Pir 2.0 quale futuro?  

Le modifiche introdotte dal recente decreto, che vincolano il 7% degli investimenti alle Pmi quotate all’AIM e al venture capital, potrebbero scoraggiare la creazione di nuovi fondi Pir compliant



The Van, 19 Giu 2019 - 10:35

Dalla loro introduzione, un paio d’anni fa, sono stati tra i protagonisti dei mercati finanziari. Dei Pir-Piani individuali di risparmio, piaceva soprattutto l’idea che, attraverso l’investimento in Pmi italiane, avrebbero potuto contribuire al rilancio della nostra economia. Ma è stato davvero così?  Ripercorriamo le tappe principali di questa storia, per arrivare alle ultime novità.

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I Pir: che cosa sono

I Pir sono stati introdotti in Italia nel 2017 con la legge 232 dell’11 dicembre 2016 (legge di Bilancio 2017) e rappresentano una forma di investimento nata con lo scopo di incrementare l’interesse e gli impieghi nelle aziende italiane di piccole e medie dimensioni. Incentivati fiscalmente, i Pir prevedono una soglia massima di investimento annuale di 30mila euro per persona fisica, con un limite di 150mila euro nel quinquennio. E proprio per usufruire delle agevolazioni, riservate alle persone fisiche residenti fiscalmente in Italia e consistenti nell’esenzione dalle imposte sui redditi derivanti dagli investimenti Pir compliant, il legislatore ha previsto una permanenza di almeno cinque anni. I Piani individuali possono configurarsi come depositi amministrati, polizze assicurative a contenuto finanziario e gestioni individuali di portafoglio, ma anche come fondi comuni, Sicav ed ETF Pir compliant, ovvero strumenti conformi alla legge che prevede l’investimento del 70% del valore annuo in strumenti finanziari emessi o stipulati con imprese residenti nel territorio italiano, e di questo importo almeno il 30% deve essere investito in strumenti di aziende che non facciano parte dell’indice FTSE MIB, cioè le piccole e medie imprese.

2017, l’anno del boom

I prodotti di risparmio gestito hanno decretato il successo dei Pir nell’anno del debutto, forse perché più semplici da sottoscrivere per i risparmiatori italiani abituati a dialogare con banche e promotori finanziari, i quali non si sono certamente lasciati sfuggire una fetta della golosissima torta. Secondo la fotografia scattata da Assogestioni, l’associazione di categoria, a fine 2017 i fondi Pir compliant presenti sul mercato erano 64 (di cui 24 preesistenti a fine dicembre 2016) proposti da 33 emittenti. Nel primo anno di vita la raccolta si è attestata a circa 11 miliardi, pari all’11% della raccolta netta dell’intera industria del risparmio gestito (vicina ai 100 miliardi), con un patrimonio di quasi 16 miliardi. “C’è un generale consenso sul fatto che i Pir siano uno strumento che, in questa prima fase, ha dato un’ottima prova di sé. L’impatto sul mercato azionario italiano, soprattutto suoi suoi segmenti meno capitalizzati, è stato positivo”, aveva commentato Alessandro Rota, direttore ufficio studi di Assogestioni. In particolare, il 34% dell’offerta, in termini di patrimonio gestito, era composta da fondi azionari specializzati nel mercato italiano, il 39% da fondi bilanciati e il 26% dai flessibili, con quasi tutti gli operatori che annoveravano uno o più fondi Pir compliant in portafoglio.

La discesa e l’arresto

Sempre secondo i dati Assogestioni, nonostante l’aumento della proposta a 72 fondi (sempre 33 gli emittenti), la raccolta netta nel 2018 ha subito una battuta d’arresto fermandosi a 4 miliardi circa, soprattutto grazie al contributo di 476 milioni del secondo trimestre dell’anno, con il patrimonio in crescita a poco più di 17 miliardi. Nei primi tre mesi del 2019, invece, la raccolta è rimasta sostanzialmente ferma (-2,2 milioni) a fronte di un patrimonio salito a 18,8 miliardi. Banca Mediolanum si è confermata la protagonista principale con 47,6 milioni di raccolta, 4 miliardi di patrimonio promosso e una quota di mercato del 21,4% (seguita dal gruppo Intesa Sanpaolo con il 20,2%).

2019, le ultime novità

Dopo il successo iniziale e la brusca frenata, con il decreto attuativo del 30 aprile scorso, per i Pir è cominciata una nuova vita. Ma, secondo molti addetti ai lavori, non è destinata ad avere un brillante futuro. Oltre al calo della raccolta, e quindi di interesse da parte dei sottoscrittori, gli operatori del settore sottolineano lo scarso impatto che l’introduzione di questi strumenti ha avuto sulle piccole e medie imprese quotate. Confermato il quadro normativo contenuto nella legge di Bilancio 2019, i nuovi Pir (quelli istituiti cioè dopo il primo gennaio) dovranno destinare un 3,5% degli investimenti nelle Pmi quotate all’AIM, il mercato di Borsa Italiana destinato alle Pmi, e un altro 3,5% al venture capital. Vincoli che, a detta degli esperti, contribuiranno a ingessare ulteriormente il comparto, soprattutto per la carenza di strumenti su cui investire, in particolare il venture capital, che in Italia ha dimensioni molto contenute. E scoraggeranno la creazione di nuovi fondi, che potrebbero fermarsi ai 72 esistenti.

Molto scettica anche Banca d’Italia, che nel Rapporto sulla Stabilità finanziaria sottolinea come le modifiche “aumentano il profilo di rischio dei Pir, strumenti di risparmio rivolti alle famiglie. Le nuove regole inoltre”, aggiunge, “possono rendere più difficile il rispetto dei requisiti prudenziali di diversificazione e di liquidità previsti per i Pir esistenti, tutti costituiti nella forma di fondi aperti”. Sempre secondo Bankitalia, i fondi potrebbero poi registrare perdite derivanti da vendite di asset in mercati poco liquidi a fronte di elevata volatilità dei corsi. Ciò potrebbe indurre i sottoscrittori a liquidare prima del tempo, perdendo il beneficio fiscale.


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