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Cover 50, il pantalone d’alta gamma a Piazza Affari

La società di Torino ha trasformato la propria storia in una risorsa



FTA Online News, 27 Feb 2019 - 10:00

“Siamo nati a Torino nel 1968 e creiamo pantaloni da tre generazioni, la nostra forza è la continua ricerca dell’eccellenza non solo tecnica, ma anche estetica. L’attenzione al dettaglio e la capacità di innovare ci permettono di vendere prodotti di alta gamma in circa 40 Paesi del mondo”. Edoardo Fassino è l’amministratore delegato di Cover 50 e ci racconta la storia di un gruppo che ha affrontato le sfide del mercato degli ultimi decenni puntando sulla propria identità.

“Mio padre Pierangelo proviene da due generazioni di venditori all’ingrosso di tessuti, un settore divenuto sempre più sfidante nel tempo. Fu lui a decidere di orientare l’attività del gruppo sulla creazione e produzione diretta di pantaloni da uomo per la grande distribuzione. Negli anni Settanta producevamo 70-80 mila pantaloni l’anno e fino agli anni Ottanta l’obiettivo era quello di realizzare volumi importanti puntando su un adeguato rapporto qualità/prezzo. Negli anni Novanta però il mercato cambiava ancora, la pressione competitiva del Far East metteva a repentaglio margini e modello di business. Potevamo diventare dei semplici trader per la grande distribuzione oppure tentare una strada nuova. Lavoravamo ormai da decenni sui pantaloni, avevamo il know how e le competenze necessari a raccontare una storia nostra. Così decidemmo di passare da una fascia media a una alta inventammo il marchio PT Pantaloni Torino. Nel tempo ci siamo specializzati ulteriormente, dal 2010 a oggi siamo rimasti una delle poche case che produce solo per se stessa e non fa “private label””.

Come funziona il vostro modello di business? Come producete e come distribuite?
“Il cuore della nostra attività è il nostro team di ricerca che lavora assiduamente sui nuovi tessuti e le nuove soluzioni possibili. Per noi il pantalone deve superare definitivamente il concetto di bene di servizio per diventare qualcosa di più. La nostra è una ricerca tecnica ed estetica che punta all’eccellenza. Il dettaglio tecnico innovativo sorprenderà magari l’esperto e lo stilista, la nuova soluzione estetica deve affascinare anche il cliente. Produciamo da sempre in Romania e sono nostre parti correlate i maggiori façonisti del gruppo ossia Conf Group (che la nostra holding Fhold controlla direttamente) e GT Company (che partecipiamo in maniera importante). In entrambi i casi la partnership industriale è molto profonda. Controllo di qualità e consegna sono le fasi successive del nostro processo produttivo medio. Il nostro modello di distribuzione è misto: presidiamo direttamente i mercati principali e gli Stati Uniti, in altri casi ci serviamo di una rete di agenti con la quale intratteniamo rapporti molto stretti. Alla fine il nostro prodotto approda nel punto vendita indipendente (la boutique) o nella catena di vendita al dettaglio. Nel tempo abbiamo investito sempre di più nel nostro brand e nella differenziazione geografica e di prodotto, queste sono le direttive di crescita del nostro business illustrate già in fase di IPO”.

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Come mai avete deciso di quotarvi e non avete optato per un private equity o un minibond? Come avete investito le risorse raccolte?
“Nel maggio del 2015 abbiamo debuttato su AIM Italia, raccogliendo circa venti di milioni di euro. In quel periodo eravamo sollecitati da diversi fondi interessati a un ingresso nel capitale del gruppo, ma il loro orizzonte di investimento limitato non era coerente con i nostri piani. Così abbiamo deciso di valutare l’opportunità di una quotazione su AIM Italia, ci è sembrata l’opzione più coerente per rafforzare la nostra azienda e finanziare i nostri piani di sviluppo. Il processo di quotazione è stato impegnativo, ma per fortuna eravamo già abbastanza strutturati e non abbiamo dovuto cambiare troppo la nostra organizzazione. Era ed è nei nostri piani lo sviluppo del mercato statunitense dove abbiamo investito una buona parte delle risorse raccolte con l’IPO. Abbiamo aperto uno showroom a New York e già lo scorso ottobre abbiamo annunciato che intendevamo fatturare negli States circa 3 milioni di euro nel 2018. Questo mercato, per molti aspetti peculiare rispetto agli altri nostri mercati principali (Giappone ed Europa), è ricco di opportunità che intendiamo cogliere”.

Nei primi nove mesi del 2018 avete raggiunto una componente di ricavi esteri del 53% e avete aumentato i ricavi del 6,2%, portandoli a 24,73 milioni di euro. E’ un livello di crescita sostenibile? La vostra linea PT01 copre poco meno del 70% dei ricavi, ma PT05 è ormai cresciuta al 20,6% e PT Bermuda copre il 2,4% del totale: è una tendenza che proseguirà?
“Sul fronte delle vendite ai nostri buyer siamo abbastanza tranquilli e il nostro business si conferma solido, anche se, dato l’attuale contesto, percepiamo una maggiore selezione e attenzione da parte dei negozianti, un segnale di una maggiore incertezza. Noi offriamo una gamma di prodotti sostanzialmente molto ampia, oltre 100 modelli e oltre mille varianti. Pensiamo che il nostro “core business classico”, il pantalone uomo di PT01, crescerà ancora, ma a ritmi più contenuti. Per questo puntiamo molto sui nuovi prodotti destinati alle donne e sul cinque tasche che dovrebbero registrare ancora tassi di crescita più elevati e bilanciare la nostra offerta”.


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