Una borsa piena di novità

Eccellenza del Made in Italy, la pelletteria mostra buoni numeri nell’export di prodotti ad alto valore aggiunto, confermandosi palestra di innovazione



The Van, 30 Nov 2018 - 10:00

Il settore degli articoli in pelle continua a essere uno dei motori di crescita del Made in Italy. Lo dicono i numeri. Le esportazioni, infatti, sono aumentate nel 2017 del 13,2%, niente male. Nei primi sei mesi del 2018, inoltre, la crescita è stata dell’11,4% per un valore di oltre 4 miliardi di euro (417 milioni di euro in più rispetto al 2017) e un volume di 30 milioni di chili. Questi dati sono stati comunicati a metà novembre, a Parigi, da Assopellettieri, l’associazione di categoria, in occasione del lancio del Mipel. Alla 115esima edizione della prestigiosa fiera di settore, che si terrà a Fiera Milano Rho fra il 10 e il 13 febbraio 2019, saranno presenti 350 espositori e attesi 13mila visitatori.

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Dalla lettura dei dati Istat sull’andamento dell’export nel primo trimestre, a fronte dell’aumento del valore, si nota un calo dei volumi: da ciò si desume una propensione dei clienti esteri per i prodotti a maggior valore aggiunto. La riprova arriva dal confronto del prezzo medio al chilo fra merce in uscita e in entrata: 133 euro per le merci esportate (+13,7%) contro i 21 euro (e addirittura 10 se la provenienza è la Cina) al chilo per quelle importate. Tra i primi buyer: Svizzera, Francia, Hong Kong, Stati Uniti e Giappone.

Notizie meno brillanti sul fronte interno, anche se i consumi nazionali danno lievi segnali di ripresa. I nostri connazionali continuano a destinare il grosso del budget alle borse (benché in calo del 6,4%), mentre aumentano le vendite di valigie, zaini e portafogli.

Griffe, qualità, design, selezione dei materiali: queste le leve vincenti del Made in Italy. Ma ci sono anche altre strade da seguire per conquistare i favori del mercato.

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Quando conta un’idea disruptive

Michele Zanella, 47 anni, è oggi a capo di O bag, un’azienda che fattura 100 milioni di euro, conta oltre 400 negozi (in 50 Paesi) e dà lavoro a 450 persone. Un piccolo impero costruito… sulla plastica! Ingegnere, manager per 11 anni alla Benetton. Alle soglie dei 40 anni, nasce in lui l’esigenza di realizzare qualcosa in proprio. Ma che cosa? “Era il 2009, già in piena crisi, ma mi rendo conto che un buon prodotto, unito a un’ottima rete distributiva, ancora funzionava. Ma per durare nel tempo, bisognava creare qualcosa di realmente innovativo”, ha dichiarato. Il primo passo è un orologio colorato e low cost. Il secondo una linea di borse in plastica (ma anche in altri materiali fashion come lana, tessuto, pelliccia…) personalizzabili in 27 colori e 600mila combinazioni diverse. La prima risposta degli addetti ai lavori è stata all’insegna dello scetticismo. “Una borsa in plastica in Italia?, mi dicevano. Ma io sono partito lo stesso, con un investimento di 20mila euro. E ci ho creduto”. Scommessa vinta per un marchio che innova, diversifica e fa tendenza.

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La borsa trasformista

Qualità della pelle, colore, design, assortimento. C’è tutto nelle collezioni Gabs, ma l’elemento di punta risiede nella trasformabilità. Le borse, sfruttando il principio degli origami, grazie ad accessori ad hoc, si possono piegare in base alle circostanze e alle esigenze delle donne: borsa piatta o sacca morbida, piccola o grande, elegante o sportiva. La storia inizia negli anni Settanta, quando Vittorio Gabbrielli fonda Beghé, un’azienda di alta pelletteria. Suo figlio Franco respira per anni il profumo della pelle e si fa le ossa nel settore. Nel 2000, a Firenze, si “butta” e scommette su un grande progetto: “vendere un’idea vestita da borsa, dove il contenitore si trasforma a seconda delle esigenze del consumatore”. La linea piace, conquista clienti in Italia e all’estero, si arricchisce di linee e modelli. Risale al 2005, in pieno boom di Gabs, l’incontro tra Franco Gabbrielli e gli stilisti e imprenditori Marco Campomaggi e Caterina Lucchi. Da qui parte un progetto di collaborazione all’interno del Gruppo Emergenti Italiani. Oggi l’azienda è nel pieno della sua espansione internazionale, che vede la sua presenza in 48 Paesi con 1.000 negozi. Dopo i punti vendita aperti in Giappone (sei) e Corea (otto), punta a sei aperture in Cina entro il 2019.

A qualcuno piace franchising

Assortimento, moda, low cost: questi i pilastri su cui poggia il franchising Carpisa, nato nel 2001. L’azienda della tartarughina a oggi conta 500 dipendenti e 650 punti vendita in tutto il mondo (il fatturato totale della Pianoforte holding, proprietaria del marchio Carpisa e dei brand Jaked e Yamamay è di oltre 600 milioni). Altro segno distintivo del marchio è la capacità di diversificare e innovare, sempre ascoltando le esigenze del mercato. A dicembre 2018 è previsto il lancio di una capsule collection di accessori dedicata agli amici a quattro zampe, disegnata dalla stilista Fiona Swarovski. Parte del ricavato andrà in beneficenza. Dal 2015, l’attrice Penelope Cruz collabora con il gruppo sia come donna immagine che come stilista.

 


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