Impresa sì, purché digital

Pubblicità addio. Sul Web ora funzionano i branded content, i contenuti sponsorizzati realizzati ad hoc. Con una figura chiave: gli influencer



The Van, 04 Lug 2019 - 15:35

Internet, lo sappiamo, è il futuro della comunicazione. Un mezzo che ha rivoluzionato non solo le nostre abitudini, ma anche il nostro linguaggio. Uno strumento che ha le sue regole e va saputo usare: chi si promuove online (su siti, blog e social) come farebbe con uno spot, è destinato a “floppare” e vedere la sua comunicazione “skippata” da tutti.

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Il digital non è un concorrente

«Le aziende hanno finalmente capito che il digital non è un concorrente, ma un’evoluzione necessaria del proprio business» spiega Fabio Betti, cofounder di 2MuchTV, web agency nata nel 2009, focalizzata su siti Internet, e-commerce e social media. Lui e il fratello sono stati fra i primi a capire l’importanza dei video prima e degli influencer poi (oggi curano il management di alcuni grossi nomi, tra cui i Valespo, youtuber amatissimi dai più giovani). Ai clienti offrono un servizio completo: dalla creatività alla strategia, occupandosi di realizzare, veicolare e amplificare le campagne di comunicazione «Sul Web cambia tutto molto velocemente. Ogni sei mesi bisogna rivedere radicalmente il modello di business» prosegue Betti. Perciò diciamo addio alla pubblicità e diamo il benvenuto ai branded content, cioè i contenuti sponsorizzati realizzati ad hoc per trasmettere i messaggi promozionali delle aziende, offrendo al contempo utilità e intrattenimento.

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I pionieri

Il primo, e forse più noto, influencer ante litteram è stato Salvatore Aranzulla, ragazzino siciliano che offriva consigli tecnologici sul suo sito omonimo. Idea semplice, utile e in anticipo sui tempi. Oggi fattura 2 milioni di euro grazie alla pubblicità legata ai suoi articoli, ha ogni giorno 700mila visitatori e dà lavoro a 10 persone. Altro settore, altra macro influencer conosciuta da tutti: Chiara Ferragni. «Nel 2009 ero negli Stati Uniti e mi sono reso conto del seguito che avevano i blogger – spiega Riccardo Pozzoli, ex fidanzato e socio della Ferragni. – All’epoca Chiara postava i suoi outfit su varie piattaforme social, ottenendo un grande seguito. Così abbiamo pensato di aprire il suo blog. Abbiamo intravisto un’occasione di business, anche se non sapevamo dove ci avrebbe portato. Abbiamo investito 510 dollari: 10 per il dominio, il resto per la macchina fotografica». Oggi la Ferragni, a 32 anni, è a capo di un “impero” con un fatturato stimato in 20 milioni di euro e milioni di follower.

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Chi è l’influencer?

Oggi, quella degli influencer è la nuova figura chiave. Secondo il rapporto L2 Linc, ricorre agli influencer il 91% dei brand del lusso e oltre l’80% delle aziende nei settori retail, hospitality, abbigliamento sportivo e beauty. In Italia, nel 2017 hanno aperto 420 nuove agenzie digital (il doppio del 2015). Un recente studio ha evidenziato come il 64% dei marketer italiani abbia inserito nel marketing mix l’influencer marketing. Nel mondo, la spesa globale per le campagne e le azioni digital è aumentata in modo esponenziale negli ultimi due anni, passando dai 500 milioni di dollari del 2015 ai 10 miliardi previsti dagli analisti nel 2020. «L’influencer è prima di tutto un content creator, chiamato a produrre contenuti di valore in linea con l’azienda da promuovere» spiega Cristiano Carriero, co-autore del libro Influencer marketing. Valorizzare il brand con la content creation e le relazioni (Hoepli). «Gli influencer si differenziano, in primo luogo, in base all’utenza che li segue sui social e sui canali proprietari. Secondo Mediakix, le categorie sono cinque: nano (da mille a 10 mila follower), micro (10-50mila), mid-tier (50-500mila), macro (500mila-1 milione) e mega (oltre un milione). Ci si rivolge ai nano e micro per spingere all’acquisto, mentre ai macro e mega per migliorare la brand awareness» conclude Carriero. «I follower contano, ma fino a un certo punto. Ben più importanti sono le strategie e la credibilità. Oggi non si usano più iniziative spot, ma progetti di più lungo respiro, che legano gli influencer alle aziende per periodi fino a due anni. Sempre più importanti gli eventi dal vivo: il nostro tour musicale DoubleTap ha di media un pubblico di 2.000 persone e pesa per il 25% sulle nostre attività. Il resto riguarda branded content e influencer (45%), editoria (15%), produzione (10%) ed e-commerce (5%). Il nostro fatturato del 2018 è stato di 1,8 milioni» spiega Fabio Betti. Fra le varie media company italiane, si segnala anche Show Reel, fondata nel 2007, che oggi gestisce 40 content creator fra cui theShow, Michele Bravi, Sofia Viscardi e The Pozzolis Family.


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