Gismondi 1754, gioielli di Piazza Affari con un’ambizione

Il Ceo Massimo Gismondi ha raccolto una storia artigianale italiana per farne un’avventura globale



FTA Online News, 25 Mar 2021 - 11:39

Gismondi 1754 è un’azienda con oltre 260 anni alle spalle, sono poche in Italia in qualunque settore. Massimo Gismondi, settima generazione della famiglia genovese di gioiellieri, nel raccontarne la storia e la visione riesce a trasmettere un’emozione che va oltre il racconto del passaggio di testimone di padre in figlio. Si tratta dell’ambizione di proseguire il percorso per creare un’identità forte che affermi il brand nel mondo. Il suo mestiere ha a che fare con il bello, ma durante la nostra intervista, questa parola rimane sempre in un angolo, una pietra preziosa che non ha bisogno di parole in più.
“Fin da piccolo sono entrato in questo mondo e l’ho amato, con l’ambizione di aggiungere a questa lunga storia che ereditavo un capitolo nuovo. Così nel 2011 mi sono separato dai miei zii; anche per motivi anagrafici non si sentivano di correre i rischi che ogni nuova avventura richiede. Così ho portato i nostri gioielli a Portofino e a S. Moritz, nelle piazze migliori per chi realizza gioielli d’alta gamma. Avevo già messo nel mirino Portofino da qualche anno, a settembre di quell’anno per S. Moritz colsi un’occasione al volo. Ma era solo l’inizio”.

Cosa successe dopo?
“Vennero Londra e Milano, ma anche le sanzioni alla Russia che colpirono una clientela che valeva il 35% del nostro fatturato. Non mi scoraggiai, avviai anzi un processo di managerializzazione che portò nel gruppo Stefano Rocca, una lunga esperienza in Bulgari che ancora oggi arricchisce il nostro Consiglio di Amministrazione, come Alberto Gaggero, CFO ed altro pilastro del nostro successivo sviluppo. Puntammo sul wholesale negli Stati Uniti, con un accordo di distribuzione con Neiman Marcus, ancora oggi un importantissimo cliente, nonostante nel 2020 sia passato da un Chapter 11 e da una ristrutturazione al termine della quale ci ha comunque confermato tra i propri marchi, ribadendo la fiducia nel nostro lavoro.
Dal wholesale siamo dunque passati al franchising a Praga, quindi a concessionari a Napoli e San Pietroburgo. Oggi nel Medioriente, dagli Emirati Arabi Uniti, al Qatar al Bahrein registriamo un altro importante mercato, per il wholesale il primo (se si considerano anche le vendite dirette spetta invece all’America il primo posto)”.

Immagino che questa differenziazione geografica e di canale abbia richiesto flussi di cassa importanti. E’ nata da questo l’idea di quotarvi? Come mai la decisione dell’IPO e cosa avete fatto dei 5 milioni di euro raccolti?
“Abbiamo cominciato a pensare alla Borsa nel 2018 e quindi compiuto il percorso che ci ha portato al debutto su AIM a fine 2019. Avevamo bisogno di risorse per proseguire nella nostra strategia di crescita. Avevamo ormai un sistema manageriale avanzato (anche 2 consiglieri indipendenti sui 5 che compongono il board) e progetti di lungo periodo: quella della quotazione ci è parsa la strada migliore. Abbiamo messo sul mercato circa il 38%, con un’operazione tutta in aumento di capitale.
La gioielleria è diventata un’impresa internazionale e si confronta con le sfide di questa ascesa, con una crescente brand awareness e con l’unicità della propria storia”.

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In effetti i dati preliminari del 2020 confermano che circa il 60% del vostro giro d’affari viene dalle special sales, i gioielli su misura che rappresentano l’eccellenza del vostro prodotto. Ben 3 milioni di euro su ricavi di 6,57 milioni, un balzo del 14% rispetto al 2019, e soprattutto la testimonianza di una filosofia. Lei segue ancora tutte le fasi di produzione, ci racconta come nasce un gioiello Gismondi 1754?
“Sviluppiamo in team sette collezioni, con risorse interne prima e dunque con il supporto dei nostri orefici di fiducia nel distretto di Valenza (AL), la patria d’elezione del gioiello di alta gamma.
In genere tutto nasce da un’emozione, da un’esperienza forte, magari collegata alla famiglia, che è un forte pilastro valoriale di Gismondi 1754. Da lì il primo disegno, con degli schizzi su carta, quindi la lavorazione a un progetto e il suo trasferimento in programmi 3D, sulla terza dimensione per sviluppare ulteriormente l’idea iniziale. Il modello viene dunque modellato con della resina, rifinito ancora e portato ai nostri orafi di Valenza. Selezioniamo quindi le migliori competenze, tra quelle con cui abbiamo rapporti storici. Può servire una lavorazione a filo o a lastra, poi l’incastonatura e le altre lavorazioni, specifiche caso per caso.
Io supervisiono tutte le fasi di creazione di una collezione, ma siamo in grado di personalizzare dei gioielli anche a costi inferiori ai mille euro, per giungere poi ai prodotti più preziosi da 200-300 mila euro e oltre. Negli anni ho costruito una rete di rapporti in Sudamerica e in Africa, che ci permettono un risparmio fino al 50-60% sul valore delle pietre, grazie al taglio delle mediazioni. Per l’oro, impiegato nel 90% delle nostre produzioni, c’è un prezzo di mercato che ci garantisce”.

Come avete affrontato il Covid e le chiusure che ha comportato? Come avete fatto a portare in questo periodo difficile ad aumentare i ricavi con un incremento del 14%? E’ una crescita che ritenete sostenibile anche nel futuro?
“Assolutamente sì. Nel 2020 abbiamo quintuplicato il wholesale in Europa e il Medio Oriente è un nuovo mercato che si dimostra sempre più promettente. Non escludiamo acquisizioni mirate nel prossimo futuro, per rafforzare la crescita e incoraggiare la brand awareness. Per noi la customer experience del cliente è la base di tutto, il primo mattone di una fidelizzazione e di un concetto di lusso a 360° che accompagna la crescita del rapporto con il cliente fin da subito, basandola sulla conoscenza e sulla fiducia.
Le nostre piccole dimensioni ci permettono di offrire ai clienti un’esperienza davvero personalizzata, un prodotto tailor-made, che altri colossi non potrebbero permettersi. Dalla forza della nostra storia abbiamo tratto e continueremo a trarre l’energia per crescere ancora”.


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