienda raggiunge almeno 80 punti su 200, può chiedere di convalidare il proprio punteggio all’ente certificatore delle B Corp.

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I valori

I valori delle B Corp sono raccolti nel B-book: responsabilità, trasparenza, interdipendenza, innovazione, inclusione e rigeneratività. E che la mission aziendale e la trasparenza siano elementi fondamentali per far girare il business dei prossimi anni, è testimoniato dall’orientamento delle giovani generazioni: “I Millennial oggi rappresentano il 50% della forza lavoro, che diventerà il 75% entro il 2025. Il 77% di questi afferma che lo scopo dell’azienda è parte fondamentale del motivo per cui hanno scelto di lavorare lì” (Deloitte Millenial Survey 2016). Inoltre, secondo il Global Survey of Institutional Investors 2015 redatto da Ernst & Young, “Il 64% degli investitori ritiene che le imprese non siano adeguatamente trasparenti in merito ai rischi non finanziari e quasi la metà degli investitori esclude determinati investimenti sulla base di informazioni non finanziarie”.

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Alcune realtà italiane

In Italia, le 80 società benefit danno lavoro a 1.200 dipendenti, raggiungendo un fatturato di 1 miliardo e mezzo di euro. La prima società italiana a essere diventata B Corp è Nativa, in quanto partner italiano di B Lab (ente non profit internazionale, che rilascia le certificazioni e promuove tra gli Stati l’adozione dello stato giuridico di Benefit corporation), che si autodefinisce come una Purpose Driven Design & Innovation Company. Ha fra l’altro contribuito alla progettazione e realizzazione del nuovo concept store Gianni Versace, introducendo nelle aperture di Miami, Monaco, Pechino e Toronto i più alti standard edilizi previsti dalla certificazione di sostenibilità LEED (Leadership in Environmental and Energy Design). Tra le altre benefit corporation italiane, spicca la Fratelli Carli, che è anche la più grande B Corp in Europa. L’azienda ligure, che si occupa della produzione di olio extra vergine d’oliva e di prodotti enogastronomici, nel 2016 ha ottenuto un punteggio di 96. Nata a Imperia nel 1911, oggi vanta un vastissimo catalogo di prodotti, che spazia dagli oli ai vini, dai pesti ai paté, dalle conserve passando per i primi piatti e i piatti pronti, arrivando ai dolci e perfino ai cosmetici. L’unica fabbrica del design italiano ad aver ottenuto la certificazione, finora, è poi la piemontese Alessi: nel 2017, ha raggiunto il punteggio di 82,3. Nata nel 1921 come officina per la lavorazione dei metalli, oggi è un fiore all’occhiello delle Fabbriche del design italiano, grazie alla capacità di coniugare la tradizione artigiana e l’uso sapiente delle macchine. La sua ricerca artistica si è avvalsa della collaborazione con designer internazionali, del calibro di Philippe Starck e Patricia Urquiola. E ancora, Treedom è l’unica piattaforma web al mondo che permette di piantare un albero a distanza e seguirlo online. Dal 2010, anno in cui è sorta a Firenze, sono stati piantati più di 600mila alberi in Africa, America Latina, Asia e Italia da parte di contadini locali, contribuendo a diminuire la concentrazione di CO2 nell’aria. E a proposito di ambiente, sapete cos’è la space junk? È la spazzatura spaziale che ha iniziato ad accumularsi fin da quando, nel 1957, si è dato inizio alle missioni, col lancio dello Sputnik 1. D-Orbit, azienda comasca con un fatturato di 4 milioni di euro nel 2018, si occupa proprio della rimozione della spazzatura spaziale, fornendo prodotti e servizi per il settore spaziale capaci di coprire l’intero ciclo di una missione, dalla progettazione e dallo sviluppo della piattaforma satellitare fino allo smaltimento. Tutto ciò che fino a pochi anni fa era impensabile, oggi sta diventando realtà.


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