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Fisco

Ribellarsi all’affitto in nero


Oggi l’inquilino ha più armi, ma deve usarle con cautela


FTAOnline News, Milano 19 Lug 2011 - 16:00

Se non si può dire che sia la regola, è impossibile anche affermare che si tratti di una semplice eccezione: in Italia, l’affitto in nero – e gli studenti fuori sede, per esempio, lo sanno bene – non è una rarità. Una piaga da accettare con rassegnazione o un’illegalità che si può correggere? Il D.lgs n. 23 del 14 marzo 2011 (quello che ha introdotto la cedolare secca, per intenderci) ha fornito agli inquilini non in regola qualche arma in più per fare valere i propri diritti. Dunque, cosa rischiano adesso i padroni di casa a proporre affitti in nero? In secondo luogo, arrivare alla stipula di un contratto regolare, cosa comporta per l’inquilino che protesta? E, soprattutto, quella dell’emersione dal nero è una strada piana da percorrere o nasconde alcune insidie?

 

Novità recenti

 

La legislazione italiana e il Fisco non sono mai state propense a considerare completamente nullo l’affitto in nero. Già negli anni passati, infatti, a fronte di un affitto in nero, era possibile pretendere la registrazione del contratto, con il Fisco che aveva facoltà di esigere somme a titolo di versamento di imposte e sanzioni.

 

Sulla scorta del decreto legge del marzo scorso, l’inquilino che oggi affitta una casa in nero ha oggi maggiori mezzi e convenienza a denunciare la propria situazione per ottenere la messa in regola del rapporto d’affitto. Innanzitutto, la registrazione del contratto – oggi – può essere portata avanti anche dal solo inquilino, anche in assenza del contratto stesso allegato, costringendo poi il proprietario di casa a rimbosargli la metà dell’importo.

 

Denunciare di essere affittuari in nero avrà per l’inquilino una certa convenienza: potrà infatti ottenere come “ricompensa” un canone di locazione bassissimo e con durata del contratto di 4 anni più 4 a partire dalla data di registrazione.

 

Facile ottenere la regolarizzazione?

 

Uscire alla luce del sole, però, può non essere semplicissimo. Al coinquilino, infatti, spetterà provare l’esistenza del contratto (o che il canone pagato fosse superiore a quello dichiarato). Impresa non semplicissima, se si considera che gli affitti in nero molto spesso sono regolati da accordi non scritti, ma orali. Come riuscire, dunque, a dimostrare l’esistenza di un accordo per l’affitto?

 

Senza nulla di definito in mano, l’unica strada per arrivare alla regolarizzazione dell’affitto sembra rimanere quella di fare causa al proprietario, portando prove dei versamenti effettuati. In questo caso, tuttavia, l’inquilino dovrà mettere in conto due costi: le spese legali del procedimento giudiziario (non irrilevanti, considerate le lungaggini del sistema giudiziario italiano); l’eventuale esito sfavorevole della sentenza.

 


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