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La (nuova) via della seta

Su iniziativa di un’azienda orafa, in Italia si torna a produrre il prezioso filato, riavviando un settore dalle grandi potenzialità ancora inespresse



The Van, 21 Dic 2018 - 15:43

Lo scorso settembre, l’azienda orafa vicentina D’orica ha presentato Treesure, collezione di gioielli realizzati in oro e seta 100% italiana. Un evento importante, non solo perché si tratta della prima collezione che abbina il prezioso metallo (e l’altrettanto prezioso filato) usando materiali al 100% Made in Italy, ma anche perché il lancio di questa linea rappresenta il punto d’arrivo di un lungo percorso che ha portato alla rinascita della filiera italiana della seta, che si era da tempo interrotta.

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Ritrovare il filo

Protagonisti di questa storia sono Giampietro Zonta e Daniela Raccanello, coppia di imprenditori veneti a capo di D’orica. Tutto inizia nel 2014, quando i due hanno l’idea di impiegare la seta nell’oreficeria. L’intuizione sembra buona, ma si scontra con un ostacolo non indifferente: D’orica si fa vanto di essere un’azienda al 100% Made in Italy, ma da lungo tempo in Italia non si produce più seta. Il filato naturale, infatti, viene sì lavorato nel nostro Paese, ma è importato dall’estero. Come fare? Giampietro Zonta non si perde d’animo e si attiva alla ricerca di una soluzione. Scopre che, proprio in Veneto, presso una cooperativa sociale, esiste ancora una vecchia filandina, ovvero un’apparecchiatura in grado di ricavare la seta dai bozzoli dei bachi. Pare addirittura che sia l’unica ancora esistente in Europa. L’imprenditore non si lascia sfuggire l’occasione e acquista la filandina: la storia della seta italiana ha così un nuovo inizio, e il filo spezzato si riannoda.

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La via etica della seta

Sempre in Veneto, a Padova, ha sede l’unità di bachicultura del CREA, centro di ricerca che dal 1871 tutela la biodiversità conservando le diverse specie di bachi e varietà di gelsi (l’alimento dei bachi). Il CREA diventa il partner scientifico di un progetto chiamato “La via etica della seta” (www.setaetica.it) intorno a cui presto si aggregano svariati soggetti.

La nuova via della seta è etica perché la bachicultura avviene in cooperative sociali, e perché si intende riconoscere il giusto compenso a ogni pezzo della filiera. «Si era smesso di produrre seta – spiega Giampietro Zonta – anche per via di un doppio sfruttamento: quello della natura, con il passaggio a coltivazioni intensive e a prodotti chimici aggressivi, e quello delle persone, che venivano pagate troppo poco».

Potenzialità in tutta Italia

Sgombriamo il campo da un equivoco: la via della seta italiana non è solo una produzione di nicchia o un progetto dal valore esclusivamente simbolico. Al contrario, le potenzialità di sviluppo sono grandi. «Per diversi motivi l’egemonia cinese è destinata a ridimensionarsi, mentre la seta viene usata sempre più anche in settori diversi dal tessile» spiega Claudio Gheller, amministratore delegato di Veneto Marketing. Oltre che nel tessile (e, grazie a D’orica, nell’oreficeria), la seta oggi si impiega infatti anche nei prodotti cosmetici, farmaceutici, protesici e alimentari. «Con la seta italiana ci troviamo in una situazione rara: la domanda del prodotto arriva prima del prodotto stesso – aggiunge Giampietro Zonta –. Nel ricostruire la filiera c’è spazio per tutti: la domanda supererà l’offerta ancora per molti anni». A pochi mesi dal suo lancio, il progetto è stato selezionato dalla Commissione europea come uno dei quattro casi di eccellenza continentali in ricerca e innovazione.

Le prime regioni italiane in cui si praticò la sericultura furono, intorno all’ottavo secolo, la Sicilia e la Calabria. E proprio dalla Calabria Giampietro Zonta ha fatto arrivare i primi bozzoli per riavviare la produzione. Dal Sud, la seta si diffuse in tutta la Penisola, toccando la Campania e molte regioni settentrionali. «Ora sogno di riavviare il percorso in senso inverso, partendo proprio dal Veneto» rivela Zonta.

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