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L’era dell’animal free

I consumatori più giovani sono sempre più attenti all’impatto ambientale di quello che acquistano. E le aziende, inevitabilmente, si adeguano



The Van, 28 Mag 2019 - 12:30

L’onda generata da Greta Thunberg e dai giovani che vogliono sensibilizzare il mondo sul rischio che corre il nostro Pianeta investe le coscienze di tutti. Cresce la sensibilità ecologica e i consumatori si interrogano sull’impatto delle proprie abitudini sull’ambiente. Il rispetto per gli animali non si ferma al cibo. Negli ultimi cinque anni, secondo il Rapporto Italia Eurispes 2019, il 7,3% della popolazione italiana si è dichiarato in maggioranza vegetariano, con una percentuale di vegani che è aumentata quest’anno (1,9%, +1% rispetto al 2018). Il solo mercato “vegano” vale 850 milioni di euro (Osservatorio Immagino Nielsen Gs1 Italy, 2018). A questa fetta di popolazione si unisce il terzo di italiani pet friendly, che vivono con un animale in casa. Molti di loro non solo si astengono dal consumo di carne, ma modificano anche le proprie abitudini di acquisto dei capi che indossano, scarpe e accessori compresi, e degli oggetti di cui ci circondiamo, perché non danneggino in alcun modo altre creature viventi.

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Il marchio Animal free

All’esigenza dei consumatori rispondono le aziende: c’è chi ha imposto ai propri fornitori una rigida disciplina, come Moncler con il protocollo DIST che norma le modalità di allevamento, di rispetto del benessere degli animali e di tracciabilità delle piume utilizzate per i celebri giubbotti, e chi ha deciso di realizzare i propri prodotti senza coinvolgere gli animali. Le aziende che decidono di aderire agli standard animal free sono classificate secondo un preciso rating (V, no pellicce; VV, no pellicce e piume; VVV, no pellicce, piume, pelle e seta; VVV+ no pellicce, piume pelle, seta e lana), che possono riportare nelle etichette, raggiungendo, sensibilizzando e conquistando più consumatori grazie alle loro scelte etiche. Fanno parte del gruppo aziende note, come Chicco, Bershka, Esprit, Geox, Giorgio Armani. Un manipolo più ristretto si può fregiare del VVV+, tra cui Velove, re-Made, Vegan Shoes, Wood Bag, solo per citare alcuni brand che si rivolgono a consumatori vegani, animalisti ed ecologisti, con scarpe, accessori e borse, capi di abbigliamento, realizzati con materiali alternativi o grazie al riuso. Tra queste, anche Save the Duck, guidata da Nicolas Bargi, 48 anni, imprenditore italiano.

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Le scelte che premiano

Bargi ha ereditato l’azienda di famiglia da suo padre Cirano, che a sua volta l’aveva avuta dal nonno Foresto, fondatore della Forest, produttrice di abbigliamento impermeabile, poi diventato sportivo e casual. Ma il business, tra il 2008 e il 2011, va in profonda crisi. E qui scatta l’idea di Nicolas: puntare sull’ecologia. Studia e realizza piumini innovativi, caldissimi e leggeri, che contengono Plumtech, una piuma ecologica, innovativa, isolante, realizzata senza sacrificare neppure un’oca. Nicolas s’inventa anche un brand che piace ai giovani: Save the Duck, Salva l’anatra. «C’è voluto tanto coraggio per cambiare, per tagliare con il passato. Sono quasi andato a fondo, ma ho affrontato i momenti difficili e ho imparato dagli errori. Così ho rilanciato la nostra impresa» racconta Nicolas, che si è aperto agli investitori, per far crescere l’azienda e allargare il mercato.

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Gli investitori

«Non è stata una scelta facile, ma era necessaria. Nel 2014, Marina Salamon con Alchimia Spa, leader nello sportsweare per bambini, è diventata socia per il 51%, poi è uscita, pur continuando a sostenerci. Per affrontare l’espansione sui mercati esteri e il retail, con l’apertura di un flagship store e punti vendita, nel 2018 Progressio Sgr è entrato come socio di maggioranza. Il fondo di private equity Progressio Investimenti III ha apportato denaro e know how, lasciandomi alla guida dell’azienda. Rinunciare alla maggioranza serve per accelerare l’azienda in un momento di crescita. Oggi possiedo solo il 35%, ma stimiamo che in tre anni raddoppieremo il fatturato». Nel 2018 il fatturato di Save the Duck è stato di 33,8 milioni di euro, mentre per il 2019 se ne ipotizza uno di 40 milioni. I suoi prodotti, 100% animal free, vendono in 29 Paesi.


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