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Chiamatele “scienze della vita”

L’Italia primeggia nel Life Science per capacità d’innovazione. Le nostre aziende sono un punto di riferimento: alcune si quotano, altre diventano appetibili per le multinazionali



The Van, 21 Mag 2019 - 09:15

Quello del Life Science italiano – che include comparti in grande crescita come biotech, farmaceutica e biomedicale – è un ecosistema attivo e dinamico, che tra impiegati ad alta qualificazione diretti, indiretti e indotti, offre oltre 3,7 milioni di posti di lavoro. «Ha una forte propensione all’export e all’internazionalizzazione e un’elevata spinta all’innovazione» osserva Diana Bracco, imprenditrice e presidente di Alisei, cluster tecnologico nazionale per le scienze della vita. «La filiera Life Science in Italia ha registrato nel 2016 un valore della produzione pari a oltre 207 miliardi di euro e un valore aggiunto pari al 10% del PIL nazionale, uguale a 95,5 miliardi di euro. Siamo ai primi posti per competitività industriale, produttività, specializzazione e investimenti in Ricerca & Sviluppo. E molto attivi anche sul lato scientifico». L’Italia è il primo produttore farmaceutico nella Ue, occupa 65.400 persone e muove 2,8 miliardi di euro in investimenti. I nostri fiori all’occhiello sono Menarini, Chiesi, Zambon, Dompé e Angelini, ma creano occupazione anche gruppi stranieri come Gsk (Glaxo), Novartis e Amgen.

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Finanziamenti per le startup

L’industria del medtech ha un fatturato in crescita, un export di oltre 5 miliardi di euro, frutto dell’impegno di oltre 3.800 imprese e 76mila dipendenti. In alcune zone d’Italia, come la Toscana, si sono creati distretti che brillano a livello europeo per le imprese e le startup nel settore Life Science. In alcuni casi, piccole aziende innovative italiane sono state acquisite per cifre importanti da grandi gruppi internazionali. Okairos, che combatte l’Ebola, è stata per esempio acquisita per 328 milioni di dollari dal gruppo Glaxo. Clovis, azienda americana, ha invece comprato Eos, che sviluppa farmaci antitumorali, per 400milioni di dollari. Gli spinoff che partono in ambito universitario e le startup che ne nascono hanno bisogno di finanziamenti poderosi per affrontare la fase critica del trasferimento tecnologico, passando dalla ricerca al mercato. In genere, cercano aiuti nei programmi specifici di Horizon 2020. Ma per loro è essenziale anche attrarre finanziamenti da fondi di investimento. Panakes è il fondo italiano che investe nelle startup del Medtech. Dal suo lancio, tre anni fa, i venture capitalist italiani ed esteri hanno investito in startup del Life Science italiane circa 300 milioni di euro. E nell’ultimo anno si è assistito a un’impennata di investimenti, anche se non hanno ancora raggiunto il livello di altri paesi europei. «Le startup non riescono ad attrarre finanziamenti importanti, anche se hanno le potenzialità per creare innovazione, nuove terapie per i pazienti e nuovi posti di lavoro» osserva Alessio Beverina, co-founder di Panakes. Anche Innogest, fondo di venture capital con sedi a Milano, Torino, Ginevra e San Francisco, crede nel Life Science. «È un settore molto interessante per i nostri investimenti, insieme a quello digitale. In Italia ci sono elevate competenze scientifiche e produzioni molto avanzate. Il sistema healthcare italiano è tra i migliori del mondo» spiega Stefano Molino, partner di Innogest.

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Premi, incubatori e acceleratori

I fondi sostengono premi per startup e spinoff accademici. Da citare: il Premio Gaetano Marzotto, la call for ideas dell’acceleratore Bioupper, il programma Open Accelerator di Zcube. Poi ci sono fondazioni al servizio delle startup, come Tls Toscana Life Science, incubatori dedicati, come Bio4dreams, e acceleratori come Biovelocità. Gli acceleratori di startup spesso collaborano con università e centri ricerca per trovare progetti validi e team da supportare nella crescita. «Le nostre startup devono competere con un mercato molto aggressivo, quello degli Usa» spiega Filippo Surace, medico che si è dedicato allo sviluppo dei business nel campo Life Science. Dopo l’esperienza negli Usa, ha fondato nel 2013 in Italia Cube labs, un acceleratore per startup di ultima generazione. Due aziende che stanno emergendo a livello internazionale e stanno per entrare nella fase industriale e di commercializzazione, grazie al supporto di fondi specializzati e al valore della loro ricerca scientifica, sono EryDel, società biofarmaceutica che sviluppa prodotti per il trattamento delle malattie rare (in lei hanno creduto Innogest, il fondo Genextra e infine Sofinnova Partners, con 26,5 milioni nel 2018) e Mmi, che ha realizzato un robot per la microchirurgia, in grado di intervenire su terminazioni e vasi microscopici (primo investimento da ex allievi della Scuola Sant’Anna di Pisa, poi 20 milioni di euro da Panakes e altri finanziamenti da fondi internazionali).

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