Acquisizioni all’italiana

Molte nostre aziende sono finite in mani straniere. Ma ci sono numerose eccellenze Made in Italy che continuano a fare shopping all’estero



The Van, 08 Mar 2019 - 13:00

È innegabile, e anche doloroso: negli ultimi tempi il nostro Paese ha sofferto la perdita di alcuni grandi marchi (Versace, La Perla, Italo, Magneti Marelli e Candy solo nel 2018), che sono passati nelle mani di investitori internazionali. Ma il rilancio del Made in Italy potrebbe prendere proprio le mosse dalle realtà vincenti del nostro Paese, che durante l’anno appena passato hanno chiuso oltre 110 acquisizioni all’estero, per un valore complessivo che supera gli 11 miliardi di euro. Il quadro interno di riferimento riguarda 128 tra i distretti e i poli che operano nei comparti di eccellenza del Made in Italy: Food & Beverage (45), Moda e Pelletteria (44), Meccanica (17), Legno & Arredo (14), Farmaceutica (8). All’interno di questi comparti operano più di 350 aziende con un fatturato superiore a 50 milioni di euro che potrebbero diventare target o attori principali di operazioni di fusione o acquisizione, con il settore fashion, lusso e pelletteria in primo piano (dati M&A Academy, Borsa Italiana/ELITE e SDA Bocconi). E se nell’ultimo trentennio sono volate all’estero oltre 200 aziende nazionali (per un valore di 13 miliardi), i comparti industriali sono stati interessati in media da 20 acquisizioni di taglia medio-piccola ogni anno.

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L’Italia che compra

I dati di una ricerca realizzata dalla banca HSBC con l’Università di Padova evidenziano come oltre il 40% delle medie e grandi imprese italiane abbia concluso un’acquisizione e che questa, nell’81% dei casi, sia avvenuta al di fuori dei nostri confini. Le logiche che hanno guidato questo tipo di operazioni mirano generalmente a perseguire obiettivi strategici finalizzati al consolidamento del mercato domestico, al rafforzamento della presenza in un determinato settore, ma anche al sostegno e allo sviluppo del business all’estero. Tra i principali “top acquirer” italiani ci sono sicuramente Campari (1,816 miliardi di euro di fatturato nel 2017), che dal 1995 ha concluso 27 acquisizioni per un valore di oltre 3 miliardi di euro, anche al fuori dei nostri confini (Glen Grant, Grand Marnier, Wild Turkey e cognac Biscuit). Granarolo (1,273 miliardi di euro di fatturato nel 2017) ha invece investito complessivamente poco meno di 300 milioni con 16 acquisizioni (di cui 10 all’estero nell’ultimo triennio), ma tra i player più attivi nel campo M&A (Merger&Acquisition) si contano anche realtà come Ima, Coesia, Gruppo Cremonini e Interpump Group, che dalla quotazione del 1996 ha finalizzato ben oltre 40 acquisizioni, realizzando in ogni anno compreso tra il 2010 e il 2017 un fatturato aggiuntivo medio derivante da tali operazioni pari al 10%.

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Piemonte pigliatutto

Decisamente forte è anche la vocazione internazionale del Gruppo Ferrero, costituito da 94 società consolidate a livello mondiale e da 25 stabilimenti produttivi; forte di un fatturato 2018 da 10,7 miliardi di euro (in crescita del 2,1% sull’anno precedente), vende i suoi prodotti in oltre 170 Paesi e l’anno scorso, con un’operazione da 2,8 miliardi di dollari, ha acquisito 20 brand storici legati al comparto dolciario Nestlè, tra i quali Butterfinger, BabyRuth, 100Grand, Raisinets, Wonka e il diritto esclusivo su Crunch. Shopping all’estero anche per la torinese Lavazza, che ha chiuso il 2017 con ricavi in crescita del 6,3% a 2 miliardi di euro; un incremento non per altro trainato dai mercati esteri, che rappresentano ormai più del 63% dei ricavi. Nel 2018 il Gruppo ha completato l’acquisizione del business caffè di Mars, con un’operazione che ha riguardato i sistemi Flavia e Klix, leading brand nel settore dell’Office Coffee Service (OCS) e del Vending. Attraverso la nuova denominazione Lavazza Professional, opera ora in sei Paesi del G7 per un valore delle attività che si aggira attorno ai 650 milioni di dollari. Grazie a questa operazione in perfetta linea con le precedenti – Carte Noire ed ESP in Francia, Merrild in Danimarca, Kicking Horse Coffee in Canada, NIMS in Italia e Blue Pod Coffee in Australia – il colosso italiano ha rafforzato ulteriormente il proprio presidio diretto nel business di tutti i segmenti del caffè, acquisendo anche quelli del brand Mars in Nord America, Germania, Gran Bretagna, Francia, Canada e Giappone, con i relativi sistemi di produzione e gli stabilimenti in Gran Bretagna e negli Stati Uniti.

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