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La “guerra” del cashmere

Dall’Umbria di Cucinelli al Biellese di Loro Piana e Zegna. Tutte le ragioni e i segreti degli imperi costruiti su un filato d’eccellenza



The Van, 03 Apr 2019 - 10:30

Chi dice cashmere, in Italia, non può non pensare a Brunello Cucinelli. Umbro, 65 anni, origini contadine, cresce in un casolare riscaldato dal calore della stalla, senza luce né acqua corrente. Fino a 25 anni, non ha le idee chiare sul suo futuro. Finché si lascia ispirare dal suo amore per il bello e l’eleganza. “Alla fine decisi di produrre pullover di cashmere per donna, colorati secondo il gusto contemporaneo” racconta nel suo libro-biografia Il sogno di Solomeo (Feltrinelli, 2018). “Ferma era l’idea di realizzare capi di alta manualità e artigianalità italiana, costosi, ma non cari”. Parte in un mini laboratorio, dove fa tutto da solo, dalla produzione alle pulizie alle spedizioni. In banca chiede un prestito da mezzo milione di lire, che gli basta appena per il primo stock di lana. E lì ha un’intuizione: finanziarsi con i clienti, a patto che siano ottimi pagatori. E perciò li va a scovare fra Bolzano e la Germania. Le perplessità non mancano. “Lei è pazzo a tingere il cashmere in questi colori!” gli dissero all’inizio. Ma lui tenne duro e il successo non tardò ad arrivare. Per il suo gruppo, quotato in Borsa dal 2012, il 2018 è stato un anno da lui stesso definito “splendido”: 553 milioni di ricavi netti (+8% rispetto al 2017), crescita sui mercati internazionali e in tutti i canali distributivi, investimenti per circa 45 milioni di euro. Oggi Cucinelli non è solo il 24° uomo più ricco d’Italia (Forbes gli attribuisce un patrimonio di 1,6 miliardi di dollari), ma è anche un filantropo che investe soprattutto sul territorio: la sua azienda ha sede nel borgo umbro di Solomeo, di cui ha ristrutturato il castello e gli opifici. E sui giovani: grazie alla sua Scuola di arte e mestieri, permette loro di seguire corsi di maestri esperti in sartoria, arte maglieristica e tessile, colture agrarie e arti murarie.

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La Cashmere Valley

Cucinelli è l’esponente più famoso del distretto umbro del cashmere, detto anche Cashmere Valley, che vale il 40% dell’intera produzione in Italia, Paese che, a sua volta, è il primo trasformatore al mondo di questa fibra. Dai piccoli laboratori artigianali, ai marchi rinomati e venduti anche all’estero: sono più di 500 le aziende attive nel settore. In principio fu, negli anni venti del secolo scorso, la perugina Luisa Spagnoli a puntare su un filato pregiato, ricavato dal coniglio d’Angora. L’azienda è tuttora un punto di riferimento nel settore della maglieria. Tradizione, innovazione, qualità, artigianalità: questi i fattori che hanno reso il marchio Lamberto Losani apprezzato nel mondo e distribuito in oltre 400 punti vendita, compresi Harrods e Galeries Lafayette. Altri nomi del settore: Lorena Antoniazzi (dopo Ibiza, San Pietroburgo, Seul e Milano, ha aperto una boutique a Cannes), Fabiana Filippi (con storia trentennale) e Giuditta Brozzetti (nell’azienda fondata nel 1921 si lavora ancora sui telai a mano e si organizzano corsi di tessitura in italiano e inglese). La crisi sembra invece aver colpito duramente lo storico e prestigioso marchio Cruciani, rilevato dal gruppo Caprai.

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La via del cashmere nel Biellese

Altro distretto di fondamentale importanza nella lavorazione e trasformazione del cashmere è rappresentato dal polo del Biellese e della Valsesia, in Piemonte. Una grande concentrazione di realtà si trova a Borgosesia, in provincia di Vercelli, anche grazie alla presenza del fiume Sesia che ha agevolato lo sviluppo dell’azienda manifatturiera. Il primo nome che viene in mente è Loro Piana, azienda storica d’eccellenza nel campo della filatura di pregio (574 milioni di ricavi nel 2017, +15% rispetto all’anno prima, risultato record), acquistata nel 2013 dalla multinazionale francese del lusso LVMH. A oggi, conta 9 stabilimenti in Italia, 167 negozi nel mondo e 5 milioni di metri di tessuto prodotti ogni anno. Il Lanificio Colombo, invece, si definisce “il maggior tessitore mondiale di cashmere e fibre nobili”. Fondato negli anni Settanta, ha chiuso l’esercizio 2017 con un fatturato di 82 milioni di euro e un export pari al 75%. Sempre in questa zona, a Varallo Sesia, si trova anche una realtà che ha deciso di dedicarsi alla produzione autonoma. È Valsesia Cashmere, un’azienda agricola che ha puntato su un allevamento di capre asiatiche, nel rispetto della natura e degli animali. Nel Biellese ha invece sede il Lanificio Zegna, azienda leader nel settore dell’abbigliamento maschile di lusso, fondata nel 1910. A oggi conta 525 negozi monomarca nel mondo, 7.000 dipendenti, 1,2 miliardi di fatturato nel 2017 e 32 milioni di utile netto (+64% rispetto all’anno precedente). Oltre allo stabilimento, esistono un museo aziendale e un parco naturale di oltre 100 Kmq visitabile liberamente, l’Oasi Zegna. La Fratelli Piacenza è stata fondata nel 1733: grazie alla sua storia antichissima (ma anche al rispetto dei valori, della qualità e della tradizione familiare) fa parte dell’associazione Les Hénokiens, che raggruppa le aziende familiari con almeno 200 anni di storia. Risale al 1990 la nascita della Piacenza cashmere, la linea di capi di abbigliamento in puro cashmere esportati in tutto il mondo. L’azienda è guidata dalla 13esima generazione Piacenza, mentre la 14esima ha fatto il suo ingresso in azienda.

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