Watson (SolarPower): danni al solare Ue dal protezionismo

Un taglio delle misure anti-dumping contro i pannelli cinesi rilancerebbe la domanda



FTA Online News, Milano, 19 Feb 2016 - 13:39

"Il protezionismo europeo non ha senso: se la nostra domanda di moduli solari è di 8,5 GW e la nostra produzione domestica è di 2 GW, dobbiamo per forza importare e rendere le nostre importazioni meno costose". Sul tema delle tariffe all’import di pannelli solari cinesi, James Watson, amministratore delegato di SolarPower Europe, ha idee precise e per certi versi eterodosse. Secondo Watson, infatti, l’interruzione delle misure protezionistiche europee potrebbe rilanciare l’energia solare nel Vecchio Continente. Lo scorso settembre il manager e i rappresentanti delle 21 associazioni che compongono SolarPower Europe (compresa l’italiana Assorinnovabili) hanno inviato una lettera alla Commissione Europea per chiedere uno stop alle misure contro celle e moduli solari cinesi. La missiva sottolineava che le organizzazioni firmatarie rappresentano oltre l’80% della catena di valore del solare europeo.

Fin dal 2013 l’Unione Europea ha imposto delle misure anti-dumping contro i pannelli solari importati dalla Cina. Queste misure sono adesso sotto revisione e potrebbero essere rimosse prima della fine dell’anno o all’inizio del 2017. Diversi osservatori affermano che la Cina non è un’economia di mercato e che potrebbe danneggiare un’equa competizione economica in Europa, distruggendo posti di lavoro e imprese con un dumping aggressivo finanziato dallo Stato. Lei crede invece che per giocare tutti alla pari bisognerebbe cancellare queste misure. Perché?

"Le misure protezioniste attuate non stanno aiutando lo sviluppo del solare europeo. La nostra prima preoccupazione è quella di portare il solare alla guida dell’approvvigionamento energetico europeo, ma gli interventi decisi stanno frenando questa evoluzione per diverse ragioni. Innanzitutto riducono la domanda di solare mantenendo i prezzi artificiosamente elevati. Oggi sul mercato si possono comprare pannelli per 48 centesimi/watt, mentre il MIP (il prezzo minimo imposto dall’Unione Ndr) è a 56 centesimi/watt. Questo aggiunge più di 300 euro al costo di un pannello e migliaia di euro alla spesa per l’impianto di una casa. Su larga scala si potrebbero contare rincari di milioni di euro. Questo non può aiutare lo sviluppo del solare in Europa anche perché non sono più in campo gli incentivi del passato. Oggi l’industria del solare deve competere in gare (spesso anche contro altre tecnologie) basate in primis sul prezzo. Se il prezzo è il discriminante, allora noi non abbiamo bisogno di misure che ci rendano meno competitivi. Uno studio di EY di dicembre ha calcolato che la rimozione delle misure anti-dumping creerebbe vantaggi per tutta la catena di valore e potrebbe creare 50 mila nuovi posti di lavoro entro il 2020 in tutta Europa, grazie soprattutto allo stimolo della domanda e alla riduzione del prezzo dei pannelli. Queste misure commerciali sono inoltre più costose per i consumatori europei e comprimono la disponibilità dei componenti necessari all’industria. In Europa non c’è infatti virtualmente alcuna produzione di celle solari: una sola compagnia ne produce circa 1 GW che consuma nei propri pannelli, tutti gli altri produttori di moduli importano le celle solari dalla Cina, da Taiwan, dalla Malesia e da altri Paesi. Le misure imposte dal 2013 hanno fatto perdere centinaia di posti di lavoro nella produzione europea di moduli poiché le imprese non riuscivano a procurarsi le celle solari a prezzi di mercato. Questo ha portato alla concentrazione degli operatori e alla produzione di meno di 2 GW di moduli in Europa (dati JRC 2015) in un mercato da 8,5 GW. Per questo il protezionismo non ha più senso e dovremmo anzi importare e rendere meno costoso il nostro import".

In Europa gli investimenti nell’energia solare sono diminuiti per via del taglio degli incentivi pubblici al settore. Lei ha parlato di transizione da un modello feed-in-tariff (supporto alle rinnovabili tramite prezzi di vantaggio offerti ai produttori) a uno basato su gare competitive. Può descrivere meglio questa evoluzione? Se ne scorgono già esempi in Europa?

"Dopo le norme sugli aiuti di Stato del 2014, la predisposizione di gare competitive è legalmente necessaria per tutti i progetti superiori a un megawatt. Se ne vedono nel Regno Unito, in Francia, Germania, Danimarca, Polonia e quasi in ogni altro Paese. Gli Stati hanno tagliato gli incentivi e le tariffe onnicomprensive in favore delle gare. In alcuni Paesi membri, come il Regno Unito e la Danimarca, sono previste gare anche fra le diverse tecnologie e il solare in questi casi non ha avuto grande successo non essendo competitivo come avrebbe potuto essere senza le misure commerciali Ue. In Francia e in Germania sono previste gare focalizzate su tecnologie specifiche e si sono ottenuti risultati migliori, ma i volumi ottenuti sono stati bassi e non hanno neanche raggiunto gli obiettivi prefissati dalla Federazione tedesca".

In che modo il deprezzamento del petrolio può danneggiare lo sviluppo dell’energia solare in Europa (e non solo) rendendo meno convenienti le fonti rinnovabili?

"La caduta dei prezzi del greggio avrà effetti trascurabili nello sviluppo del solare in tutto il mondo. La ragione è che il solare è utilizzato soprattutto per la generazione di energia elettrica e il petrolio invece per il trasporto. Il prezzo dell’energia è per il solare molto più importante di quello del greggio. L’energia solare diventa inoltre sempre più conveniente e competitiva a livello globale, con molti Paesi come gli Stati Uniti che mantengono programmi di incentivazione questo settore è inoltre spesso al riparo dai peggiori effetti del deprezzamento del petrolio. La continua crescita dell’efficienza, inoltre, crea un beneficio che attrae gli investitori. Al contrario la caduta dei prezzi del petrolio spinge molte nazioni a tagliare gli incentivi all’industria del greggio e non è detto che al recupero dei prezzi dell’oro nero questi sussidi ritornino: questo potrebbe creare un ulteriore vantaggio competitivo per il solare".

Le energie rinnovabili hanno bisogno di nuove tecnologie, di nuove reti, di nuove integrazioni e di nuove regole. Un piano massiccio di investimenti nelle infrastrutture energetiche renderebbe l’Europa più competitiva. Il piano Juncker lo prevede già: che pensa della sua attuazione?

"Noi appoggiamo senza riserve la modernizzazione delle infrastrutture di supporto alle fonti energetiche rinnovabili. Il futuro dell’energia è nelle rinnovabili e quindi è fondamentale che siano realizzate le adeguate strutture fisiche e normative. Il programma messo in piedi da Juncker dovrà essere un successo, non c’è scelta. Non raggiungeremo gli obiettivi di decarbonizzazione senza una infrastrutture solide e moderne. Non c’è altro da fare, l’alternativa sarebbe quella di puntare sul carbone, una tecnologia del diciannovesimo secolo. La modernizzazione delle interconnessioni e delle reti porrà delle sfide, ma se devi fare una scommessa, scommetti sui casi di successo. Le imprese lo stanno già facendo, come E.On che ha deciso di fare delle rinnovabili, delle reti e dei servizi agli utenti il proprio core business. Questo è il futuro".

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