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Vedi Napoli e poi... ti vesti (bene)!

Abiti, camicie, cravatte: la tradizione sartoriale partenopea ha radici antiche e piedi ben piantati nel presente



The Van, 03 Mag 2019 - 12:41

Napoli è senza dubbio un punto di riferimento a livello mondiale della sartoria artigianale. Soprattutto per l’uomo. È una tradizione che parte da lontano, prende forma quando Napoli è capitale del regno delle Due Sicilie e importante centro socioeconomico europeo. Una storia fatta di eleganza e gusto, dove anche il minimo dettaglio è cucito con maestria e attenzione.

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Il caso Kiton

Un esempio? Kiton, azienda fondata ad Arzano, cinque chilometri da Napoli, nel 1958 da Ciro Paone (lo definiscono “l’uomo che produce gli abiti più cari del mondo”): oggi il gruppo fattura oltre 120 milioni di euro l’anno grazie al lavoro di 800 dipendenti distribuiti in cinque stabilimenti in Italia. Kiton ha più di 50 negozi monomarca in 15 Paesi diversi e anche una sede a New York, tra la Madison e la quinta strada.

“Nessun processo industriale”, ci tengono a precisare i vertici della holding familiare, in cui ora sono entrati anche i rappresentanti della terza generazione, “qui ci sono solo sarti completi che sono in grado di fare un capo dal taglio del tessuto all’ultima cucitura”. Nella sede centrale di Napoli i sarti lavorano in cerchio, chiacchierando circondati da opere d’arte. Tutto è ancora a misura d’uomo: accanto al laboratorio c’è la nursery, dove i bambini giocano con le baby sitter lasciando lavorare le mamme con tranquillità. Gli stipendi sono più alti della media di categoria e la pausa caffè è qualcosa di molto serio: 15 minuti, due volte al giorno (il direttore generale, Simone Cavallo, viene dalla Kimbo).

Antonio (Totò) De Matteis è l’amministratore delegato di Kiton, che nel 2010 ha rilevato e salvato dal fallimento anche uno dei principali fornitori dell’azienda, il Lanificio Carlo Barbera dai cui telai nascono molti dei prestigiosi abiti. “Loro ci aiutarono anni prima e ora era giusto investire”, spiega l’ad. Nel gruppo c’è anche un’immobiliare.

Il motto dell’azienda è “Meglio del meglio più uno”. Per questo non si realizzano più di 60-70 capi al giorno. La qualità ha i suoi tempi, dicono in Kiton, giustificando così la scelta di non operare in Borsa. I piccoli passi, però, danno i loro frutti e il bilancio cresce ogni anno di almeno 4-5 punti percentuali.

Da una decina di anni cresce d’importanza anche la linea femminile, sotto la guida della figlia del patriarca, Maria Giovanna Paone. Si punta nei prossimi anni a portarla al 50 per cento del fatturato totale.

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Non solo abiti

Altro nome conosciuto nell’alta sartoria artigianale è quello di Gino Cimmino, che con i suoi impeccabili completi blu notte su misura veste politici e imprenditori, soprattutto italiani e giapponesi. Ha appreso la nobile arte lavorando a 14 anni da apprendista presso i grandi sarti napoletani e a vent’anni si è messo in proprio puntando su qualità e taglio raffinato.

Ma non ci sono solo gli abiti. Sotto al Vesuvio si cuciono anche camicie esclusive: uno dei nomi più conosciuti è quello di Barba, camiceria fondata nel 1988, ad Arzano come Kiton, che vanta un fatturato di oltre 15 milioni di euro e dà lavoro a 110 dipendenti.

Poi c’è Maria Santangelo, fondata nel 1953. Tra i suoi must, la camicia “1000” da poco lanciata: solo mille pezzi l’anno in edizione limitata e mille euro di costo, realizzata in un misto cachemire e seta studiato ad hoc. La indossano Putin e l’ex Ad di Ferrari Jean Todt.

La sartoria Finamore nasce ancora prima, nel 1925, con il laboratorio aperto dalla signora Carolina nel centro di Napoli. Oggi l’azienda ha sede a San Giorgio a Cremano e dà lavoro a 58 sarte. Oggi il marchio ha dimensioni internazionali ed è distribuito nelle più prestigiose boutique del mondo. Fra le proposte del marchio ci sono ancora cuciture a mano, lavori su misura e i famosi bottoni in madreperla. Uno dei prodotti di punta è la camicia realizzata in cotone egiziano “170 a 2”.

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La cravatta, vero simbolo partenopeo

Finora abbiamo parlato di abiti e camicie, ma il vero simbolo della sartoria napoletana, conosciuto in tutto il mondo, sono le cravatte. Un brand su tutti: Marinella. Secondo un sondaggio americano è il terzo nome associato a Napoli, subito dopo Maradona e Totò, ma prima di San Gennaro. Da oltre un secolo, Marinella (azienda fondata dal patron Eugenio nel 1914 e oggi guidata dal nipote Maurizio) è sinonimo di sobrietà, qualità e artigianalità partenopee. Le mitiche cravatte a sette pieghe curate a mano sono diventate con il tempo status symbol, oggetto di culto e regalo ambito dei potenti di tutto il Pianeta.

Ma c’è un altro nome che dal 1985 veste il vero “signore” con cravatte realizzate a mano: la maison sartoriale di cravatteria napoletana fondata da Vincenzo Ulturale. Celebrando il gusto e l’eleganza napoletana, Ulturale impreziosisce ulteriormente i suoi capolavori realizzati con sete inglesi inserendo tra le pieghe un corno in madreperla. Così la cravatta, in inglese tie, diventa tiè, un accessorio unico che racchiude in sé la tutta la sacralità della tradizione e anche la proverbiale scaramanzia napoletana. 


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