Tim, la sfida della sostenibilità

Prospettive di una società e di un settore strategici



FTA Online News, Milano, 26 Giu 2020 - 09:30

Chi è TIM, un po’ di storia

La storia di TIM incarna in gran parte quella delle telecomunicazioni italiane. L’origine dell’impresa risale al 1924, quando il governo Mussolini indì una gara per la concessione dei servizi telefonici ai privati in 5 grandi zone che formavano il territorio nazionale. Nacquero così 5 concessionarie (Stipel, Telve, Teti, Timo e Set), che però non ebbero vita semplice.
Come riaccade oggi, l’industria telefonica si incrociava con quella elettrica, promuoveva l’infrastrutturazione italiana, mescolava le proprie sorti a quelle del mondo finanziario.
La Società Idroelettrica Piemontese (SIP) nata infatti come società elettrica e controllata dalla Banca Commerciale Italiane (o Comit, che in realtà era una banca fondata da istituti stranieri, tra i quali Deutsche Bank, Dresdner e BNP Paribas) fu coinvolta nella crisi del 1929 che la costrinse a vendere SIP alla neonata IRI. In pochi anni SIP era diventata il maggiore operatore tlc italiano conquistando Stipel, Timo e Telve. L’Iri concentrò le tre concessionarie nella STET, anni dopo. Nel 1955, scaddero le concessioni, nel 1957 un Decreto Ministeriale impose che le altre due concessionarie, la TETI delle famiglie Orlando e Pirelli (Liguria, Toscana, Lazio e Sardegna) e la SET (Italia Meridionale) della svedese Ericsson, fossero cedute all’IRI. La SIP si occupava ancora di energia e solo con la nazionalizzazione delle imprese elettriche del ‘62 si concentrò sulle telecomunicazioni diventando la nuova SIP (Società Italiana Per l’esercizio telefonico) con oltre 4,22 milioni di abbonati, 5,53 milioni di apparecchi telefonici e oltre 27 mila cabine pubbliche che negli anni ‘70 sarebbero più che raddoppiate.

Si andava a gettoni, poi sostituiti soltanto nel 1976 dalle schede telefoniche, nel settembre del 1977 era però la Sip la prima società al mondo a installare un cavo in fibra ottica tra due centraline telefoniche. Avvenne a Torino, in un esperimento congiunto di CSELT, Pirelli (che aveva realizzato i cavi inventati da Corning) e SIRTI.

Per arrivare a Telecom Italia bisognava però attendere il 1994, con la fusione di Sip con Telespazio, Italcable, Sirm e Iritel, subito dopo una scissione avrebbe battezzato TIM, l’operatore dedicato alla telefonia mobile, ancora oggi incumbent, ossia operatore predominante del mercato italiano.

Nel 1997 il primo governo Prodi vara la privatizzazione di Telecom, prima viene scorporata Seat (editore di Pagine Gialle rilevato da investitori guidati dai De Agostini), quindi si decide di raccogliere sul mercato risorse che serviranno a far entrare l’Italia in Europa grazie anche alle privatizzazioni. Lo Stato vende prima il 35,26% del capitale con un ricavo di circa 26 miliardi di euro e il 27 ottobre la società privatizzata debutta a Piazza Affari. Il ricavato era inferiore alle attese, ma l’accordo Andreatta-Van Miert imponeva la stabilizzazione dell’Iri e la privatizzazione, tra gli altri, di Stet Telecomunicazioni e Seat, pena il mancato ingresso nell’unione monetaria.
Nasceva l’idea del “nocciolo duro” di azionisti italiani, che in realtà si rivelò fragile con appena il 6,6% del capitale e capofila la Ifil degli Agnelli che non credeva nel futuro del settore.

Scatta così appena due anni dopo, nel 1999 l’offerta pubblica di acquisto e scambio (Opas) a debito dei “capitani coraggiosi” guidati da Roberto Colaninno ed Emilio Gnutti: la scalata conquista il 51% di Telecom spendendo 61 mila miliardi di lire, l’operazione è a debito e punta a ripagarsi con i futuri flussi di cassa.

Non funzionerà e, dopo la vendita di Omnitel a Vodafone, Telecom Italia viene ceduta a Marco Tronchetti Provera nel 2001. L’acquirente è la holding Olimpia formata dal patron di Pirelli con Mediobanca e Generali; compra il 23% di Olivetti (da cui era partita la scalata Colaninno) a prezzi molto superiori a quelli di mercato ed evita l’opa.  Il debito di Telecom Italia è passato dagli 8,1 miliardi di euro del 1999 ai 21,9 miliardi del 2001, dopo una breve flessione nel 2002, sale a 33,3 miliardi di euro nel 2003, quando viene fusa Olivetti con Telecom.
In quel periodo si accelera sulla dismissione del patrimonio immobiliare del gruppo e di molti asset esteri. Il debito sale ulteriormente con l’acquisto delle quote di minoranza di TIM (la divisione della telefonia mobile) nel 2005: alla fine dell’anno successivo il debito sale a 37,3 miliardi di euro.

Comincia così la “fase straniera”. La spagnola Telefonica si allea con Mediobanca, Intesa e Generali in Telco, la holding che rileva il controllo di Telecom nel 2007. Negli anni Telecom Italia si indebolisce e perde fatturato, ma riduce i debiti a 26,8 mld nel 2013.

Nel 2015 comincia la fase della Vivendi di Vincent Bolloré che diventa il maggiore azionista. Il governo Renzi però dal 2015 si pone l’obiettivo di recuperare la deficitaria posizione italiana nella banda larga.
Nasce così Open Fiber, operatore specializzato nella fibra ottica e controllato da CDP ed Enel che rilanciano la cablatura del Bel Paese. L’infrastruttura digitale è diventata per ogni Paese del mondo strategica e dunque, oltre a rinnovati poteri della golden share pubblica, si studiano sistemi di integrazione economica ed efficace tra la rete ormai diffusa di Open Fiber e la predominante infrastruttura di TIM. Un dossier che ancora oggi è al centro dell’attenzione dei mercati e degli investitori internazionali.

Nel frattempo si registra una puntata del fondo Elliott che riesce a sostituire il cda di TIM battendo in assemblea la francese Vivendi (che pure ha quote di capitale maggiori). In tempo di pandemia però Elliott riduce le proprie quote e, pur mantenendo la finestra aperta su TIM, sembra preparare un disimpegno.
Dal 2018 (lo stesso anno di ingresso nel capitale di Tim da parte di Elliott) CDP ha rilevato una quota del 9,9 per cento, ma a oggi non ha un rappresentante in cda, sebbene abbia influito nella recente elezione alla presidenza di Salvatore Rossi, ex direttore generale della Banca d’Italia da molti letto come una figura di garanzia tra soci non troppo coesi. L’amministratore delegato è – sempre dal 2018 - Luigi Gubitosi, ex Wind ex Rai che ha preso il posto di Amos Genish.

 

I numeri, i dossier, la rete

A fine 2019 il gruppo TIM ha registrato ricavi in calo da 18,9 a 17,9 miliardi di euro con un ebitda confrontabile di € 7,5 mld (+1,2%) e un ebit da 3,17 miliardi contro i 561 milioni di euro del 2018 (quando avevano pesato svalutazioni di avviamento per 2,59 miliardi). L’esercizio si è chiuso con un utile dei soci della controllante di 916 milioni contro un rosso precedente da 1,41 mld. Gli investimenti sono calati da 6,4 a 3,78 miliardi di euro. Il patrimonio netto sale a 22,6 mld, il debito netto rettificato a 27,66 mld, circa 3,4 volte l’ebitda. Nel periodo il flusso di cassa della gestione operativa (operating free cash flow) è cresciuto di un miliardo a € 3,1 mld.
Si segnalano l’esclusiva al fondo KKR per lo sviluppo della rete in fibra italiana,  la cessione di Persidera e l’accordo di Inwit (che controlla le torri di ripetizione per il segnale mobile del gruppo) per una fusione con Vodafone Towers. In portafoglio rimane la controllata carioca TIM Brasil.

La rete in fibra ottica posata del gruppo in Italia supera i 17 milioni di chilometri. A fine 2019 il gruppo conta oltre 55 mila dipendenti (erano oltre 100.000 prima della privatizzazione).
All’estero, al netto della rete strategica internazionale di Tim Sparkle, il gruppo è presente sostanzialmente solo in Brasile.

 

La sostenibilità di TIM

Il Bilancio di sostenibilità (coincidente con la Dichiarazione consolidata di carattere non finanziario) si apre con i principali risultati del 2019: è stata la prima azienda italiana inserita nell’indice Refinitiv; ha ottenuto la Certificazione ISO 37001 (Anticorruzione); ha aumentato l’utilizzo di energia rinnovabile del 244%; ha avviato l’Operazione Risorgimento Digitale 2019; ha ottenuto  la conferma nell’indice DJSI Europe; ha varato misure di Risparmio energetico da piani di efficientamento per 123 GWh nel triennio.

 

Governance

Tim ha un sistema di governance tradizionale articolato in consiglio di amministrazione e collegio sindacale. Le liste per il cda possono essere presentate da azionisti titoli di almeno lo 0,5% del capitale e lo statuto prevede che almeno la metà dei candidati tratti dalla lista di maggioranza e almeno la metà di quelli tratti dalle liste di minoranza mostri il requisito di indipendenza. Attualmente su 15 consiglieri, 12 sono indipendenti.

Lo statuto inoltre prevede inoltre che almeno un terzo del board sia composto dal genere meno rappresentato. La società aderisce al Codice di Autodisciplina di Borsa Italiana. Il consiglio di amministrazione, come accennato ha subito negli ultimi anni diversi aggiornamenti e rapidi cambi al vertice hanno caratterizzato le gestioni, spesso in concomitanza con cambiamenti nella struttura azionaria del gruppo.

Tra le deleghe attribuite all’amministratore delegato si contano la responsabilità per le attività di sostenibilità, inclusa la redazione del relativo bilancio. Si può dunque dire che queste istanze fanno riferimento ai vertici gestionali del gruppo. Il Bilancio di sostenibilità di TIM precisa però che un’apposita procedura regola conferimento e revoca delle procure, con controlli periodici: la materia della sostenibilità, in particolare, è affidata al responsabile della Funzione Administration & Financial Statements and Sustainability Reporting a cui riporta la funzione Sustainability Reporting, Monitoring and Relationship. Sono poi possibili deleghe di determinati poteri a collaboratori come avviene per la gestione dei rapporti con gli stakeholder (clienti, fornitori, Pubblica Amministrazione, dipendenti ecc.).

Va ricordato che la rete strategica di TIM è sottoposta alla disciplina della Golden Power che di recente è stata rafforzata in riferimento ai fornitori di tecnologia 5G con produzione extra-europea.

TIM ha anche adottato una procedura di segnalazione interna (Whistleblowing) che ha contato nel 2019 165 segnalazioni in Italia e 927 in Brasile. In materia di sostenibilità va aggiunto che il Comitato Controllo e Rischi esercita una funzione di alta supervisione e vigila sul rispetto dei principi del Codice Etico e di Condotta del gruppo.
Va comunque evidenziato che lo stesso bilancio di sostenibilità conta 9 principali contenziosi con l’Antitrust dal 2013 e uno con il Garante per la Privacy. In termini di multe dall’Antitrust nel 2019 se ne registrano una da 200 mila euro perché è stata ritenuta ingannevole la pubblicità con l’offerta Fibra cui si aggiungono 2 multe per un totale di 1,66 milioni di euro circa collegate la prima all’inottemperenza alla diffida 37/18/CONS (€ 1,2 mln), la seconda al servizio TIM Safe Web (€ 464 mila).

Ovviamente la reportistica di sostenibilità di un gruppo delle dimensioni di TIM è evoluta e anche nel 2019 sono stati verificati e individuati i temi ESG primari con una matrice di materialità basata sugli standard della Global Reporting Initiative (GRI).

 

Ambiente

Il gruppo TIM è consapevole del ruolo importante che il settore ICT può avere nell’abbattimento delle emissioni di anidride carbonica. Le tlc consentono infatti di ridurre le emissioni in numerosi settori e hanno un ruolo attivo nello sviluppo delle tecnologie per la transizione energetica. Anche in questo campo è però importante la consapevolezza e TIM ha proposto nel 2019 9.713 ore di incontri formativi a personale interno e ai partner commerciali.

E’ stata anche lanciata la campagna di sensibilizzazione collegata al progetto Save Energy! e rivolta ai 45 mila dipendenti che lavorano negli uffici TIM in tutta Italia.
Le aree di TIM con impatto ambientale potenzialmente significativo si sono comunque dotate di un Sistema di Gestione Ambientale (SGA) certificato in conformità alla norma ISO 14001. Il gruppo ha individuato tre direttrici del proprio impegno nel contrasto al cambiamento climatico: la riduzione delle emissioni dirette e indirette; la comunicazione dei risultati ad agenzie di rating come RobecoSAM o VigeoEiris; la diffusione di una cultura a sostegno di questo approccio.
TIM partecipa inoltre attivamente a gruppi di lavoro e di studio dell’impatto elettromagnetico e ha fornito il proprio contributo al dibattito sul 5G.

Le iniziative dirette di TIM per l’ambiente comprendono interventi di efficientamento energetico che hanno portato negli ultimi tre anni a un risparmio di 128 Gwh e nel 2019 è stata rafforzata l’azione di monitoraggio anche con l’attivazione di sensori in 51 tra i siti più energivori.
Diverse altre iniziative riguardano la promozione dell’energia da fonti rinnovabili sia direttamente che tramite l’acquisto di garanzie di origine, sono in corso inoltre iniziative di efficientamento nella rete fissa, nei siti industriali, negli uffici e nei data center. Vanno sottolineati anche i 6 nuovi impianti di trigenerazione al servizio di siti particolarmente energivori (Rozzano, Bologna, Pomezia, Roma Tor Pagnotta, Roma Oriolo Romano).

In termini di riscaldamento TIM ha ridotto l’energia impiegata a questo scopo del 10% nel 2019 sul 2018, portando il totale a circa 295 MJ, in gran parte generati da metano (tutti consumi italiani, perché in Brasile non serve scaldare gli ambienti). Il gruppo ha calcolato anche un taglio del 6% dell’energia per autotrazione (circa MJ 596 mln), dell’1% del numero di veicoli (15.188), del 6% della percorrenza totale dei veicoli (oltre km 250  mln).

TIM ha anche calcolato un calo del 3% dell’energia elettrica totale (kWh 2,51 mld) che è prodotta per quasi i 70% da fonti miste e per il resto da fonti rinnovabili: si tratta di un risultato inferiore all’obiettivo di una riduzione del 4% che dunque è posto per 2020.
Nel 2019 però la crescita dell’indicatore di eco-efficienza a 13.531 bit/joule (+21,67%) per la BU Domestic ha battuto i target, grazie a un aumento importante del traffico di dati, e permesso di porre l’obiettivo di di 14.200 bit/joule per il 2020.

Nel 2019 è stato anche ridotto del 16% il consumo di acqua (mc 1.75 mln) e il totale della carta acquistata per uso commerciale si è ridotto del 6% (kg 2,32 mln).

TIM ha calcolato in 153 milioni di chilogrammi la CO2 delle emissioni dirette (ex Scope 1 GRI) che ha mostrato un calo del 7 per cento. Le emissioni indirette sono diminuite del 6% a kg 641 mln circa. Il totale delle emissioni mostra una flessione del 7% a/a a circa 795 milioni di chilogrammi di CO2. Il 96% dei rifiuti di TIM è avviato al riciclo o al recupero.

 

Catena del valore

TIM investe in ricerca e sviluppo perché ritiene necessario tenere il passo con le profonde trasformazioni in atto e considera l’innovazione un asset strategico. Con mission diverse la Technology Architectures & Innovation e le ingegnerie presidiano l’innovazione del gruppo TIM, è inoltre importante l’apporto dei partner alle varie iniziative, la collaborazione delle diverse aree aziendali, i progetti congiunti con università e centri di ricerca, il confronto con gli enti internazionali di standardizzazione, con le varie istituzioni nazionali, europee e internazionali. Come sponsor di Sanremo, lo scorso febbraio 2019 TIM ha acceso nella città dei fiori la nuova rete 5G. Su questo fronte il gruppo collabora con Vodafone.

Ma se si parla di tecnologie inevitabilmente la discussione su una tlc, soprattutto se dominante come Telecom Italia, non può che polarizzarsi sui due astri del futuro, la banda larga fisica in fibra ed “eterea” LTE possibilmente 5G.

 

L’Italia...

Così dalle stelle dello streaming digitale di passa alle stalle del digital divide che ancora spezzetta l’Italia a 2020 inoltrato. Che l’infrastruttura digitale sia ormai strategica lo sanno infatti anche i sassi, non serve neanche la golden share a dimostrarlo, tanto meno in tempi di pandemia e di smart working quando dalla rete sono passati non più soltanto i film, ma anche gli stipendi e la scuola dei figli. Di parole se ne sono consumate a bizzeffe negli anni e nei decenni, ma intanto l’ultimo indice Desi (Indice di digitalizzazione dell’economia e della società) vede l‘Italia al 25° posto nell’Europa a 28, fanno peggio soltanto Romania, Bulgaria e la Grecia. Certo è un’indice che tiene conto di fattori come il capitale umano e i livelli di competenze digitali (particolarmente carenti in Italia nel settore), che tiene conto del fatto che solo il 74% degli italiani usa abitualmente internet e che pochi sono quelli che usano i servizi pubblici digitali, nonostante l’offerta sia cresciuta. I ritardi si registrano anche sul fronte delle imprese e del loro impiego di tecnologie come cloud e big data. In attesa dei risultati della nuova strategia “Italia 25” presentata nel dicembre 2019 e con un’ottica appunto quinquennale, i dati però sono poco lusinghieri.
Solo il 61% delle famiglie usufruisce della banda larga fissa (media UE 78%), di quella ad almeno 100 Mbps appena il 13% (media UE 26%). La capitale, Roma, naviga ancora in gran parte con la ADSL. Se la copertura 4G è del 97% contro il 96% della media UE, complessivamente l’indice di connettività italiano si pone a 50,0, il 17° posto nell’UE. La fibra ha una diffusione del 30% contro il 44% UE, i prezzi dei servizi a banda larga sono su in indice di 73 punti contro i 64 della media UE, ossia sono molto più cari.
Un passo decisivo viene dall’acerrimo nemico, ma forse futuro socio, Open Fiber che ha vinto le gare per le aree bianche (quelle più difficili indicate come a “fallimento di mercato” o, più tecnicamente, come cluster C e D della suddivisione territoriale italiana in materia). L’Italia è però terza in Europa per preparazione al 5G che dovrà servirsi delle bande  3,6 e 26 GHz (già assegnate e disponibili) e di quella a 700 MHz (dovrebbe essere disponibile dal 2022).

 

… e TIM

Ovviamente TIM difende il proprio ruolo e nel bilancio di sostenibilità afferma di avere fornito l’ADSL a 7.762 comuni tra il 2005 e il 2019 (copertura > 70%). Sul fronte della fibra ottica, che ormai è o dovrebbe essere lo standard vista la diffusione di servizi come Netflix, i risultati sono meno lusinghieri anche se la rete a banda ultra larga di TIM ha interessato a fine 2019 2.945 comuni per la tecnologia FTTC (fibra fino alla cabina, poi in rame fino all’appartamento, 200 Mb/s e 30 Mb/s) e 124 comuni per la FTTH (fibra ottica fino a casa, oltre 1 Gb/s). Va detto però che la copertura LTE (quindi in mobilità) è oltre il 99% (ma si fa riferimento alla popolazione residente e a 7.611 comuni raggiunti).

Senza dubbio la domanda, in notevole evoluzione in tempi di pandemia, è un driver potente degli investimenti. TIM ha lanciato l’Operazione Risorgimento Digitale per favorire la digitalizzazione di un Paese in cui “circa 18 milioni di cittadini, il 30% di quelli con più di sei anni, non hanno usato internet nell’ultimo anno ed una famiglia su quattro non possiede una connessione a internet: di tali famiglie il 58% dichiara che non è connesso ad internet perché non lo sa usare, mentre il 21% non lo usa in quanto non lo reputa uno strumento interessante”.

In Brasile nel 2019 la copertura in 4G raggiunge 3.735 città (il 94,86% della popolazione urbana), a fine 2019 erano coperte 3.477 città (il 94%), ossia 2,3 milioni di famiglie con un target di 4 milioni nel 2021.

 

Persone

Sono ovviamente all’attenzione del gruppo le proprie persone, ma nel 2019 l’indice di frequenza degli infortuni (il numero di infortuni ogni milione di ore lavorate) si è posto a 6,42 oltre l’obiettivo di 6,00. Va detto che l’indice era in precedenza a 6,72 e che il numero degli infortuni in valore assoluto è calato in Italia da 424 a 381 (esclusi in itinere). Nel 2019 non si sono registrati infortuni con esito mortale. Gli infortuni ogni 100 lavoratori sono stati pari a 0,91 contro gli 0,90 programmati e la formazione ha coperto il 94% della popolazione aziendale contro il 98% auspicato.
In Brasile lo scorso anno l’indice di frequenza degli infortuni è stato apri a 1,09 oltre l’obiettivo di 0,88; gli infortuni ogni 100 lavoratori sono stati pari a 0,18 contro gli 0,14 del target e la formazione è stata di 363.623 ore contro le 613.581 attese.

TIM impiega a fine 2019 in Italia 45.261 persone, 2.744 in meno del 2018 (-5,71%).
All’estero sono 9.932 (36 in più dell’anno prima). Escludendo i lavoratori con contratto di lavoro somministrato il personale registra un decremento in Italia di 2.708 unità, comprese le 61 di Persidera (ceduta a dicembre 2019).
Sul totale dei dipendenti (55.193 fra Italia ed Estero a fine anno, -2.708) è di genere femminile il 18% dei dirigenti, il 29% dei quadri e il 38% degli impiegati (sul totale è donna il 37%).

In termini contrattuali a fine 2019 sono a tempo indeterminato 34.644 uomini e 20.456 donne (1.397 e 7.109 i part time fra questi rispettivamente). Sono a tempo determinato 48 uomini e 45 donne.

TIM e le organizzazioni sindacali hanno riconosciuto necessità e urgenza di un quadro di regole certe e condivise e previsto con il Contratto di Espansione (legge n. 58/2019 per le imprese con oltre 1.000 dipendenti) l’ingresso in azienda, nel biennio 2019-2021, di 600 nuovi assunti a tempo indeterminato con profili inerenti al mondo dell’ICT e diversi livelli di seniority professionale.
Il 26/02/2019 sono state inoltre definite le intese applicative per il biennio 2019-2020 (ex art. 4, commi da 1 a 7ter, legge n. 92/2012) per incentivare l’esodo di massimo 4.300 dipendenti TIM S.p.A. in possesso di specifici requisiti. Per il 2019 previste 2.250 quote tutte realizzate.

Il confronto con i sindacati ha inoltre approfondito temi come le giornate di ferie aggiuntive, i permessi retribuiti, il Lavoro Agile, il Telelavoro per i Caring Agent con sede nelle grandi città, permessi non retribuiti, permessi a recupero, flessibilità in ingresso, giornate di permessi retribuiti a fronte della smonetizzazione delle giornate festive cadenti di domenica nel 2019 (Conciliazione vita lavoro). Con i rappresentanti dei lavoratori si è poi parlato di valorizzazione delle persone e delle professionalità: si prevedono nel triennio 2019-2021 1.580 passaggi di livello e 400 interventi di incremento di orario di lavoro del +25% di personale con rapporto di lavoro part-time. Prevista anche l’erogazione di una una tantum e di giornate di permesso retribuito per apprezzare il contributo delle persone di TIM nel sostenere la realizzazione della strategia aziendale. Il Premio di Risultato 2020-2022 prevede un valore medio del Premio per TIM S.p.A., correlato e commisurato al raggiungimento degli obiettivi previsti, con un’erogazione media per il raggiungimento del target pari a € 1.350 nel 2020, € 1.400 nel 2021 ed € 1.450 nel 2022. Gli importi sono anche convertibili in valori welfare.

 

Welfare di TIM

Il Welfare di TIM vede come primo pilastro il bilanciamento vita-lavoro e cerca di favorirlo con diverse iniziative. Si contano 7 asili nido e 1 scuola materna aziendali; 159 bambini iscritti e 355 rimborsi erogati per coprire parte delle rette scolastiche di figli dei dipendenti iscritti ad asili nido e scuole materne o per servizi di baby sitting; 41 campus/soggiorni/college “TIM Estate” per i figli dei dipendenti per un totale di 6.100 partecipanti; i permessi “Mamma e Papà” per genitori con figli fino all’11° anno di età (permessi a ore o a giornate intere); i prestiti “Mamma e Papà” per genitori con figli da 0 a 11 anni (prestiti per importi fino a € 2.500 per figlio); circa 600 rimborsi per le tasse universitarie dei figli di dipendenti; 45 borse di studio Intercultura di un mese in India, Cina e Irlanda per figli con percorso scolastico meritevole; circa 200 convenzioni accessibili tramite due portali e-commerce personalizzati per TIM.

Il secondo pilastro del Welfare di TIM è il Lavoro Agile: l’accordo contrattuale di II livello del 18 luglio 2019 con i sindacati ne ha sancito il passaggio dalla modalità sperimentazione alla modalità strutturale e ora consente di svolgere la propria prestazione lavorativa da casa o da una sede satellite vicina al proprio domicilio. Oltre 23.500 i dipendenti con mansione compatibile con il Lavoro Agile costituiscono il bacino delle persone abilitate. Al fine 2019 hanno aderito al progetto circa 17.000 persone. TIM ha calcolato gli spostamenti evitati e un risparmio di oltre 250.000 ore di commuting non effettuate (e quindi miglioramento della qualità della vita), di oltre 8 milioni di chilometri e di circa 1.300 tonnellate di CO2 evitate.

Il terzo pilastro è costituito dalle politiche di inclusione che partono dall’engagement e passano dalla gestione della disabilità (1.684 dipendenti con disabilità costituiscono il 3% della forza lavoro), alle politiche di gender ed age management, a quelle di rispetto e tutela degli orientamenti sessuali e dell’identità di genere (la definizione di “famiglia” di TIM ha esteso ai partner conviventi, indipendentemente dal sesso, tutti i benefit concessi ai dipendenti come automobile, assistenza sanitaria, polizza integrativa, e al nucleo famigliare anagrafico del dipendente, quindi anche alle famiglie omosessuali e ai loro figli, la possibilità di accedere ai servizi di caring come asili nido, soggiorni estivi, soggiorni studio aziendali).

Vanno segnalate anche le iniziative più specifiche. Per tutti coloro che hanno un’età pari o superiore a 45 anni è possibile aderire, con cadenza biennale, a un programma di prevenzione sanitaria flessibile e personalizzato. Esiste l’ASSILT (Associazione per l’assistenza sanitaria integrativa ai lavoratori delle aziende del Gruppo TIM), finanziata da aziende del Gruppo, da soci lavoratori e pensionati, che eroga prestazioni integrative comprese, in concorso con le strutture sanitarie pubbliche, ricerche, indagini conoscitive e interventi di prevenzione sanitaria di gruppo ed individuali. Nel 2019 ha erogato per cassa rimborsi per oltre 52 milioni di euro. Conta a fine 2019 oltre 168.000 iscritti, di cui circa 89.000 tra dipendenti e familiari, e 79.000 pensionati.

L’ASSIDA eroga ai dirigenti rimborsi per prestazioni sanitarie integrative: 1.581 gli assistiti, 527 i dirigenti iscritti, un’erogazione di circa 1.500.000 euro.

TELEMACO è il Fondo Pensione Nazionale Complementare per gli operai, impiegati e quadri delle aziende delle telecomunicazioni. Il numero dei dipendenti in servizio a inizio 2020 iscritti a Telemaco è 33.376, le aziende associate con iscritti attivi sono 9.

Il CRALT (il Circolo Ricreativo Aziendale) organizza per soci, dipendenti, pensionati e familiari, iniziative di carattere turistico, sportivo, culturale e ricreativo. Gli iscritti sono circa 40.000, di cui circa 35.000 dipendenti e circa 5.000 pensionati.

 

Il cliente

Il cliente è ovviamente un altro stakeholder di peso nella politica di sostenibilità di TIM: il Customer Satisfaction Index copre il 20% degli obiettivi da raggiungere per ottenere i premi di risultato (il resto è diviso equamente tra ebitda e service revenues). L’indice di soddisfazione del clienti (in sigla CSI) ha conseguito l’attestazione di conformità alla norma UNI 11098:2003 e monitora la qualità percepita da clienti TIM e da clienti dei maggiori concorrenti. Mostra nel 2019 un miglioramento sul 2018 (71,40, +0,3% rispetto al 2018).

In particolare, sul consumer fisso banda larga (broadband), l’incremento del CSI rispetto al 2018 è stato del 3,1%, grazie alle azioni di miglioramento con impatto positivo sull’experience dei clienti.

 

Fornitori

Infine un accenno va fatto agli stakedholder fornitori: nel 2019 hanno avuto ordini di acquisto dal gruppo in 4.530 (-5% sul 2018 e –11% sul 2017), di cui 3.682 per la BU Domestic (-2%) e 871 per il Brasile (-12% ). TIM sottolinea che la selezione dei fornitori prevede una qualificazione precontrattuale (valutazione delle caratteristiche economico-finanziarie e tecnico organizzative). Se il risultato della valutazione - compresi gli accertamenti sull’etica del business e il rispetto dei Diritti Umani, dei diritti dei lavoratori e dell’ambiente - è positivo, i fornitori sono iscritti nell’anagrafica fornitori di Gruppo. Tutti i contratti stipulati comprendono una specifica clausola che impone l’accettazione dei principi espressi nel Codice Etico e di Condotta del Gruppo.

Da segnalare l’iniziativa Joint Audit Cooperation (JAC), prevista dal protocollo d’intesa di fine 2009 sottoscritto inizialmente con Orange e Deutsche Telekom poi anche con Proximus, KPN, Swisscom, Vodafone Group, Telenor, Telia Company, Verizon, AT&T, Telefónica, Rogers, MTS, Telstra, Veon e nel 2019 Elisa OYJ.

In pratica l’iniziativa di auditing condiviso ha contato 639 audit tra il 2010 e il 2019, ben 124 solo nel 2019. Si tratta di verifiche negli stabilimenti produttivi di fornitori e subfornitori in Asia, Centro e Sud America, Nord Africa ed Europa. Sono emerse lo scorso anno 49 non conformità nel campo dell’ambiente (+19 sul 2018), 27 nell’etica del business, 8 casi di lavoro forzato, 7 di lavoro minorile, 5 non conformità nel campo della libertà di associazione, 46 sugli orari di lavoro, 103 sulla salute e la sicurezza. Oltre 600 azioni correttive hanno però già sanato l’82% delle non conformità rilevate tra 2017 e 2019.

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